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Vivere senza padroni - Dibattito, a più voci sull'"antropologia della sovversione quotidiana"

 

Come mai il peso politico del "noi" è così poco incisivo?

Il contesto gioca un ruolo importante

Dimostrare cosa a chi?

Forse la differenza tra le due realtà non è poi così netta

 

Sui muri di Bologna - Foto G. B. Salbaroli 2004
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Vivere senza padroni

Dibattito, a più voci, sull'"antropologia della sovversione quotidiana"

Il libro di Stefano Boni “Vivere senza padroni”, recentemente pubblicato da Eleuthera, rappresenta, a mio parere, uno dei più seri tentativi di descrivere, da un punto di vista antropologico, “il movimento della sinistra antagonista e libertaria e la sua cultura”.  Merita quindi di essere brevemente riassunto, commentato, e proposto all’attenzione.

Secondo quanto dichiarato dall’autore, l’opera è pensata in primo luogo “per chi vive l’ambiente che mi appresto a descrivere”, in secondo luogo per chi non ne fa parte e “potrebbe trovare degli stimoli per cercare di comprendere meglio i propri figli, i propri vicini, i propri fratelli” o, semplicemente, “un frammento del variegato mondo del movimento, quello della sinistra antagonista e dell’ambiente libertario”.

Risulta dunque sicuramente interessante per chi, come me, vive da almeno trentacinque anni, sia pure su posizioni eretiche, all’interno di tali ambienti, anche se non possono non destare perplessità le precisazioni che Boni fa immediatamente seguire: “L’area comprende – a suo dire – alcuni degli iscritti, simpatizzanti e votanti di Rifondazione Comunista ed ex-membri di associazioni quali ATTAC e i Social Forum. Le persone che generano lo stile di vita descritto di seguito, però, più frequentemente, collaborano saltuariamente con gruppi extra-parlamentari, più o meno attivi, delle aree dell’(ex?) autonomia e dell’anarchia o non fanno politica in gruppi strutturati”. E ancora: “Ci possono essere ricorrenze nel mostrarsi all’esterno: certi stili nel vestiario, l’utilizzo di certi simboli espressamente politici (magliette con l’icona standard del Che, scritte antifasciste o slogan movimentisti), una tendenza al piercing e ai dread”...

Precisazioni dalle quali si comprende che non del movimento libertario propriamente detto si sta parlando quanto, piuttosto, di simpatizzanti della sinistra statalista, solo parzialmente contaminati dalle idee anarchiche.

La condivisione

Il primo capitolo è dedicato alla condivisione. “Nell’organizzazione dei rapporti personali (...) – afferma Boni – si gioca una parte importante della rivendicazione di un agire distintivo”. (...) “Caratteristica della socialità interna al gruppo è il tendenziale rifiuto dell’autoritarismo e di qualunque forma di costrizione”, mentre “la condivisione è un valore centrale nel vissuto quotidiano”. Quest’ultima, tuttavia, sembra manifestarsi prevalentemente nella produzione collettiva di musica, nel consumo di sostanze psico-attive, nella preparazione di feste: un po’ poco, per la verità.

Più interessante, e applicabile anche al movimento libertario propriamente detto, è la riflessione dell’autore su di “un tratto importante – forse cruciale – del tentativo di strutturarsi di un individualismo egualitario, ossia i processi decisionali di interesse comune, il momento in cui le singolarità si confrontano per stabilire una linea condivisa”.

“Le decisioni – osserva – vengono, in genere, prese orizzontalmente. Non esistono strutture gerarchiche prestabilite, né si creano personalità che riescono a indirizzare costantemente a loro piacimento il processo decisionale. (...)

L’autorevolezza vale solo fino a quando la linea prescelta non urta gli interessi e la sensibilità degli altri. (...) L’obiettivo è la partecipazione sorretta dal consenso, senza deleghe e votazioni. Se non si arriva a un’unanimità convinta, si cerca perlomeno di non suscitare opposizioni nette”.

Tornando al tema della condivisione, “in genere le case del «noi» (così l’autore denomina l’insieme delle persone cui si riferisce) sono pronte ad accogliere, senza ricompense monetarie, amici e conoscenti per periodi anche lunghi” e “in alcuni casi, questa apertura fa nascere  luoghi  dove la condivisione è accentuata”. (...)

