Lo scandalo delle convenzioni tra Università, Ministeri e altri soggetti

Sul valore legale del titolo di studio

Una studentessa

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Lo scandalo delle convenzioni tra Università, Ministeri e altri soggetti

La trasmissione “Report” del 28 maggio 2006, ha alzato il velo con coraggio e in modo benemerito su uno degli scandali più sconcertanti, drammatici che si possano immaginare in questa Italia scombinata ed ormai fuori di ogni controllo, in balia dello scatenamento, senza più alcun freno, degli interessi più corporativi, mettendosi sotto i piedi princìpi elementari di serietà, di competenza, di sacrificio, senza cui un Popolo, una Nazione non esistono più e vanno allo sbando.

Approfittando di un passaggio della famigerata legge di riforma Berlinguer del 1999 (che nel suo impianto confuso tanti danni, tanti guasti ha prodotto alla scuola e all’Università), che offriva una semplice “possibilità”, e di un altro comma della legge finanziaria 2001, che invece sanciva più precisamente quella possibilità, le Università sia pubbliche che private potevano, possono, attraverso convenzioni con enti pubblici e professionali (in particolare il Ministero dell’Interno per il suo personale di Polizia e amministrativo, la Guardia di Finanza, ma anche l’Inps, l’Inpdap, l’Ordine dei Giornalisti, l’Ordine dei Commercialisti e Ragionieri) riconoscere cosiddette esperienze “formative” interne, o la sola “esperienza pratica”, come equivalenti ai crediti formativi che, secondo la nuova legge di riforma universitaria, devono essere superati da chi vuole conseguire la laurea.

Casella di testo:  

Così semplici diplomati, gia fortunati di avere un lavoro, spesso entrati nel posto di lavoro non per bravura o competenza, ma per raccomandazioni, che selezionano i meno preparati, hanno la possibilità di abbreviare della metà o di più della metà il percorso di laurea, vedendosi riconosciuti crediti formativi anche fondamentali (es. di diritto o di lingue straniere) di lauree in giurisprudenza o in scienze politiche, alla faccia dei sacrifici dei colleghi o superiori di lavoro, che hanno fatto sacrifici per conseguire la laurea, dei poveri giovani senza lavoro, che stanno frequentando le Università e che si vedranno in concorrenza sleale per futuri accessi a posti di dirigenza con persone già fortunate e per nulla qualificate.

Nei prossimi anni avremo migliaia e migliaia di laureati di questo tipo, che faranno crollare in questo paese, nei livelli di responsabilità delicati, valori fondamentali di competenza, di serietà, saccheggiando solo ingiustamente pubblico denaro con i nuovi stipendi che si raggiungeranno (perché la stella polare di tutto questo gigantesco scandalo è solo questo: come salire di grado e di stipendio nel modo più comodo e facile, anche con gli altri scandalosi “concorsi interni”).

Tutto questo nel silenzio scandaloso delle stesse Università, specialmente di quelle private localistiche di basso livello formativo, che stanno proliferando (es. la recente Università Europea dei Legionari di Cristo), che hanno trovato anzi in questa scandalosa opportunità una straordinaria occasione di sviluppo e di arricchimento, dei soliti, corresponsabili sindacati, delle forze politiche direttamente responsabili di questo scandalo, sotto la pressione di interessi corporativi, delle forze culturali.

Era penoso vedere responsabili ad es. delle Università S.Pio V di Roma, creatura andreottiana, dell’Università Kore di Enna, creatura del già deputato socialista Andò, ora della Rosa nel Pugno, e docente anche della citata Università romana, o di Università pubbliche grandi, come quelle di Roma e di Torino, che non vedevano nulla di scandaloso in tutto questo mondo delle “convenzioni”, anzi ne esaltavano (!) il rilevo formativo (!), che riporta sui banchi persone che non avrebbero altrimenti approfondito o letto dei libri.

Credo che cose del genere non avvengano in alcun paese  al mondo, degne soltanto del nostro debito pubblico, il terzo del Pianeta, la cui formazione storica si deve anche a fenomeni di questo genere.

Il Partito d’Azione Liberalsocialista grida il suo NO a questo scandalo, a queste concessioni, a queste “convenzioni”, di cui richiede la totale abolizione, come richiede la più severa, dura selezione nel riconoscimento delle Università private, che, se non hanno i livelli formativi ad es. della “Bocconi”, della “Luiss”, o della stessa “Università Cattolica”, non devono poter essere aperte e anzi mantenute con pubblici finanziamenti.

 

Nicola Terracciano

 

Sul valore legale del titolo di studio

L’articolo (o comunicato?) di Nicola Terracciano, giustamente scandalizzato per l’osceno mercato che si sta facendo dei titoli di studio, offre l’occasione per parlare di alcuni problemi che mi stanno a cuore, sia in quanto operatore nel campo dell’istruzione, sia in quanto ex-pubblico dipendente, oltrechè, ovviamente, come libertario.

Parto dal problema sollevato dall’inchiesta di Report (la cui trascrizione integrale è leggibile nel sito www.report.rai.it): è giusto che particolari categorie di funzionari (a partire da quelli del ministero degli interni) e di professionisti possano ottenere la laurea sostenendo un numero di esami assai inferiore ai normali studenti?

E’ chiaro che, qualora il titolo di studio non avesse valore legale, la questione sarebbe di lana caprina. Ma così non è. In Italia il titolo di studio ha ancora valore legale: laurearsi significa ottenere un titolo preferenziale (o esclusivo) per occupare determinate posizioni lavorative o svolgere determinate professioni.

Dunque, la questione si pone: è giusto che si possa ottenere la laurea sostenendo un numero di esami assai inferiore ai normali studenti?

Credo proprio di no. E non perchè chi da anni svolge un determinato lavoro non possa essere assai più preparato di chi ha frequentato un corso universitario ma, semplicemente, perchè essere laureati significa soprattutto aver seguìto un determinato percorso di studi. Chi, per motivi di lavoro, non ha la possibilità di seguirlo, deve poter sostenere gli esami e laurearsi ugualmente, ma non può pretendere di laurearsi senza aver frequentato i corsi e senza neppure aver sostenuto i relativi esami! 

Quanto all’esperienza lavorativa, ritengo che, nei concorsi pubblici e nelle pubbliche graduatorie, debba essere tenuta in grande considerazione ma, appunto, come “esperienza lavorativa”, non come “titolo di studio”.

A questo punto, ci si potrebbe chiedere:  non sarebbe  meglio abolire completamente il valore legale del titolo di studio?

Personalmente, lo ritengo inopportuno. L’esperienza accumulata mi porta infatti a pensare che i pubblici concorsi siano facilmente pilotabili, e che il principale limite all’arbitrio dei commissari stia nella necessità, da parte del candidato, di essere in possesso di determinati requisiti e, innanzitutto, di determinati titoli di studio. E’ vero che la richiesta di essi non garantisce la regolarità delle fasi successive (motivo per cui ritengo che i “pubblici concorsi” dovrebbero essere sostituiti da “pubbliche graduatorie”), ma è molto probabile che la mancata richiesta segnerebbe il trionfo dell’arbitrio più assoluto (e del conseguente nepotismo).

Un’ultima considerazione: le università private, quali che siano i livelli formativi che garantiscono, non dovrebbero poter essere aperte, né mantenute, con pubblici finanziamenti. L’ideale, a mio parere, sarebbe che non fossero neppure “riconosciute“. La scuola privata infatti, ha un valore, come luogo di sperimentazione di nuove forme di trasmissione del sapere, solo se del tutto indipendente da quella pubblica.

 

Luciano Nicolini

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