2° Biografilm Festival

Biografilm Festival: le tende - Foto Luca Baroncini 2006

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Bologna – 7/11 giugno 2006

“Una vita non basta”

In tempi in cui i festival chiudono per mancanza di fondi, fa piacere che il Biografilm, alla seconda edizione, confermi invece vitalità e competenza. Nato da una costola del “Future Film Festival” (il Direttore Artistico Andrea Romeo è stato uno dei fondatori della manifestazione sulle nuove tecnologie applicate al cinema) il Biografilm affronta i primi caldi, da sempre nemici del cinema (ma quest’anno le condizioni climatiche hanno dato una mano) e l’indolenza del pubblico, sempre più curioso sulla carta, meno quando l’evento non è gratuito oppure modaiolo, con un programma solido e ricco di sezioni accattivanti. Un felice punto di incontro tra il nuovo che avanza e il vecchio che non smette di insegnare, confermato anche dai differenti formati delle pellicole presentate nella prima giornata di festival: il più che desueto Super8 per i rari materiali d’epoca relativi alle primissime produzioni Disney; il 16 mm per i trailer di alcuni “peplum” (i film storici basati sulla mitologia greco-romana) interpretati da Moira Orfei agli inizi degli anni Sessanta (un vero spasso per gli amanti del trash); il 35 mm per le anteprime, senza però disdegnare anche supporti alternativi come il Dvd (con buona pace dei puristi del cinema in pellicola).

Siccome anche l’occhio vuole la sua parte, e la società “The Culture Business”, organizzatrice del festival, è specializzata nella produzione di eventi culturali con una particolare attenzione per l’immagine, la cornice del Biografilm Festival ha avuto modo di distinguersi anche per l’atmosfera informale ma elegante del “Biografilm Village”, allestito con estro dagli scenografi bolognesi Tinti & Vriz nella piazza della Manifattura delle Arti: tovagliette di vero prato appoggiate su tavoli impreziositi da grandi lampadari; piccole tende da circo per contenere ospiti e curiosi; un grande schermo dispensatore di continue sollecitazioni visive.