“La composizione delle case è (...) soggetta a stravolgimenti dovuti alla nascita e alla fine di rapporti di fiducia, di amore, di comunanza e di affinità politica. C’è comunque una marcata tendenza all’accettazione di nuovi inquilini, a un’accoglienza ordinaria anche quando di lungo termine, alla trasformazione dei rapporti di amicizia in offerta di coabitazione. (...) In realtà più strutturate, si arriva a gestire comunitariamente non solo la casa, ma anche il lavoro, i progetti politici coinvolgenti, le vacanze, l’intera gestione finanziaria, le tensioni interne al gruppo e i problemi esistenziali dei singoli”.

Nel resto della sinistra, invece, “solidarietà e uguaglianza – afferma Boni – vengono spesso presentate come valori imprescindibili” ma “invocare questi valori, in genere, non significa adottare una pratica di vita coerente: la traduzione in prassi è spesso delegata ai politici, alle associazioni o all’intervento dello Stato”. (...) I gestori ufficiali della solidarietà e dell’uguaglianza spesso proiettano la loro pensabilità in luoghi immaginati e tempi posticipati”.  Il che è senz’altro vero; anche se si fatica a comprendere perchè, quali esempi di tale innegabile realtà, l’autore citi fenomeni come l’adozione di un bambino a  distanza, l’acquisto di prodotti equi e solidali, la partecipazione a campi di volontariato, e altre azioni abitualmente messe in pratica proprio da chi alla posticipazione propone di sottrarsi.

“All’inizio di questa parte sulla gestione della socialità del «noi» - riassume Boni – ho sostenuto che la capacità di generare pratiche distintive – egualitarie, orizzontali e solidali – era centrale per valutare la reale autonomia ideologica e pratica rispetto ai modelli dominanti. L’analisi indica che esiste una traduzione in prassi dei valori proposti come caratterizzanti, un’implementazione però parziale, limitata a particolari ambiti. Sia la forza che la debolezza del «noi» possono essere ricondotte, almeno in parte, alla fragilità dei processi decisionali, non vincolanti, permanentemente discutibili, non coercitivi”; per cui “forse non è neanche pensabile, nel contesto attuale, che una tale gestione diventi la forma egemonica di amministrazione di una società complessa e specializzata”.

Un’affermazione di sfiducia nei confronti dei processi decisionali a carattere libertario sostanzialmente contraddetta dalle grandi realizzazioni collettive edificate dal movimento anarchico nell’ambito della rivoluzione spagnola del 1936, rivoluzione che interessò principalmente la complessa, e fortemente industrializzata, società catalana.

 

Il lavoro e il consumo

“«Evasione» potrebbe essere il concetto che meglio sintetizza il rapporto tra il «noi» e il ciclo produzione - consumo. (...) C’è fastidio per l’ossessionante espressione dell’autorità del «padrone» che a volte pretende, oltre al tempo e allo sforzo, anche di trasformare la persona del lavoratore, i suoi modi di fare, di vestire, o di gestire l’apparenza. (...) C’è malessere per la lunghezza dei tempi di impiego che occupano buona parte della giornata, lasciando spazi limitati di autonomia. Si prova rabbia per paghe spesso ritenute inadeguate, a volte ridicole”.

Con tali osservazioni, senz’altro valide per tutto “il movimento della sinistra antagonista e libertaria”, si apre un capitolo interamente dedicato, invece, solo a quella parte di esso che “non si esprime all’interno di ambienti operai”. Nell’ambito dei gruppi frequentati da Boni, infatti, “pochi lavorano in fabbrica”. Li accomuna ai libertari che militano nel movimento operaio l’idea che “abbassando i consumi si potrebbe arrivare a lavorare un’ora al giorno”; li differenzia da essi l’opinione che ciò sia possibile qui ed ora, all’interno della società capitalista.

Il lavoro salariato è detestato. “In genere si accettano impieghi a orario fisso e a tempo indeterminato solo in situazioni in cui i rapporti lavorativi prevedono una qualche forma di gestione partecipata, in cui le interferenze esterne sono limitate e c’è la possibilità di discutere e decidere l’organizzazione e le modalità dell’impiego. Questo avviene – almeno in parte – in strutture cooperative che lavorano in ambito culturale, didattico, sociale e di terapia alternativa, nei servizi ai tossicodipendenti e all’infanzia, nell’assistenza alla persona, in quelle piccole imprese dove proprietario e lavoratore sono legati da un rapporto che va oltre lo scambio lavoro - salario”. C’è anche chi “si reca ormai da qualche anno regolarmente in Chiapas per prestare il suo servizio alle comunità zapatiste in cambio di vitto e alloggio”. (...)

