![]() |
|
![]() |
Somalia: avanzano i fondamentalisti Sconfitti i “signori della guerra”, sono divenuti i padroni di Mogadiscio E’ curioso: in Italia non si parla mai delle nostre ex colonie. Non si parla dei crimini che gli Italiani hanno commesso quando spadroneggiavano, non si parla dei loschi affari che hanno continuato a fare dopo che sono stati costretti a conceder loro l’indipendenza, dello stato disastroso in cui tali paesi, con la parziale eccezione della Libia, si trovano. E’ stata la televisione del Qatar Al Jazeera ad aggiornarci, pochi giorni fa, sugli ultimi sviluppi della guerra in Somalia: Mogadiscio, la capitale, è passata sotto il controllo delle milizie fondamentaliste musulmane (wahhabite). Lo ha annunciato Sherif Ahmad, capo delle Corti islamiche, dopo la decisiva vittoria di Balad contro le truppe dei signori della guerra coalizzati dal governo statunitense nella “Alleanza contro il terrorismo”. Sherif Ahmad, il vincitore, ha promesso un governo pluralista, in modo da porre le basi del passaggio degli ex-miliziani avversari nel proprio campo e da poter trattare con il sedicente governo nazionale di Ali Mohammad Ghedi, insediato all’estero, nella capitale kenyota Nairobi, con succursale a Baidoa (250 chilometri a ovest di Mogadiscio).Nel suo messaggio, interpretabile come una richiesta di negoziato con l’esecutivo fantasma, dice: “Le Corti islamiche riunite non sono interessate a proseguire le ostilità e realizzeranno pace e sicurezza dopo i cambiamenti ottenuti con la vittoria del popolo sostenuta da Allah”. Ghedi, dal canto suo, ha sùbito spiegato che il suo governo lavorerà ora con le Corti per ristabilire l’ordine nella capitale, in cui non si è mai riunito. Sherif Ahmad, leader delle Corti islamiche, ora padrone di Mogadiscio, proviene dalla regione di Al Mahadi, dov’è nato 42 anni fa, figlio dello sheikh Mahmoud, a suo tempo a capo della corrente islamica Al Idrisia. Nel 1992 si è trasferito in Sudan a studiare all’università di Kardafan, poi nel 1999 in Libia, dove si è laureato in giurisprudenza alla Al Maftuha. E’ stato segretario generale dei circoli somali all’estero, per poi rientrare in patria e diventare, nel 2002, giudice della Corte islamica della regione di Shabelle e, nel 2004, capo dell’Unione di tutte le corti. Queste, apparse nel 1994 a Mogadiscio, hanno avuto un grande sviluppo negli ultimi due anni, arrivando a svolgere la funzione di veri e propri organi di governo. Undici in tutta la capitale, sono riunite attorno al Consiglio supremo dei tribunali islamici della Somalia. In assenza di un sistema giuridico, regolano i rapporti tra le persone applicando la legge islamica. Su alcuni siti somali è possibile vedere le pene a cui vengono sottoposti i condannati: pratiche come la lapidazione in pubblico o l’accoltellamento da parte di un parente della vittima sembrano essere normale amministrazione. La composizione dei tribunali è varia: ci sono uomini di fede, estremisti, ma anche affaristi. Il loro portavoce, Sharif Ahmad, in passato, si era scagliato contro il capodanno («I musulmani - che hanno un calendario differente - non possono festeggiare due volte. Chi vi parteciperà sarà severamente punito»), contro il cinema durante il periodo di ramadan e addirittura contro un’emittente televisiva che aveva pubblicizzato i preservativi. Siamo dunque di fronte a una nuova affermazione del fondamentalismo islamico che, dopo la vittoria di Hamas in Palestina, continua ad espandersi. Il nuovo equilibrio di forze stabilitosi a Mogadiscio non è gradito al governo statunitense che, forse non a caso, nei giorni successivi, ha cantato vittoria con gran clamore per sottolineare l’eliminazione, in Irak, del fondamentalista Al Zarqawi, come se questa potesse compensare la perdita di Mogadiscio e gli smacchi subìti quotidianamente a Baghdad e a Kabul. Nel farlo, ha affermato tranquillamente che, insieme a lui, avrebbero perso la vita altre sei persone, fra cui una donna e un bambino, e che i due F-16 che avrebbero bombardato la casa isolata in cui si trovavano, non erano sicuri che nell’edificio ci fosse anche Al Zarqawi. Tutto ciò, naturalmente, non è sfuggito alle popolazioni locali, il cui odio nei confronti degli occidentali aumenta giorno dopo giorno. I governanti degli USA e i loro alleati sembrano non capire che, estirpando dai loro paesi le idee socialiste, hanno estirpato l’unica ideologia esportabile nei paesi poveri, regalando le popolazioni che le abitano all’oscurantismo religioso; che preferendo l’usura alla solidarietà internazionale, le stanno spingendo ad affidarsi alle reti d’assistenza gestite dai fondamentalisti; che violando quotidianamente ogni diritto umano forniscono il terreno di coltura a ogni genere di terrorismo. O forse lo capiscono, ma non danno importanza alla cosa: forse pensano che l’unico pericolo, per loro, sia la Cina, e che qualsiasi mezzo vada bene pur di impedirle l’accesso alla fonti energetiche. Ma la Cina continua a crescere ugualmente, e i popoli dei paesi poveri ci odiano sempre più.