Barra di navigazione

La guerra tra Arabi e Israeliani

I primi mesi del governo Prodi

La riforma delle pensioni pubbliche

 

 

Romano Prodi

sei in Cenerentola>archivio>numero83>attualità

La guerra tra Arabi e Israeliani

Nel corso dell’estate si è riacceso il conflitto arabo -israeliano. In seguito al rafforzamento delle postazioni delle milizie arabe di Hezbollah lungo il confine, il governo di Israele ha scatenato una pesante offensiva contro il Libano, mietendo centinaia di vittime tra la popolazione civile.

Non intendiamo entrare nel dettaglio delle operazioni belliche, un po’ perchè è ben noto ai lettori, un po’ perchè, data la periodicità della rivista, le notizie fornite giungerebbero comunque in ritardo. Pensiamo invece sia utile ragionare sul loro significato all’interno del contesto internazionale, a partire dalle posizioni espresse dalla sinistra italiana.

All’interno della cosiddetta “sinistra radicale”, da molti anni schierata nettamente a favore dei Palestinesi (anche, bisogna dirlo, a causa di un antico antisemitismo di origine cattolica), prevale l’idea che l’offensiva israeliana sia stata concordata con il governo statunitense, e sia quindi da inquadrare nell’ambito della “guerra infinita” portata avanti da quest’ultimo per mantenere il controllo delle fonti energetiche. Tale opinione è stata espressa con forza da Giulietto Chiesa, con il quale molto spesso ci siamo trovati d’accordo nell’interpretare gli eventi di politica internazionale.

In questo caso, tuttavia, ci permettiamo di avere qualche dubbio, non perchè non sia vero che il governo israeliano sia oggi il miglior alleato di quello statunitense nell’area, ma perchè non siamo affatto certi che quest’ultimo gradisca un aumento della tensione in Palestina. Come, del resto, non siamo certi che il governo israeliano gradisca ciò che quello statunitense sta facendo nella regione che va dall’Irak all’Afghanistan.

L’impressione è, piuttosto, che in accordo con la logica per cui “i nemici dei nostri nemici sono nostri amici”, ciascuno dei due governi approfitti dei misfatti dell’altro per giustificare i propri. Ed è forse questo che rende estremamente pericolosa la situazione.

Quanto alla sinistra più moderata, che proclama la propria equidistanza da Israeliani e Palestinesi, pare essersi così convinta del proprio ruolo di mediazione, da arrivare a proporre lo schieramento di tremila soldati italiani in Libano come “forza di pace”. Non ci sembra proprio il caso, anche perchè gli Ebrei non si sono certo dimenticati che, solo sessant’anni fa, insieme ai suoi alleati tedeschi, il governo italiano cercò di sterminarli nelle camere a gas (e, a differenza di quanto avvenne, per esempio, in Olanda, nessuno mosse un dito)...

Inizio pagina

I primi mesi del governo Prodi

Come i nostri lettori ben sanno, non ci siamo mai aspettati nulla dal governo Prodi. Avevamo previsto che, rispetto al conflitto in cui siamo coinvolti, non avrebbe fatto altro che spostare un po’ di truppe dall’Irak all’Afghanistan (come, del resto, aveva fatto il tanto acclamato premier spagnolo Zapatero). E così è stato.

Ci aspettavamo, e ci siamo sbagliati, un po’ più di opposizione da parte del Partito della Rifondazione Comunista. Invece hanno votato compatti i “crediti di guerra”, “nonviolenti” compresi.

Tuttavia, qualcosa di buono il nuovo governo lo ha fatto: ci riferiamo all’indulto che ha dato la libertà a circa 15.000 carcerati. Intendiamoci: se ne parlava da tempo e, date le condizioni di affollamento delle carceri italiane, il provvedimento l’avrebbe varato anche Berlusconi. Ma ciò non toglie che sia da considerare un segnale positivo.