“I guadagni del «noi» sono spesso incerti e scarsi” ma “rappresentano una limitazione solamente parziale perchè il sistema dei consumi è tarato su guadagni contenuti, perchè sono attivi circuiti di reciprocità e di solidarietà che permettono di trovare il necessario nei momenti di difficoltà”. Altra attività comune “è quella del riciclaggio, inteso come una continua riconversione di utensili abbandonati, una riparazione di materiali in disuso, una predisposizione alla raccolta e alla riattivazione di attrezzi dormienti”.

Lavori saltuari (o, comunque, poco pagati), limitazione dei consumi, riciclaggio: tutte cose che, sulla base dell’esperienza maturata nel corso dei «miei primi cinquant’anni», non permettono di vivere dignitosamente e, tantomeno, di far fronte alle insidie della vita; tuttavia, a parere dell’autore, “la possibilità di un’economia alternativa sostenibile esiste ed è sperimentata – anche quando non ha il sostegno di leggi, associazioni, sovvenzioni – nel cuore dell’opulenza occidentale”. 

Lo scontro

“I media tendono a rappresentare il rapporto tra il «noi» e le istituzioni come uno «scontro», soffermandosi sui momenti di tensione più eclatanti. Gli incidenti di piazza, l’assalto ai negozi, il danneggiamento di banche e distributori sono posti al centro dei resoconti giornalistici sui raduni del movimento. (...) Ma il rapporto tra il «noi» e le istituzioni corrisponde alle immagini stereotipate dei telegiornali e dei quotidiani?

In contrasto con le rappresentazioni degli organi che controllano l’informazione, il «noi» ritiene di subire la violenza delle istituzioni nel quotidiano più che nelle grandi manifestazioni. Come vedremo, le provocazioni e l’invadenza degli apparati statali si dispiega con incessante regolarità: è legale, piuttosto che criminale; quotidiana, piuttosto che eccezionale; spesso burocratica, piuttosto che coercitiva. (...) Nel vissuto del «noi», il rapporto con l’ordinamento pubblico è spesso descritto in termini di «repressione» più che di «scontro». (...)

L’invadenza delle istituzioni statali è iscritta nei loro compiti e nel loro ruolo, ma viene spesso accentuata dall’arroganza degli zelanti funzionari che conducono le operazioni (...)”.

Del resto, non è solo la repressione poliziesca a essere contestata, ma anche la disciplina aziendale e, spesso, persino le normative varate, a detta di chi le ha promosse, a tutela del consumatore, del produttore e dell’ambiente: “Le direttive degli organi di governo – locali, nazionali, europei – rispetto a numerose questioni che vanno dai controlli igienici dei prodotti alimentari al divieto di esercitare forme terapeutiche alternative, dai permessi edilizi per minime modifiche architettoniche all’imposizione del copyright, sono vissute con fastidio perchè ritenute assurde, penalizzanti, impraticabili e spesso inutili. (...) Sono considerate autoritarie perchè elaborate da politici che non si sono neanche posti il problema di un dialogo con i diretti interessati, dannose perchè finalizzate a un aumento del consumo industriale, ipocrite perchè colpiscono il debole mentre permettono ai grandi potentati finanziari enormi nefandezze nella legalità”.

In ogni caso, riassume Boni, “la vigilanza a cui il «noi» è soggetto non è proporzionale né ai danni che questo circuito genera alla società – questo è spesso il discorso autolegittimante del potere statale – né è proporzionale alle infrazioni delle leggi, che pur ci sono: il «noi» infatti attiva attenzioni maggiori rispetto ad altri settori che evadono la legalità con altrettanta frequenza e provocando un maggiore danno pubblico”.