(redazionale) Vigilia elettorale in Messico tra vecchie tendenze e possibili cambiamenti Dopo le recenti elezioni in Perù, che hanno dato la vittoria al moderato Alan García, il continente americano si prepara ad un nuovo appuntamento elettorale. Il 2 luglio si svolgeranno le elezioni presidenziali in Messico. A contendersi il posto che dal 2000 è di Vicente Fox, membro del conservatore Partido Acción Nacional (PAN), saranno il nuovo candidato del PAN, Felipe Calderón, e l’ex sindaco di Città del Messico, Andrés Manuel López Obrador, detto Amlo, candidato del Partido de la Revolución Democrática, PRD, di centro-sinistra. Altri candidati, meno accreditati dei precedenti, sono Roberto Madrazo, del Partido Revolucionario Institucional (PRI), di centro-destra che mantiene la maggioranza in Parlamento, Roberto Campa, della Nueva Alianza (PNAL), partito nato da una scissione dal PRI, e Patricia Mercado, candidata socialdemocratica del Partido Alternativa Sociademócrata y Campesina (PASC). Se i sondaggi inizialmente favorivano Obrador, oggi danno Calderón in recupero, portando i due candidati ad una sostanziale parità attorno al 35% delle preferenze. Il rappresentante della sinistra, pur non avendo lo stesso carisma o la stessa spinta innovatrice di personaggi come il presidente del Venezuela Chávez o quello della Bolivia Morales, sembra essere un’alternativa alle politiche portate avanti in questi anni da Fox, il quale a detta di molti non ha saputo mantenere le promesse fatte alla vigilia della sua elezione. Obrador, facendo sue le cause della giustizia sociale e della limitazione delle privatizzazioni, utilizzando lo slogan “Per il bene di tutti, prima i poveri”, e potendo contare su un buon operato come sindaco della capitale, trova consensi soprattutto nella classe media e in diverse fasce della popolazione più disagiata, ma allo stesso tempo è sostenuto da uno degli uomini più ricchi ed influenti del Messico, Carlos Slim, proprietario di reti di distribuzione e alimentazione. Calderón, invece, punta più che altro sulla mano dura contro la delinquenza e sull’apertura alla privatizzazione e alla concorrenza in un campo delicato come quello petrolifero, dove finora nessuno, neanche Fox, si è ancora azzardato a mettere la PEMEX, l’industria petrolifera di stato, sul mercato. Altro tassello importante del programma politico del candidato del PAN è la collaborazione indiscussa con gli Stati Uniti.
La campagna elettorale è stata dura fin dal principio, soprattutto per Obrador, che ha dovuto affrontare attacchi da diversi lati. In principio è stato il presidente uscente Fox, appoggiato dal Parlamento, a provare ad escluderlo dalla corsa alla presidenza, con l’approvazione nell’aprile 2005 di una risoluzione che toglieva ad Amlo l’immunità parlamentare e lasciava aperte le porte ad un processo per l’accusa di aver fermato la costruzione di una strada di accesso ad un ospedale di Santa Fé. Un processo che, benché di minima importanza, avrebbe escluso Obrador dalla possibilità di candidarsi. Ma sono stati i milioni di suoi sostenitori scesi in piazza in segno di protesta a fare rivedere al Parlamento il provvedimento e a permettere ad Obrador l’effettiva candidatura. Obrador ha dovuto far fronte anche ad uno strapotere televisivo delle forze a lui contrapposte. Le due più importanti televisioni private messicane, Tv Azteca e Televisa, sono infatti chiaramente schierate al fianco di Calderón. E questo soprattutto dopo che, nel marzo scorso, con i voti di PAN e PRI il Parlamento ha varato una legge sul riordino televisivo che di fatto concentra nelle mani dei due grandi network la possibilità di controllare le concessioni per nuove piattaforme di diffusione di segnale e di raccogliere la pubblicità televisiva. Infine, un importante attacco a Obrador è giunto da un soggetto politico che gode di una forte presa sull’opinione pubblica, soprattutto internazionale, il subcomandante Marcos, leader storico del movimento zapatista, che adesso ha assunto il nominativo di “delegato zero”. Benché Marcos si sia fortemente opposto al tentativo di “desafuero” del Parlamento nei confronti di Obrador, ha criticato fortemente quest’ultimo accusandolo di essere una pedina dell’imperialismo il cui obiettivo sarebbe proseguire e rafforzare le politiche neoliberiste. È per questo che, al fianco della campagna elettorale ufficiale, il subcomandante e il suo movimento hanno dato il via ad una campagna alternativa che, pur non puntando alla conquista del potere, si è posta come fine l’unione di varie realtà nazionali e movimenti di sinistra, per creare un blocco di opposizione al sistema vigente, di stampo pacifista e non violento. Le forti critiche al candidato del PRD sono emerse ancor più prepotentemente il 9 maggio passato, nel corso di un’intervista concessa da Marcos proprio alla televisione privata Televisa, critiche che hanno toccato con termini molto forti ma solo di striscio gli altri candidati. La sfida per Obrador non sarà dunque semplice. Ma la sua eventuale vittoria, la prima di un candidato di sinistra dopo 70 anni di dominio del PRI e 6 di presidenza Fox, potrebbe essere un passo importante per l’emancipazione del Messico, primo paese di lingua spagnola del continente per popolazione ed estensione geografica, dal controllo degli Stati Uniti. Inoltre, in molti sperano che una sua elezione possa portare una soluzione alle questione delle emigrazioni di massa che ogni anno portano migliaia e migliaia di cittadini messicani in territorio statunitense.
Ilaria Leccardi
|
||