Un’altro provvedimento “libertario”, e tutt’altro che irrilevante, voluto dal governo Prodi, è  quello relativo alla concessione della cittadinanza italiana agli stranieri residenti da almeno cinque anni e ai loro figli nati in terra italiana. Non siamo ancora alla (auspicata) cittadinanza legata alla residenza, ma è un passo notevole, e coraggioso, in questa direzione. I maligni dicono si sia trattato del “coraggio della disperazione”: convinti di perdere le prossime elezioni, i governanti avrebbero pensato il  provvedimento nel tentativo di rimescolare le carte. E’ possibile. Comunque, “a caval donato non si guarda in bocca”; ed è proprio “donato”, perchè non sembra che sia molto gradito a un’opinione pubblica a dir poco diffidente nei confronti degli stranieri.

Più discutibili le cosiddette “liberalizzazioni” del ministro Bersani.

 Di un maggior numero di  taxi c’era senz’altro bisogno; ma non si può fingere di non sapere che le licenze, acquistate a caro prezzo, in molti casi, rappresentano un investimento per la vecchiaia del lavoratore; per non parlare del tentativo di far entrare nel settore aziende capitalistiche o pseudo-cooperative...

 Più che giusta l’idea di abolire i privilegi della casta dei farmacisti; ma non si può fingere di non sapere che, togliendo loro l’esclusiva della vendita dei prodotti da banco (a vantaggio dei supermercati), molte farmacie potrebbero essere costrette a chiudere; e a chiudere, insieme a esse, un indispensabile servizio oggi largamente diffuso sul territorio.

Inizio pagina

 

La riforma delle pensioni pubbliche

Riusciremo, prima o poi, ad andare in pensione? E con quale stipendio?

 

Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, questo interessante contributo di Giuseppe Chimisso. Anche se, a nostro parere, l’autore è un po’ troppo generoso nei confronti della rapace classe dirigente che, sinceramente, non pensiamo   si sia mai posta seriamente il problema della nostra vecchiaia.

Poiché le argomentazioni che andiamo ad affrontare presentano notevoli complessità e non possediamo lo spazio necessario per affrontare le diverse articolazioni, andiamo a ridurre all’osso i termini dei problemi, anche a rischio di cadere in qualche approssimazione.

Pensione di anzianità

A partire dal 2008 i lavoratori dipendenti potranno andare in pensione una volta raggiunta l’età di 60 anni e con un minimo di 35 anni di contributi: si può andare in pensione prima dei 60 anni solo a condizione di aver maturato 40 anni di contributi (attuali dibattiti sul famoso scalone da rivedere).

Dal 2008 le finestre di uscita saranno ridotte da quattro a due.

A partire dal 2010 i requisiti saranno 35 anni di contributi e 61 anni di età: rimane salva la possibilità di andare in pensione con 40 di contributi.

Dal 2014 l’età minima sale a 62 anni, salvo i 40 anni di contributi.

Le donne, anche dopo il 2008, potranno andare in pensione a partire dai 57 anni d’età e dopo avere versato 35 anni di contributi, senza aspettare i 60 anni d’età, ma in questo caso la pensione sarà interamente calcolata con il sistema contributivo.

Pensione di vecchiaia

Dal 2008 anche per le pensioni liquidate esclusivamente con il sistema contributivo l’età pensionabile sarà elevata a 62 anni per gli uomini e 60 per le donne.

Dal 2014 l’età pensionabile sarà di 65 anni per gli uomini e di 60 per le donne.

Fatto il punto sulla situazione ad oggi, andiamo ad analizzare ora i contenuti del dibattito in corso sovrastato da una insistente e martellante campagna che si è andata sviluppando negli ultimi anni, campagna volta a sponsorizzare il decollo dei fondi pensione, battendo sul leit motiv secondo il quale la pensione pubblica è destinata ad un impoverimento progressivo e della conseguente necessità di investire nella previdenza privata facendo ricorso al TFR maturando.

