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Calcio: il gioco più bello del mondo (o quasi) Riesce veramente difficile pensare all’Italia senza pensare anche al gioco del calcio. Noi maschi, in particolare, abbiamo cominciato a giocarlo quando eravamo bambini, sfiancandoci in interminabili partite, abbiamo sognato di diventare campioni, anche nei casi in cui la mancanza di talento era evidente, abbiamo seguìto, col cuore in gola, le partite della nazionale, o della squadra preferita. Eppure, le prime squadre di calcio, in Italia, furono fondate sul finire dell’Ottocento, e il gioco diventò popolare soltanto nel periodo fra le due guerre mondiali. Che cos’è che lo rende così attraente? C’è chi dice si tratti del nuovo "oppio dei popoli": in parte è vero, e i padroni di tutto il mondo ne hanno fatto largo uso per addormentare le masse. In Italia, poi, siamo andati oltre, quando, da strumento di distrazione dalla politica, il calcio si è trasformato, grazie alla felice intuizione di Berlusconi, in strumento per conquistare il consenso. Si è così giunti alla creazione di un partito politico, "Forza Italia!", nato ricavando la propria denominazione da uno slogan da stadio, che ha lungamente gestito il paese come si trattasse di una squadra di calcio (e non aggiungo altro). Ma non c’è soltanto questo dietro alla passione che il gioco suscita. Non riesco a togliermi dalla testa che dietro ad essa si nasconda, almeno per quanto riguarda i maschi, l’istinto atavico della caccia di gruppo. In fondo, i nostri antenati, cacciatori e raccoglitori, trascorrevano buona parte del loro tempo in campagna a rincorrere una preda, oggi trasformata in pallone di cuoio. E poi, nel gioco del calcio, c’è anche lo scontro, sia pure ritualizzato, tra due gruppi, quella voglia di guerra tribale che, piaccia o meno, molti si portano dentro, e che è buona cosa si manifesti in modo sano e sostanzialmente innocuo. Fatto sta che milioni di persone, in un modo o nell’altro, lo giocano, e che ammontano a decine di milioni gli Italiani che, durante le partite più importanti, restano incollati davanti al televisore per assistere allo spettacolo, certamente, ma anche per sapere chi vincerà. A quanto pare, però, da molti anni a questa parte, c’era chi lo sapeva in anticipo, quantomeno in prima approssimazione, e magari ci scommetteva pure sopra. Una bella presa in giro! Gente che compra costosi biglietti, che segue i giocatori in costose trasferte, che si scontra con i tifosi della squadra avversaria, che torna a casa con la testa fasciata, e tutto questo per sostenere una squadra che, magari, è già sconfitta in partenza. Data l’importanza che il gioco del calcio ha assunto nel nostro paese, ci sarebbe stata da aspettarsi un’insurrezione popolare simile a quella cui assistemmo qualche anno fa quando, nella vicina Albania, crollarono le "finanziarie truccate". E invece non è successo proprio niente. I tifosi hanno continuato ad andare allo stadio e, addirittura, a festeggiare le "vittorie" e a piangere le "sconfitte" delle squadre preferite: siamo davvero messi male... Come mai? "Ma perchè lo sapevamo tutti!"- E’ la risposta che viene fornita dal tifoso all’incauto intervistatore. "In Italia è tutto truccato: festival, concorsi, elezioni, appalti. Perchè mai le partite di calcio avrebbero dovuto essere immuni? Tutti sappiamo che l’Italia è in guerra. Ci sarà da stupirsi quando un giudice originale manderà un avviso di garanzia al presidente accusandolo di aver violato la costituzione? No di certo. E ci sarà da stupirsi se, alla faccia della costituzione e del giudice, la guerra continuerà? No. Il presidente non finirà di certo in galera; i militari, al massimo, saranno spostati su un altro fronte; e al giudice, momentaneamente accusato dai giornali d’essere un fazioso comunista, nessuno darà ascolto, in attesa che passi a occuparsi di qualcosa di più utile a chi comanda". Sperando che i giornali riescano a convincere delle nostre intenzioni pacifiche anche il nemico... "I giornali? A proposito: credete che non sappiamo che tutti quanti, da Libero al Manifesto, sono largamente finanziati dallo stato, quando non direttamente dalla pubblicità dei grandi gruppi industriali? E che scrivono solo ciò che devono scrivere? Lunedì 22 maggio quasi tutti i quotidiani riportavano in prima pagina la foto di Erika uscita dal carcere per giocare una partita di pallavolo. Non sappiamo se fosse truccata anche quella, ma è certo che sono truccati i vostri giornali. O dobbiamo pensare che tutte le redazioni, ciascuna per conto suo, abbiano deciso che la notizia fosse così importante da finire in prima pagina?" Beh, veramente Cenerentola non prende soldi da nessuno, soltanto dai suoi pochi lettori. "E si vede il risultato! Chi volete che compri un giornale così..." Luciano Nicolini Le novità degli ultimi tempi sembrano provenire dall’America Latina. Nuovi governanti si stanno facendo strada e stanno contribuendo a cambiare il volto di quel continente. Da Kirchner in Argentina a Chavez in Venezuela, da Palacio in Equador fino a Morales in Bolivia. Le politiche che stanno portando avanti sono piuttosto variegate ma, per trovare un fattore comune, vi è una caratterizzazione di fondo che è il nazionalismo e la dichiarata intenzione di aiutare i settori di popolazione più indigenti. Non è difficile interpretare queste scelte come una reazione (per certi versi auspicabile) a quanto ha dovuto subire il continente sud americano nel corso degli ultimi decenni. Vai a giocare nel tuo cortileL’America Latina è stata definita il “cortile di casa” degli Stati Uniti. La definizione consegue alla cosiddetta “dottrina Monroe” (1823 – l’America agli Americani), che esprimeva l’idea che gli Stati Uniti non avrebbero tollerato nessuna interferenza o intromissione nell’emisfero occidentale da parte delle potenze europee. Questa dottrina fu intesa dai sui ideatori come un proclama degli USA contro il colonialismo, ma in seguito fu interpretata da Theodore Roosevelt come la libertà, per gli USA, di praticare una propria forma di colonialismo nel continente americano. Non è evidentemente possibile trattare questa materia in dettaglio. È tuttavia chiaro che la colonizzazione dell’America Centrale e Meridionale da parte degli Stati Uniti abbia costituito una dei fattori chiave che spiegano il successo degli USA nella competizione geo politica mondiale. Infatti l’accesso alle materie prime dell’America Latina, l’uso di un intero continente come mercato di sbocco per la propria produzione industriale e il controllo dei traffici che passavano per tutto l’emisfero occidentale (vedi anche il canale di Panama) hanno permesso agli Stati Uniti di diventare una potenza a proiezione mondiale. Sangue latino Nel perseguire il loro disegno colonialista, gli USA hanno potuto contare sull’appoggio di una classe dirigente locale largamente corrotta e predatrice. Lo scambio prevedeva che gli yankee fornissero protezione economica e militare alle classi al governo, in cambio dell’allineamento di quegli stati all’interno dello schieramento USA. Nessuna deviazione da questa linea era consentita. Da qui una lunga serie di golpe, guerre civili e operazioni pilotate dai servizi segreti per combattere qualsiasi ipotesi di allentamento della dipendenza geo politica e geo economica dell’America Latina. Unica eccezione fu Cuba dove, un po’ per la sottovalutazione del fenomeno Castro (che ha goduto, prima di prendere il potere, di una certa benevolenza da parte degli USA), un po’ per l’intervento dell’Unione Sovietica (allora ancora all’apogeo della sua potenza) non si intervenne efficacemente. Il colonialismo USA ha prodotto società con enormi disparità sociali, incapaci di un serio sviluppo economico, ostaggio di militari tanto feroci e sanguinari quanto corrotti e incompetenti. Il tributo di sangue pagato dai progressisti in questi paesi è stato spaventoso e, purtroppo, senza decisive conseguenze dal punto di vista della creazione di una mentalità democratica condivisa. La riscossa A partire dal crack argentino, vero e proprio atto di guerra finanziaria portato avanti dagli USA contro il pericolo di un avvicinamento economico tra quel paese e l’Unione Europea, allora percepita come un pericoloso concorrente, qualcosa è cambiato nel comportamento delle classi dirigenti di molte nazioni sudamericane. Ancora una volta è il mutato equilibrio geo politico mondiale che permette a numerosi governi dell’America Latina una maggiore libertà d’azione. L’emergente potenza economica cinese ha permesso a Brasile e Argentina di stipulare importanti accordi di commercializzazione delle loro materie prime e delle loro produzioni agricole, in cambio di svariate centinaia di miliardi di dollari di investimenti cinesi. Il vertiginoso aumento dei prezzi delle materie prime (petrolio in primis), determinato dallo scontro in atto tra USA e Cina per il loro controllo, ha inoltre permesso a molti di questi paesi di godere di un cospicuo aumento degli introiti. Più denaro, connesso con una maggiore libertà d’azione, ha creato una condizione in cui diventava possibile fare cose che prima erano più difficili. Rivoluzione populista?Tutti questi avvenimenti destano gli entusiasmi di una rilevante parte della sinistra italiana. Vi è chi sostiene che si sia all’inizio di un processo storico di emancipazione delle popolazioni latino americane, grazie proprio ai provvedimenti che i governi populisti stanno mettendo in atto. Dopo il fallimento del comunismo sovietico, la vanificazione della socialdemocrazia ad opera della globalizzazione e l’evaporazione della cosiddetta terza via del Pci (per i pochi che se la ricordano, era l’inizio degli anni ’80), il populismo sta cominciando una nuova storia in America Latina? Purtroppo non credo sia così. Pur giudicando opportune molte iniziative intraprese (la nazionalizzazione di petrolio e gas, la pubblicizzazione di risorse come l’acqua, i programmi di assistenza sanitaria e di istruzione) è bene avere in mente che il populismo non è certo un fenomeno nuovo in quel continente. Ci siamo già dimenticati di Peron? O del fatto che il Messico è stato governato per decenni da un cosiddetto “Partito Rivoluzionario Istituzionale”? Hugo Chavez, tanto caro a molti terzomondisti nostrani, è un colonnello dell’esercito con un brillante passato di golpista e spende una discreta quota della rendita petrolifera venezuelana andando in giro per il mondo ad acquistare armi. Il problema è che, salvo poche eccezioni, le dittature che hanno governato per decenni quei paesi hanno impedito che si costruissero società basate su valori democratici, e, a maggior ragione, che si sviluppasse un consistente tessuto di autorganizzazione solidaristica tra i lavoratori. Il populismo e le riforme pilotate dall’alto rappresentano una “scorciatoia” verso una maggiore giustizia sociale che, storicamente, non è mai durata oltre i contingenti interessi dei nuovi governanti. Ben vengano dunque le leggi che possono migliorare le condizioni di vita di quelle popolazioni. Ma occorre appoggiare senza indugi quelle forze, come i movimenti libertari, che si adoperano per costruire una solida (e reale) base per lo sviluppo sociale ed economico.
Toni Iero |
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