Il circuito antagonista e la politica

“La rappresentazione mediatica della militanza – prosegue l’autore - si sofferma e si esaurisce su attività riconosciute come «politiche» dalla società più ampia: le manifestazioni, i presidi, i controvertici, i sitin, gli espropri con copertura giornalistica, i blocchi del traffico, le azioni simboliche contro i simboli del capitalismo. (...) La militanza consiste, in genere, nel scegliere una sigla, tra quelle che godono di una copertura mediatica, e nel conformarsi alla linea della struttura gerarchica di appartenenza, rappresentata dal leader. (...)

I professionisti della politica, i nomi ricorrenti associati al movimento (Casarini, Agnoletto, don Vitaliano, Caruso, Farina, D’Erme, D’avossu, Morgantini, Bernocchi, ecc. ecc.) rivendicano, di fatto, con l’incessante apparizione su giornali, schermi, programmi radiofonici, di essere stati investiti di un mandato da parte del cosiddetto movimento. Mandato che, in realtà, nessuno ha mai affidato loro, se non gli organi direttivi delle loro associazioni o partiti di riferimento. (...) Quando parlano per conto del movimento, non dicono che, in realtà, la maggior parte dei manifestanti non appartiene ad associazioni, istituzioni, partiti e cartelli di associazioni – come i Social Forum – e quelli che aderiscono, partecipano spesso in modo critico e provvisorio. (...) Le pretese di rappresentanza si fondano sulla capacità di tenere una base di appoggio all’interno di una istituzione; sulla capacità di attivare eventi in cui le varie anime ufficiali del movimento si legittimano l’un l’altra; infine sulla capacità di ottenere da forze mediatiche amiche una compiacente amplificazione per le proprie iniziative tramite la copertura giornalistica”. (...)

“La rappresentazione ufficiale di cosa sia «politico» nel movimento è riduttiva perchè, in realtà, le forme di agire politico sono molteplici e non si esauriscono nelle modalità riconosciute come «politiche» dalla società e dai leader del movimento. (...) Il «noi» ridefinisce, più o meno esplicitamente, cosa debba essere considerato «politico». Politica è, innanzitutto, una presa di distanza dalla politica ufficiale. Politiche sono anche tutte le espressioni, variegate e contestuali, che ripropongono i valori di uguaglianza e solidarietà, combinati a una critica radicale dell’esistente (...). Per il «noi», la politica è potenzialmente ovunque e consiste nel condurre battaglie di testimonianza, rivendicare un sistema di valori palesemente marginale”. (...)

“Come si spiega che il «noi» è stato e rimane un circuito manifestamente minoritario e fragile se, in qualche modo, offre una prospettiva di vita più ricca ed entusiasmante? (...)

La risposta alla questione è – secondo Boni –   di  taglio  antropologico. Si vede la normalità plasmata da istituzioni che ne mantengono le caratteristiche, che inibiscono una coscienza critica e perpetuano il consenso stigmatizzando la diversità: un ordinamento sistemico che insinua il potere nel pensiero e nel vissuto quotidiano. Di conseguenza, la liberazione da questi condizionamenti è ugualmente culturale e politica: la soluzione passa necessariamente attraverso una consapevolezza dei meccanismi di funzionamento delle dinamiche del potere e per un vissuto che se ne estranei”. (...)

“Secondo alcuni – prosegue – il «noi» si colloca, in qualche modo, al di fuori di un ambito strettamente «politico» in quanto la finalità immediata, per molti, non è quella di trasformare il mondo nel suo complesso, ma di trovare uno spazio di vivibilità”. E “la percezione del «proprio» ambiente come frutto di una sorta di illuminazione riservata a pochi eletti che riescono a distinguersi da una massa di conformisti acritici e bigotti con cui non si vuole avere niente a che fare, è certamente una delle letture possibili”.

Del resto “a differenza di altri momenti storici, non si prevede che la trasformazione desiderata avverrà in un prossimo futuro” e “i tentativi di diffondere i propri valori sono frustrati dall’inaccessibilità ai mezzi di comunicazione di massa”. (...)

“L’azione politica – riassume l’autore – non è lotta per il potere, è lotta contro il potere. Il fare, il vissuto, è importante non perchè vada imposto ma perchè rappresenta un concreto sovvertimento dell’esistente. (...) Il politico per essere compreso va inserito nel vissuto ordinario. Il movimento, quindi, è la sua cultura”. (...)