Se si esaminano a fondo tutte le motivazioni addotte dal legislatore per legittimare le novità introdotte con le varie riforme degli ultimi tre lustri se ne dovrebbe in ogni caso dedurre che non è fondato alcun allarme relativamente all’equilibrio che si verrà ad instaurare con l’introduzione del sistema contributivo tra contributi versati ed erogazione delle relative prestazioni. In altre parole le previsioni allarmate non trovano fondamento, se consideriamo l’equilibrio che si è instaurato con le riforme. Certo, agli inizi degli anni ’90 era evidente uno squilibrio fra apporti contributivi e pensioni erogate non solo per ragioni demografiche, ma per l’esistenza di norme colabrodo in fatto di età pensionabile, presenza di contribuzioni figurative sospette, anomale modalità di calcolo (utilizzo strumentale di ultime retribuzioni) etc. Da questa situazione le ragioni per il passaggio dal sistema retributivo al sistema contributivo. Con le riforme, in oltre, si sono abolite le pensioni baby, si è innalzata in progressione l’età minima per accedere alla pensione di anzianità e per quella di vecchiaia, si è innalzato il periodo minimo di contribuzione da 15 a 20 anni per le pensioni di vecchiaia ed a 35 per quelle di anzianità più il requisito dell’età, si è aumentato fino a 10 il numero degli anni di contribuzione sui quali calcolare la media di riferimento per il residuo calcolo del sistema retributivo, l’apporto alle Assicurazioni Generali Obbligatorie - AGO (INPS, INPDAP) è stato elevato al 32,27% della retribuzione lorda imponibile e per le retribuzioni più elevate si è gravato anche con un contributo di solidarietà. Le riforme non hanno solo teso a garantire un equilibrio prudenziale fra contributi versati e pensioni erogate, hanno anche introdotto correzioni intese a recuperare dalle future pensioni margini per fare fronte al pagamento di quelle vecchie attualmente in pagamento. Abbiamo visto che per andare in pensione nel 2014 occorreranno per i maschi 62 anni d’età e 35 anni di contributi, per le donne solo 60 anni, quindi mediamente il requisito minimo sarà di 61 anni d’età e di 35 anni di contributi; il che comporta 18 anni di vita media attesa di pensione. Se calcoliamo il 32,27% della retribuzione lorda accantonata per 35 anni, si avrà un montante pari al 62,18% della retribuzione lorda che dovrebbe tradursi in un 70% netto della retribuzione netta.

Insomma vogliamo dire che le regole attuali, non dovrebbero portare ad una pensione pari al 40/50% della retribuzione, come spesso indicato da fosche ed interessate previsioni in autorevoli sedi.

Si parla invece di future povertà conseguenti alle pensioni che saranno erogate, come se fosse ancora esistente uno squilibrio fra contributi erogati e pensioni attese, nonostante le riforme attuate. Si dà per scontato, quindi, che le riforme siano state blande e non sufficienti.

Qui sta l’inquietante ambiguità delle comunicazioni ufficiali sul futuro delle pensioni, ambiguità che nasconde e prelude ad un colossale imbroglio che ci obbliga a doverosi chiarimenti.

Tutti i governi succedutisi dal ‘92 ad oggi si sono proposti di pagare i debiti di un sistema pensioni anteriforma fallimentare, utilizzando i contributi di chi è entrato nel sistema contributivo. Anzi viviamo il paradosso di assistere alle prediche sulle povertà future fatte spesso dagli stessi personaggi che avallavano in passato politiche clientelari e demagogiche originarie degli sconquassi del sistema pensionistico, gli stessi che vorrebbero sanare questi sconquassi con gli apporti contributivi futuri. Quel che è peggio è che non è neppure escluso che prevalga la tentazione degli ormai soliti noti di finanziare attraverso i contributi dei lavoratori anche il rientro dei debiti pubblici. I pennivendoli di turno non si stancano di informarci delle preoccupazioni degli “addetti ai lavori” ed “esperti” dei vari enti economici che nel contempo fanno presente come abbassando i contributi, diminuirebbe il costo del lavoro e di conseguenza aumenterebbe la competitività delle imprese. Dobbiamo dire che i termini di Competitività, Rigore dei Conti, Flessibilità, Solidarietà sono in questi anni diventati dei veri e propri passepartout del politicamente corretto.

