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di Laurent Cantet con Charlotte Rampling, Louise Portal, Karen Young “Le buone maschere sono mischiate alle cattive, ma tutti portano una maschera”. È quello che dice una donna di Haiti ad un uomo a cui vuole vendere la figlia quindicenne nella sequenza di apertura. E maschere sono i protagonisti del film di Laurent Cantet, che abbandona il mondo del lavoro, dopo “Risorse umane” e il toccante “A tempo pieno”, per affrontare il difficile rapporto tra carne e potere. La vicenda è ambientata negli anni Ottanta ad Haiti, durante il regime di violenza e repressione di “Baby Doc” Duvalier, e si sofferma su tre ricche signore nordamericane in vacanza di piacere, alla ricerca di avventure con i disponibili locali. Ma Cantet non è interessato a giudicare il turismo sessuale e non si sostituisce al libero arbitrio dello spettatore. Con molta più efficacia indaga, con la consueta pacatezza, sulle psicologie dei personaggi. La regia è al servizio del racconto e privilegia, piuttosto che i movimenti della macchina da presa, la direzione degli attori e la costruzione di un punto di vista. Senza offrire soluzioni, però, ma ponendo lo sguardo su una realtà evidenziandone le contraddizioni. Grazie alla sceneggiatura (dello stesso Cantet con Robin Campillo), i caratteri delle tre protagoniste sono ben delineati e solo in apparenza etichettabili (la volitiva, la simpatica, la depressa). Ognuna porta una maschera dietro cui nasconde insicurezze e frustrazioni e al riparo della quale non vede, o non si rende conto, di come il disagio sociale bussi alle porte del villaggio vacanze. Nel momento in cui alle rivalità affettive (due di loro sono invaghite dello stesso ragazzo) il copione affianca un timido approfondimento della realtà locale, il film perde il suo centro, e la complessità della materia arriva sfocata. Il contrasto tra chi ha soldi, e quindi potere, e chi non ha nulla, se non la bellezza, era già sufficientemente forte per connotare l’ambiente con chiarezza, mentre gli sviluppi drammatici finiscono per aggiungere poco. Perfetto il trio di attrici in cui si distingue la luminosità di Charlotte Rampling, che quando appare domina la scena. Luca Baroncini di Liz Friedlander con Antonio Banderas, Yaya DaCosta, Rob Brown Sembra l’ennesima variante di “Saranno famosi”, con i poveri ma bravi alla loro grande occasione, ma la storia è tratta, si suppone con parecchia libertà, dalle gesta di un personaggio vero. I corsi di ballo da sala (foxtrot, valzer, tango, rumba, per intenderci), organizzati da Pierre Dulaine per ragazzi con problemi alle spalle, sono infatti una realtà. Nelle mani della sceneggiatrice Dianne Houston e della regista Liz Friedlander, l’interessante spunto diventa un edificante quanto convenzionale compitino in cui i buoni sentimenti hanno il sopravvento, la durezza della vita resta solo un contorno e i cliché hollywoodiani hanno la meglio. Il protagonista, un Antonio Banderas in parte ma privo di ironia, assume senza troppe sfumature il ruolo di paladino dei perdenti e lotta come un cavaliere senza macchia per dare a ragazzi, ricchi di talento ma privi di speranza, la grande opportunità di credere in qualcosa. L’idea del ballo come zona franca della vita, in cui la crudeltà del quotidiano ha modo di dissolversi tra le note musicali calciata via da un passo di danza, non è certo nuova, ma si lascia guardare con spensieratezza. La sceneggiatura alterna banalità (l’ostilità iniziale che si trasforma in passione, le caratterizzazioni stereotipate dei personaggi), luoghi comuni (possibile che nei bassifondi tutti, ma proprio tutti, sappiano ballare?), passi falsi (lo studente che si presenta a casa del professore per confidare il suo amore nei confronti della grassotta del gruppo) e improbabilità (come fanno a raggiungere tutti un livello tecnico così elevato?). Ma ha anche il pregio di saper dare plausibilità ad alcune situazioni soffermandosi sui dettagli con un’attenzione superiore alla media. Quanto alla regia, ammicca al videoclip e insiste un po’ troppo sulla contrapposizione degli stili e delle classi sociali, frammentando in eccesso le sequenze ballate, ma ha il merito di trovare una misura non disprezzabile nel ridurre l’enfasi e la retorica del riscatto. Tanto che il film finisce con ottimismo senza però che il vincitore assoluto della gara venga comunicato al pubblico. A dimostrazione, una volta tanto, che partecipare credendo nelle proprie capacità è già per davvero un risultato.
Luca Baroncini di Pedro Almodòvar, con Penelope Cruz e Carmen Maura Forse è stato un po’ troppo esaltato dalla critica, ma rimane un buon film. Pedro Almodòvar non sempre riesce ad essere originale (ma, ci prova?), tuttavia il mestiere non gli manca, e il risultato è assicurato. Siamo, quasi inutile dirlo, in Spagna. La protagonista si trova alle prese con un grosso guaio e, proprio in quel frangente, dovrebbe recarsi al paesello natìo per partecipare a un funerale. Ci andrà la sorella, e qui cominciano ad accadere cose strane. La trama è avvincente, e alla fine tutto troverà spiegazione; il messaggio sta nel titolo: volver (= tornare). Brave le protagoniste, giustamente premiate, collettivamente, al festival di Cannes; bravissima Penelope Cruz anche se nel “citare” la Loren ne riproduce pure i difetti di recitazione.
Lucrezia Avitabile di John Turturro con James Gandolfini, Kate Winslet, Susan Sarandon “Il film più brutto in concorso – scriveva Luca Baroncini, di ritorno dal festival di Venezia – è però “Romance and Cigarettes” di John Turturro, un musical sguaiato e mai liberatorio che fa del turpiloquio la sua primaria ispirazione e pare una versione americana dei cinepanettoni natalizi di Boldi e De Sica”. Purtroppo sono andata a rileggere la sua spietata critica solo dopo averlo visto. L’avessi fatto prima, avrei evitato un bidone! Il musical, ambientato negli USA, narra la storia di un operaio arrapato (come tutti i maschi del film) conteso tra un’amante a dir poco intraprendente e una moglie furibonda. Vi risparmio il finale che, peraltro, avrebbe potuto risparmiarci anche l’autore, visibilmente preoccupato di approdare a una conclusione perbenista. Modeste le interpretazioni. Della pellicola si salva soltanto qualche battuta (ma proprio poche) ed alcune buffe reinterpretazioni di classici della musica leggera.
Lucrezia Avitabile |
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