“La cultura della sovversione ha una sua collocazione all’interno di catene di identità politiche ordinate per radicalità dell’alternativa e rifiuto del prevalente. Esistono divergenze ideologiche notevoli all’interno di questo frammento sociale ma anche caratteristiche comuni (...). La prassi antagonista genera ed esprime un ambiente caratterizzato da un sistema di pensiero, dalla condivisione di valori, dalla formulazione di paradigmi interpretativi comuni. Queste pratiche e questi valori, se presi singolarmente, non caratterizzano il «noi» in modo esclusivo. Non c’è un unico fattore o elemento che separi nettamente il gruppo qui descritto dagli altri. (...) Ciò che distingue il «noi» va quindi cercato nella configurazione che i tratti acquistano nella loro particolare combinazione complessiva e nel valore che il gruppo attribuisce alle sue pratiche”. (...)

 

Le conclusioni dell’autore

Si sta trattando di “una setta parassita e violenta”?

“C’è chi accusa il «noi» di avere un atteggiamento parassitario e opportunistico nei confronti della società prevalente”; e “adottando una certa ottica – scrive Boni – questa visione potrebbe trovare conferma nel fatto che questo ambiente vive su un consumo ridotto ma, forse, su una produttività ancora più bassa”. (...)

“Rispetto alla caratterizzazione di questo gruppo come violento, sorgono problemi analoghi. Esiste, e non ho cercato di occultarla in questo testo, una tendenza nel «noi» ad avere giudizi severi, e a volte frettolosi, verso il mondo prevalente proiettando pregiudizi simili a quelli che si criticano quando se ne è colpiti. Ma è riduttivo intendere la violenza solo come un’attitudine a una contrapposizione forte. Un’analisi accurata di quali sono le violenze materiali, fisiche, prodotte in questo contesto e quali quelle subite rivela un’evidente sproporzione”. (...)

Quanto alla “sintesi della proposta politica” portata avanti, l’autore rileva la mancanza di “un progetto compiuto, coerente, una visione per il futuro dell’umanità”, ritiene tuttavia che sia “proprio nel vissuto (...) che si creano le premesse, le fondamenta di una politica dell’alternativa radicale”. (...)

“La prassi – conclude, sintetizzando un ragionamento discutibile (e un po’ pericoloso) – non prevede dottrine o finalità precise. Nel fare si interviene sulla società, generando così un cambiamento che non è frutto di previsioni o modelli: i vissuti lasciano tracce, queste proiettano nel futuro dei valori che prenderanno, con lo scorrere del tempo, forme imprevedibili. (...)

Si tratta di esprimere, moltiplicare, diffondere un vissuto. Si tratta di portare avanti quella che è stata chiamata «una rivoluzione per osmosi»”.

 

Luciano Nicolini  

 

Come mai il peso politico del  «noi» è cosi poco incisivo?

Stefano Boni prova, attraverso “Vivere senza padroni”, a fare un po’ di chiarezza su quel magma indefinibile e indefinito che identifica come “sovversione quotidiana”. Un approccio alla vita “altro” rispetto ai canoni imperanti che sfugge a qualsiasi classificazione pur portando avanti una omogeneità di valori e di forma. La prosa cerca, con un taglio antropologico, di smontare luoghi comuni e pregiudizi. Il punto di vista non è giudicante e si limita a esporre e commentare l’evidenza dei fatti. L’adesione dell’autore al «noi» (così viene definita la militanza) non condiziona la chiarezza espositiva e l’imparzialità dello sguardo. Il saggio scivola leggero mettendo in evidenza contraddizioni e punti fermi. I molti aneddoti raccontati da Boni, derivanti da esperienze dirette di appartenenti al «noi», illuminano più di tanti discorsi teorici proprio grazie a un vissuto capace di dare valore e peso alle parole. Sono parecchie le considerazioni personali suggerite dal testo e probabilmente ognuno troverà elementi con cui confrontarsi per riordinare le proprie esperienze, marginali, attive oppure indirette, con il «noi». Tra le tante domande suggerite dal libro, ce n’è una, però, che si insinua in profondità più delle altre: se il contenuto del movimento (che movimento non è, ok!), la lotta contro i non-valori portati avanti da chi detiene il potere, il concetto stesso di “potere”, il rifiuto della spersonalizzazione dell’individuo,  l’importanza   della  reciprocità e della condivisione, sono principi oggettivamente giusti e difficilmente contestabili, come mai il peso politico del «noi» è cosi poco incisivo? Perché fa così poca presa sulla collettività? Perché l’immagine del “sovversivo” è così facilmente stereotipabile?