In nome della Competitività si sono ridotte le coperture di Welfare assistenziale e sanitario.

In nome del Rigore dei Conti si è aumentata la pressione fiscale e contributiva su salari e stipendi e si sono fatte tre riforme delle pensioni.

In nome  della Flessibilità  si è riformato il mercato del lavoro, riducendo garanzie e salari, stipendi e pensioni per sconfinare nella più bieca delle precarietà.

In nome della Solidarietà si sono appesantiti prelievi sul reddito da lavoro e diminuite prestazioni.

Malgrado tutto questo ci continuano a dire che lo squilibrio esiste; ma se è vero, esiste nel Bilancio complessivo delle entrate e delle uscite delle AGO, perché nel calcolo ci stanno anche gli effetti del trascinamento degli sprechi del passato, oltre ad una confusione vecchia di decenni fra previdenza ed assistenza.

Questa è l’insidiosa verità nascosta da tutte le campagne presenti e future sulla inefficienza degli apporti contributivi e sulla ineluttabilità dell’impoverimento delle pensioni pubbliche. Parliamo di insidia perché ci pare chiaro che le allegre ed interessate gestioni del passato andrebbero accollate all’intera comunità attraverso il prelievo fiscale e non a carico delle successive generazioni di lavoratori contribuenti. Si continua invece con la grancassa dello squilibrio dei conti dell’INPS e dell’INPDAP e delle povertà future per arrivare a due risultati:

- rendere quasi obbligatoria la previdenza integrativa con l’utilizzo dei soldi dei lavoratori (TFR);

- diminuire progressivamente l’importo delle pensioni pubbliche.

Certo, il diffondersi del precariato è l’esempio privilegiato delle nostre Cassandre perché porta ad un inadeguato peso contributivo per larghe fasce di lavoratori, in specie giovani, ma non solo, per i quali conseguentemente non si possono prefigurare pensioni sufficienti, ma questo fenomeno non va addebitato alla riforma pensionistica, ma ad “inadeguate” politiche di rilancio di una dignitosa occupazione.

A quanto detto più sopra c’è da aggiungere che per l’ISTAT il costo della vita, dall’introduzione dell’Euro ad oggi,  sarebbe aumentato di una percentuale inferiore alle due cifre; questo a dimostrare la scarsa affidabilità di tali rilevazioni, che nascondono l’implicito effetto erosivo sulle pensioni.

Ecco così che si cominciano a delineare le ragioni dei ripetuti ed interessati allarmi sulle pensioni pubbliche e dell’incessante invocare la necessità del decollo della pensione integrativa.

Le nostre Cassandre, cercando di nascondere il crescente appetito verso il business che si delinea, teorizzano la necessità di apporti monetari apprezzabili per produrre un minimo di risultato.

Dove reperire questi apporti consistenti? Non di certo dagli stipendi correnti, rivalutatisi in base agli indici ISTAT: il che vuol dire che hanno perso metà del loro potere d’acquisto. Non dagli imprenditori, troppo occupati a delocalizzare le produzioni in Romania, in India e Cina, anzi normale attendersi da questo versante pressioni per abbattere le contribuzione alle AGO.

Quindi rimane solo il TFR, che è una retribuzione differita, perciò già ben imbrigliata e predisposta per le opportune manipolazioni.

Ecco comprese, quindi, le previsioni funeree a supporto della forte pressione per il lancio della pensione integrativa: abbiamo capito che tale previsione funerea non è del tutto infondata, ma abbiamo anche capito perché.

Per cui il risultato finale, così ci informano quasi all’unisono i soliti noti, dato dalla somma di pensione pubblica e pensione integrativa, dovrebbe riportarci al 65/70% da cui si era partiti con il sistema contributivo.