Ma di cosa si occupa il festival? Il titolo è molto eloquente e racchiude la voglia di raccontare storie di vita, dalle più comuni alle più peculiari, attraversando passioni, gioie, sogni, conquiste, ma anche violenze e orrori. Una ghiotta opportunità di percorrere differenti generi cinematografici, perché una vita può essere narrata con stili agli antipodi, prediligendo la linearità o il flusso di coscienza, evocando oppure spiegando, optando per la commedia o cedendo al dramma, cercando comunque tracce di verità nella finzione. 110 i titoli iscritti alla selezione ufficiale del festival, di cui dieci partecipanti al concorso. Si comincia con Sobhraj – o come essere amici di un serial killer, ritratto del mefistofelico Charles Sobhraj, per alcuni uno spietato assassino, per altri un carismatico faccendiere, accusato di avere ucciso, nei modi più efferati e con la complicità della prima moglie, una cinquantina di persone. Il documentario di Jan Wellman abusa di un montaggio frenetico e di stacchi sonori ad effetto (sullo stile del televisivo “Le iene” per intenderci) e dà l’idea di non avere  sempre sufficienti elementi per fornire un profilo esaustivo, ma alcuni momenti lasciano il segno, come il fuori campo nell’intervista al presunto serial killer in prigione, in cui lo stesso Sobhraj concorda le domande  e  anticipa  le  risposte evidenziando un calcolo preciso  per forzare  l’emotività  del pubblico. Ma in concorso c’è spazio anche per Sam Rodia, il costruttore, con materiali residuati da lavori di scavo e demolizione, delle originali Watts Towers di Los Angeles, sulla cui creatività è incentrato il documentario di Edward Landler e Brad Byer I Build the Tower. E pure per Vera von Lehndorff, più nota come Veruschka, la prima modella a raggiungere   la  fama  internazionale e già nel firmamento delle celebrità a soli  vent’anni, musa di Salvador Dalì e attrice per Michelangelo Antonioni in “Blow Up”. Il documentario, diretto da Paul Morrissey e Bernd Bohm è Veruschka - a Life for the Camera e ripercorre le fasi principali della vita della modella iniziando dall’infanzia e attraversando le tappe della notorietà fino a una rinascita come artista indipendente. L’originalità è invece   il  piatto  forte   di You’re Gonna Miss Me di Keven McAlester, incentrato su  Roger Kynard “Roky” Erickson, un pioniere del rock psichedelico che da 12 anni vive con quattro radio, tre televisori, due amplificatori e un piano elettronico, tutti contemporaneamente accesi e al massimo volume. Ma la selezione ufficiale permette di entrare anche in vite meno eclettiche, ricche e scintillanti. In Estamira, di Marcos Prado, la protagonista è una donna di 63 anni affetta da schizofrenia che da vent’anni vive e lavora in un centro di raccolta e smaltimento rifiuti a Rio de Janeiro. Grazie alla sua forza di volontà, a un’energia che pare inesauribile e al carisma riesce a sopravvivere in un luogo inospitale come il Jardin Gramacho. Oltre al concorso sono numerose le sezioni parallele dai titoli sfiziosi, forse un po’ troppo anglofoni, a volte leggermente menagrami. “Morte ogni pomeriggio” prevede un confronto con l’evento della morte attraverso quattro appuntamenti pomeridiani con il documentario: l’ultima settimana di libertà, prima della prigione, di una donna che ha ucciso il padre (il norvegese My Beloved Child), il modo estremo di reagire alla notizia di una grave malattia (The Self-Made Man), la risposta vitale all’infermità causata da un suicidio fallito (Learning to Swallow) e il testamento in video di un padre malato al figlio di un anno (“Josh’s Trees”). Più ottimista la sezione “Winners & Losers” che propone, alla mezzanotte di ogni giornata, un ritratto di personalità capaci di affrontare vittorie e sconfitte inseguendo un sogno, un progetto o accarezzando un’illusione. Dall’epica storia di rivalsa di un contadino americano che dopo aver abbracciato il movimento hippy torna alla fattoria di famiglia trasformandola in una comune (The Real Dirt on Farmer John di Taggart Siegel), al detentore del titolo mondiale  di  mangiatore  di ostriche (Crazy   Legs  Conti: Zen & the Art of Competitive Eating di Chris Kenneally e Danielle Franco). Numerose anche le celebrazioni, da Walt Disney a Enzo Ferrari, le anteprime, gli omaggi e gli eventi speciali. Il più divertente è sicuramente quello che apre il festival, il documentario Amore e fiori, titolo che anagrammato si tramuta in Moira Orfei, colei al quale il mediometraggio è affettuosamente dedicato. I due registi, Carlo Bevilacqua e Francesco Di Loreto, colgono l’occasione per farsi raccontare dal più famoso personaggio italiano circense, una vera icona pop, la vita nomade di chi il circo lo ha scelto per tradizione familiare e per istinto. Molti dimenticano, e il documentario lo ricorda, che Moira Orfei è stata anche attrice di cinema, con ben 47 film all’attivo, in maggior parte trascurabili (“Il trionfo di Ercole” e “Rocco e le sorelle” tra gli altri), ma con pure qualche classico indimenticabile come “Profumo di donna”, di Dino Risi, e “Signore e Signori” di Pietro Germi. L’opera alterna estratti dai film, interviste alla diva, che si lancia in aneddoti spassosi raccontati con il consueto disincanto, spezzoni d’epoca, oltre a numeri acrobatici ed esibizioni del “più grande spettacolo del mondo”. Un’ora che scivola leggera presentata dai due registi e dalla stessa Moira Orfei che con l’abituale simpatia, a 75 anni suonati con l’inconfondibile “còfana” e l’abito tutto lustrini, si gode il bagno di folla offertole dal festival. Poi si spengono le luci, il brusio sfuma in silenzio, lo schermo si accende e la propria vita può essere messa tra parentesi per un po’, lasciando che si accendano i riflettori su un altrove prezioso e comunicativo.

 

Luca Baroncini

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