La risposta è ovviamente molto personale e obbliga il redattore a uscire dal ruolo di giornalista per entrare nei meandri del proprio vissuto. Cercando di evitare qualunque tipo di generalizzazione, posso affermare che non amare i cani, anzi, un po’ temerli, non trovare così necessari alcool e canne nei momenti di aggregazione, essere a disagio in ambienti poco puliti, considerare la legalità un punto fermo imprescindibile, sono già elementi che rischiano di creare una barriera invalicabile.  Questo, come già detto, non avviene tanto sul piano delle idee, quanto su quello della complicità che, alla fine, diventa determinante per dare sostanza all’utopia, per convogliare la molteplicità delle pulsioni verso un fine comune. Può sembrare solo questione di forma, ma nel creare uno stile di vita la forma è l’anticamera della sostanza. Non siamo solo ciò che pensiamo, troppo comodo, ma anche ciò che facciamo, diciamo, mangiamo, vestiamo, insomma, scegliamo. Non è un caso l’uniformità finto casuale che rende il più delle volte riconoscibili gli appartenenti ai gruppi di “sovversione quotidiana”. Un’altra tendenza riscontrata nei contatti saltuari e non militanti con il «noi» è quella di sentirsi costantemente giudicati, come se l’orizzontalità e l’apertura fossero una teoria incapace di scendere a patti con la realtà. Perché un uomo che lava la sua macchina con cura meticolosa è per forza un imbecille? Non è una generalizzazione, una sciocca concessione all’ideologia? Non si prende la parte per il tutto? Non sarebbe altrettanto stupido giudicare imbecille uno che si fa una canna? E poi, ancora, perché l’attivismo comporta spesso un isolamento dalla maggioranza, un vivere per forza al di fuori della società, guardandola non poi così tanto orizzontalmente? Come forma personale di protesta ritengo più efficace, ma capisco che è una questione di scelte, agire dall’interno, minando il sistema attraverso uno stile di vita che sia esempio senza per forza cedere alla provocazione, provando a scardinare certezze che derivano il più delle volte da un’assenza di consapevolezza, tentando con il dialogo di insinuare il dubbio. Oppure isolandosi, ma facendo il possibile per raggiungere un’indipendenza davvero reale. La via di mezzo, con lo sfruttamento di ciò che si contesta, rischia di portare a un’ambigua forma di parassitismo e, conseguentemente, al conflitto.

 

Luca Baroncini

Il contesto gioca un ruolo importante

Un testo da considerare, che vuole essere avalutativo e scientifico e che, salvo l'insistenza sull'avversione al servizio militare (da qualche anno non più obbligatorio), non teme confutazioni rispetto a scientificità e oggettività, almeno nell’ambito di una campionatura limitata quale quella scelta, dove il contesto (il «noi» collocato soprattutto in provincia di Siena) gioca un ruolo forte, molto importante.

Da un punto di vista più strettamente analitico, dubito fortemente del fatto che “La condivisione è un valore centrale nel vissuto quotidiano del noi”. A parte la discutibilità della categoria del «noi», in qualche modo assunta a reale, quando invece esiste - sempre che esista - solo in opposizione a un «loro»; la condivisione spesso è più conclamata che praticata: pur avendo (chi scrive, certo) molti dubbi sul libero amore, che per taluni è un'opposizione di principio al matrimonio, visto come “prostituzione organizzata” (secondo la definizione di Friedrich Engels), credo che nell’ambito del «noi», a differenza di quanto avveniva tra i compagni del Primo Novecento, i rapporti di gelosia siano oggi assolutamente prevalenti, sopprimendo ogni apertura.

Riconosco di aver fatto un esempio estrapolato dal contesto, oltre a tutto su un tema che nel libro di Boni ha peso scarsissimo, se non inesistente, ritengo però che in un’ “antropologia della sovversione quotidiana” dovrebbe avere un peso sicuramente forte, se ce l'aveva per surrealisti, situazionisti e neo (1968, 1977 e altri movimenti più recenti).