Accantonando per 35/40 anni il 42,7% della retribuzione lorda!

E per strada avremo perso il TFR.

Per strada abbiamo perso la possibilità di andare in pensione prima dei 57 anni, portati ai 60 anni e dal 2008 ai 62 (facilmente prevedibile che per i più giovani la soglia d’accesso la si porti ai 65 anni); per strada abbiamo perso un pezzo del diritto di reversibilità per il coniuge, ridotto dall’originario 70% al 60% ed abbattibile fino al 30% in funzione del reddito del superstite (da sottolineare la perversione e la malizia del legislatore che trasforma il sacrosanto dovere di solidarietà sociale, che si attua anche con un prelievo fiscale progressivo sui redditi, in un meccanismo in cui chi ha versato più contributi, pagando più tasse, meno prende di pensione in proporzione).

Per strada infine abbiamo perso anche il meccanismo di adeguamento delle pensioni ai salari, che ne garantiva il potere d’acquisto, legato ora alle rivalutazioni dei famigerati indici ISTAT.

Dobbiamo prendere atto di come sia evidente che si sta abusando del principio di solidarietà, com’è evidente il progressivo avvilimento del risparmio previdenziale.

Prima di preoccuparci della pensione integrativa, che con il TFR rappresenta complessivamente il 10% delle nostre retribuzioni, dobbiamo attrezzarci per difendere il risparmio previdenziale pubblico, che rappresenta oggi il 32,27% del reddito annuo. Perché se lasciamo che ci venga eroso o, peggio, depredato il risparmio previdenziale pubblico, fatalmente ci troveremo eroso anche quello previdenziale privato.

Per rispondere alle apocalittiche predicazioni delle numerose Cassandre della COVIP, dell’ANIA, dell’ABI, che prevedono il crollo della pensione pubblica per meglio patrocinare lo sviluppo della previdenza integrativa, dobbiamo rimettere in discussione e contrastare con forza e determinazione l’assunto dell’inevitabilità dell’impoverimento progressivo della pensione pubblica. I lavoratori iscritti agli attuali Fondi, dovrebbero rendere pubbliche le loro posizioni e sviluppare un dibattito inteso a cogliere quale debba essere l’equo corrispettivo tra quanto erogato e quanto percepito, al fine di difendere l’apporto contributivo   ad    INPS    ed INPDAP e quello che destinano ai Fondi.

Questa è la vera sfida che attende   gli  amministratori  dei fondi negoziali esistenti!

Ai predicatori da strapazzo che teorizzano che non basta versare il 32,27% del reddito lordo per 35/40 anni per tutelarsi dai rischi della vecchiaia, ma che occorrono anche altri soldi da investire in fondi pensione integrativi, i quali rilanceranno le attività di borsa e di conseguenza l’economia, dobbiamo ribadire che i fondi pensione devono rispondere ad una logica di protezione della vecchiaia del lavoratore iscritto e non ad altre finalità che si ritrovano sempre in bocca di chi predica rigore, flessibilità e responsabilità.

Fatte le precedenti e sintetiche ma chiare premesse, andiamo a considerare se sia conveniente conferire il TFR al fondo pensione.

Ricordiamo che sul TFR non gravano commissioni né caricamenti né spese. Il TFR  ha subito nel tempo riforme, tutte peggiorative. E’ peggiorato il sistema di rivalutazione. E’ peggiorata la tassazione, ma non solo, con le ultime finanziarie di alleggerimento dell’IRPEF, si è appesantito gradatamente il prelievo fiscale sul TFR.

Ciononostante il TFR ha reso negli ultimi 5 anni di più di quello che hanno reso mediamente i fondi pensione, negoziali e non. Questo è un dato inoppugnabile. Le uniche eccezioni che confermano quanto affermato sono rappresentate da alcuni vecchi fondi non soggetti ancora a spese amministrative e commissioni d’ingresso e di gestione che hanno reso 1/1,5% in più del TFR; ma per quanto tempo ancora questi privilegi rimarranno in essere, quando sono previsti dalla legge istitutiva dei nuovi fondi solo in via transitoria?

