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Cars – Motori ruggenti di John Lasseter animazione C’è poco da fare, la Pixar, la società che ha rivoluzionato il cinema d’animazione introducendo la tridimensionalità della computer grafica, ci ha viziati. Fin dall’esordio del 1995, con “Toy Story”, una felice commistione di tecnica superlativa e sceneggiatura perfetta, ha compiuto il miracolo di intrattenere con intelligenza, adottando un taglio trasversale in grado di compiacere il pubblico adulto senza scontentare i bambini. Poi, dopo i giocattoli parlanti (“Toy Story” 1 e 2), il mondo degli insetti (“A Bug’s Life”), i mostri che popolano gli incubi (“Monsters & Co.”) e un viaggio in fondo al mare (“Alla ricerca di Nemo”), l’originalità è venuta meno nel solido ma convenzionale “Gli Incredibili”. Al settimo lungometraggio la Pixar, da poco acquisita dalla Disney in evidente crisi creativa (vedi il brutto “Chicken Little - Amici per le penne”), continua la fase discendente. “Cars”, infatti, imperniato sul mondo delle automobili, non riesce a conquistare. Niente da eccepire dal punto di vista tecnico, con una messa in scena sofisticata e curatissima in ogni dettaglio (gli appassionati delle quattro ruote andranno in sollucchero) e scelte anche ardite nella antropomorfizzazione delle auto (gli occhi non nei fanali ma nel parabrezza, una bocca che spunta anteriormente). A languire è proprio la narrazione. 110 minuti di durata sono veramente tanti per un film di animazione e, purtroppo, si sentono tutti. Prima di decollare il lungometraggio impiega infatti un’oretta buona in cui, a causa di sequenze d’azione frenetiche ma poco coinvolgenti e numerose battute di dialogo che cadono nel vuoto, i personaggi non riescono a trascinare lo spettatore nel racconto. La storia, in fondo un classico, avrebbe le carte in regola per farsi parabola universale di buoni sentimenti senza cadere nello stucchevole. Si racconta infatti di una cinica e arrogante auto da corsa che insegue solo successo e soldi (cosa se ne fanno poi le auto dei soldi non è dato capirlo e la sceneggiatura glissa sulla questione) ma, grazie a una tappa fuori programma nella cittadina dimenticata di Radiator Springs, entra in contatto con un vivace microcosmo capace di fargli scoprire i veri valori della vita, amore incluso. L’aspetto più curioso è il sentito omaggio del regista John Lasseter a una vera icona americana come la “Route 66”, mitica e curvilinea autostrada federale realizzata nel 1926 e poi soppiantata a partire dal 1984 dai rettilinei delle più veloci Highway. La morale “cammina, non correre” ha un suo perché e si esce dalla sala con il sorriso (le gag migliori sono nei titoli di coda) ma il carico di sbadigli con cui si arriva alla conclusione è troppo elevato per far volare l’entusiasmo. Luca Baroncini
Superman Returns di Bryan Singer con Brandon Routh, Kate Bosworth, Kevin Spacey, Parker Posey “Era proprio necessario?” È questa la domanda che scatta immediatamente davanti alla nuova, ennesima, versione cinematografica del mitico “uomo d’acciaio”. Già, perché il ragazzo prodigio Bryan Singer non riesce a rendere indispensabile un nuovo incontro con il più famoso dei supereroi, nonostante la fruttuosa esperienza con il mondo dei fumetti dirigendo i primi due episodi (il secondo scarsino, comunque) degli “X-Men”. A penalizzare l’esito del revival concorrono vari fattori. Prima di tutto risulta discutibile la scelta di plasmare il film sul modello dell’omonimo di Richard Donner del 1978. Si dirà che si tratta di un sentito omaggio, ma le similitudini nella trama, nei rimandi scenografici, finanche nel tema musicale, rendono superflua la nuova versione e fanno scattare automaticamente il confronto. A perdere, senza ovviamente considerare i prodigi della tecnica che in 28 anni ha fatto passi da gigante (effetti speciali ma non specialissimi, però), è di sicuro il presente, a partire dagli interpreti. Il protagonista Brandon Routh è piuttosto incolore, poco efficace sia sotto sforzo che nell’introversione dell’alterego Clark Kent. Lois Lane è la graziosa ma anonima Kate Bosworth. E nei panni sopra le righe del malvagio Lex Luthor non lascia traccia nemmeno un attore dalla forte presenza scenica come Kevin Spacey. La colpa, però, non è tutta del cast. La sceneggiatura, infatti, alterna approfondimenti psicologici apprezzabili e virate inaspettate con salti logici e approssimazioni, non riuscendo mai a rendere i personaggi memorabili. Dal canto suo la regia di Singer non conferisce adeguato ritmo alle sequenze, con dialoghi lunghi e prolissi alternati a baracconate curate nei dettagli ma prive di mordente. Il problema è che lo spettatore, nonostante conflitti e situazioni sulla carta coinvolgenti, ha quasi sempre la possibilità di anticipare l’esito degli eventi. Nemmeno la meraviglia trova spazio, soffocata da un gigantismo (aerei che cadono, terremoti, mareggiate, sconquassi vari) mai davvero capace di avvincere. Così come stride il contrasto tra il teatrino grottesco del cattivone di turno e della sua corte, figurine inerti prive di spessore e mai simpatiche, con l’atmosfera plumbea e sfumata che permea i “buoni”. Alla fine, nel roboante giocattolone si insinua con poca fatica il sostantivo più temuto dal mondo del cinema. Eppure la “noia” arriva e non dà tregua.
Luca Baroncini |
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