Ma rimaniamo a quanto Stefano Boni scrive: “La condivisione è un valore centrale nel vissuto quotidiano del «noi»... Di conseguenza è la sintonia, la volontà individuale collettivizzata, che permette di costruire relazioni egualitarie” (p. 25). Mi sembra piuttosto che la condivisione rimanga una finalità da realizzare, che difficilmente la prassi conferma (e difatti poi la fenomenologia descritta nel libro è abbastanza discordante dalla finalità anzidetta), mentre la volontà individuale collettivizzata appare una sorta di quadratura del cerchio, di “altro” da conseguire, di utopia, forse anche “concreta”, che possa “mordere sulla storia” (Ernst Bloch) ma non una realtà già in evoluzione, semmai appunto un obiettivo che ricorda quello bakuniano sulla libertà di ogni singolo convergente con quella di tutti (dove già in quel caso sembrano esserci non pochi problemi).

Non ho pratica di comuni / vita in comune con «noi», ma ho una certa pratica del movimento libertario e della sinistra in genere dove, accanto a spinte di nobilissima utopia e di generosità politica e sociale, nonché umana, permangono discussioni ultrapolemiche non molto diverse da quelle sul “sesso degli angeli”, improvvisi ritiri nel privato, cambi di opinione in corso d'opera etc.

Infine, peraltro apprezzando il libro come primo tentativo serio in questo senso (certo limitato a una realtà precisa, centro-italiana), ritenendo assolutamente giusto il rilievo sulla diversità del «noi» rispetto al «prima» (1968, 1977, “Pantera”), credo che sottovaluti il peso determinante delle coazioni sociali e politiche dell'oggi: rispetto a un «prima» certo non da mitizzare, oggi competitività neo-reaganiana, modelli culturali ed educativi più repressivi (anche sottilmente) di qualche decennio fa, non possono non condizionare anche il «noi», che un’ideale prosecuzione del libro di Boni dovrebbe poi studiare nel «loro», quando si sarà trasformato, si sarà adattato nel corso del contatto con la dura realtà.

E questo non “Vent’anni dopo”, à la Alexandre Dumas, ma anche solo due anni dopo,

tre al massimo. Se per la macrostoria vale in parte la “lunga durata”, per il «noi» tale durata è senz’altro molto accorciata.  

 

Eugen Galasso

Dimostrare cosa a chi?

Stefano Boni nell’introduzione di “Vivere senza padroni” annuncia le sue intenzioni: discutere del movimento della sinistra antagonista e libertaria e della sua cultura partendo dal vissuto quotidiano. La lettura mi ha portato alla mente i racconti di amici cinquantenni e oltre, che oggi rappresentano la classe dirigente italiana. E, aggiungerei, non tutti sono rimasti di sinistra… Hanno cambiato il mondo? A mio parere si sono fatti la loro esperienza di vita e alla fine hanno deciso che è meglio vivere una vita agiata che una vita di sforzi.

Con questo voglio dire che “le pratiche di vita quotidiana di chi tende a sovvertire l’ordinamento attuale” non sovvertono granchè. A volte il “Vivere senza padroni” è fare il gioco dei padroni. Il lavoro dipendente sta scomparendo perché il sistema non lo vuole, perchè incoraggiarlo? Ritengo invece importante che sul lavoro ci si unisca per chiedere condizioni decenti per tutti,  giustizia, paga accettabile ecc. ecc. Si potrebbero rimpinguare le file dei sindacati non concertativi (es. Unione Sindacale Italiana) che hanno poco sèguito proprio perchè non sostengono la politica governativa. Quindi penso che sia più importante non isolarsi ed esprimere quotidianamente le proprie idee, invece che restare rinchiusi nel proprio mondo o prendersela con quelli che rappresentano il livello più basso della classe sociale, fingendo di attaccare il sistema.