Gli attuali amministratori dei fondi pensione dovrebbero da subito contrastare un possibile uso strumentale dell’allarme sulle pensioni dei soliti noti e lasciare esprimere i lavoratori iscritti, ai quali non viene concesso di rompere il fragoroso silenzio pubblico che li caratterizza da tempo, per poter affermare che ha senso risparmiare in previdenza solo se si è certi di vantaggi aggiuntivi reali.

I lavoratori inoltre, dovrebbero stimolare gli amministratori dei Fondi, sia vecchi che nuovi, ad elaborare proposte lungimiranti a tutela dell’investimento previdenziale dei loro iscritti, oltre a fare sì che non rimangano inerti di fronte allo sviluppo della normativa fiscale sui Fondi, fattore che non dà certezza sul futuro e determina in più onerosi appesantimenti di natura amministrativa. In poche parole puntare ad avere garanzie certe sul capitale versato e garanzie sulla salvaguardia nel tempo del suo potere d’acquisto. Il che vuol dire mettere in discussione il ruolo svolto dall’ISTAT.

Per l’avvio dei Fondi pensiamo sia indispensabile cercare un equilibrio nel contenimento dei prelievi fiscali e nel contenimento dei costi di gestione.

Questa battaglia i rappresentanti dei Fondi debbono affrontarla con la richiesta di reale trasparenza per i lavoratori iscritti, perché per troppo tempo sul risparmio previdenziale si è fatto ed ahimè si fa ancora, un gran polverone, e questo polverone si è innalzato tanto più quanto più si è preteso di vendere trasparenza:

- per anni si è spacciato per esenzione fiscale ciò che era semplice rinvio del prelievo;

- si è parlato di valore della rendita quando si trattava di una cifra lorda che doveva essere depurata dall’inflazione e dal prelievo fiscale finale;

- si è lasciato pensare che le rendite rivalutabili conservassero il loro potere d’acquisto;

- si è parlato di rendite reversibili senza accennare ai diversi costi connessi;

- si è fatto riferimento alle tavole di mortalità, con facoltà di cambiarle (ovviamente in peggio) nel corso del periodo di conferimento.

Il valore della trasparenza a questo punto s’impone con la richiesta di avere da parte degli iscritti un report chiaro su tutti gli elementi che concorrono a comporre il valore reale della rendita pensionistica al netto della inflazione. Questa sarebbe una prima misura a favore dei lavoratori.

Altra misura sarebbe quella di indurre i gestori dei Fondi a trarre vantaggio nel fornire un investimento che garantisca nel tempo il reale potere d’acquisto dei conferimenti (solo così il lavoratore sarebbe tutelato da facili arricchimenti di gestori spregiudicati). I Fondi pensione dei lavoratori, inoltre, dovrebbero perseguire l’obiettivo di una politica di prelievo fiscale alla fonte e di esonero successivo, questo per garantirli da un sempre più vorace fisco. In fine spingere il legislatore a conferire i proventi della tassazione alla fonte, alla copertura del disavanzo corrente delle AGO, dovuto agli sprechi del passato.

Solo a queste condizioni potremmo dire ai lavoratori che conviene investire il TFR nel Fondo.

Ad oggi purtroppo le condizioni indicate sommariamente sono solo elementi che creano fastidio ai diversi ed importanti attori che con sufficienza pretendono di pontificare all’interno del dibattito in corso, al fine di soddisfare appetiti sempre più manifesti che la grande torta dei Fondi Pensione (previsti 12 miliardi di Euro di flusso annuo) alimenta.

Pensiamo che a questa mensa debba avere un accesso certo e tutelato anche chi per quella torta ha fornito gli ingredienti conferendo contribuzioni durante tutta la vita lavorativa.

 

Giuseppe Chimisso


 

Inizio pagina