Riporto a titolo di esempio un episodio raccontato nel libro “… Sono … anche un attacco al cuore del sistema prevalente. C’è infatti spesso una scelta accurata degli obiettivi da colpire. Prendiamo, ad esempio, le azioni condotte di notte per intasare con la colla i lucchetti dei negozi di lusso. La colla blocca la serratura e il giorno dopo sarà apribile solo con l’intervento del fabbro. I sistemi di protezione della merce vengono, così, messi in corto circuito; viene messa in discussione la proprietà non rubando ma rendendo difficoltosa la riapertura del negozio. Si sigilla ciò che è già chiuso, ciò a cui comunque non si ha accesso”…

”Scelta accurata degli obiettivi da colpire”? Ma colpire chi? Mi sembra il dispettuccio del condomino verso il vicino antipatico. Con azioni del genere, a mio avviso, si creano disagi solo ai commessi dei negozi, la mattina arrivano, trovano la colla nei lucchetti, devono cercare il fabbro ecc. ecc. Saranno forse il signor Armani o i signori Dolce e Gabbana infastiditi per la colla nei lucchetti o depauperati per la parcella del fabbro? Né tantomeno saranno messe in pericolo le vendite perché tutto ciò avverrà ad apertura negozio, quando sicuramente non ci saranno le folle oceaniche a comprare beni di lusso. Capisco che è un atto dimostrativo, ma quello che non mi è chiaro è “dimostra cosa a chi?” E’ questo che mi sfugge analizzando le conseguenze del gesto. Serve solo ai giornali di infimo ordine (molti e i più letti) per sparlare del movimento e convincere la gente comune a spostarsi a destra.

 

Lucrezia Avitabile

 

Forse la differenza tra le due realtà non è poi così netta

L’opera di Stefano Boni è interessante per due motivi. In primo luogo poiché rappresenta un tentativo di descrivere una realtà sociale generalmente dimenticata, perché estremamente mutevole, spesso non riconosciuta come entità definita neppure da coloro che ne fanno parte, ma soprattutto perché “scomoda”. In secondo luogo poiché l’autore decide di descrivere questa realtà utilizzando scene di vita reale, non pretendendo di illustrare una realtà universale, quanto piuttosto uno spaccato del contesto senese in cui egli stesso vive.

Di questa cultura Boni descrive i modi di pensare e agire, le originali forme espressive e artistiche, i rifiuti nei confronti del sistema vigente nella società, il disagio di vivere in una realtà bloccata, gerarchica e costrittiva. Di notevole importanza a mio avviso è la considerazione che l’autore fa dell’aspetto politico, inteso nell’opera non come espressione della vita di partiti e associazioni rappresentative, oppure come partecipazione ad eventi di massa, come le manifestazioni, ma piuttosto in quanto realtà che si sviluppa a partire dal quotidiano, dalle pratiche di vita di tutti i giorni, dalle scelte di antagonismo ai valori dominanti. Boni è osservatore acuto, e ammette che l’antagonismo e la tendenza al rifiuto che caratterizzano questa cultura sono spesso dettati da un diffuso pessimismo che nasce dallo sconforto di vivere in un mondo “senza via d’uscita”, e sovente non riescono a trasformarsi in spinta costruttiva.

Su due aspetti dell’analisi, però, nutro alcuni dubbi. Innanzitutto viene da chiedermi se effettivamente, come dice Boni, questa realtà, che senza dubbio esiste e ha un certo peso nella società, possa essere identificata con la sinistra antagonista e soprattutto con l’ideale libertario. Il secondo, invece, riguarda più nello specifico l’analisi che Boni fa della relazione tra questa cultura e il mondo del lavoro, una relazione a mio avviso in parte descritta superficialmente, congruente con il resto dell’opera ma che forse, proprio per la sua complessità, meritava un approfondimento maggiore. L’accenno al lavoro, d’altronde, suscita in me un interrogativo più ampio, che trascende l’analisi di Boni, ma che potrebbe generare nuove riflessioni per gli studiosi della società contemporanea. Qual è il rapporto che vede di fronte da una parte la realtà descritta dall’autore, una cultura che a suo avviso rifiuta deliberatamente il lavoro stabile e monotono, sotto un padrone e un orario fisso, e che spesso vede con ostilità quei lavoratori che accettano occupazioni degradanti e oppressive, e dall’altra parte quella fascia di società, composta soprattutto da giovani che invece suo malgrado è costretta ad accettare un lavoro instabile, precario, senza sicurezza per il futuro? Forse la differenza tra le due realtà non è poi così netta, e il fatto di accettare per necessità un lavoro precario o che implichi una qualche forma di sfruttamento e costrizione, non preclude l’adesione a certi ideali e a un certo stile di vita che si oppone al sistema dominante.

 

Ilaria Leccardi

 

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