Stati Uniti: un Primo Maggio particolare

Le elezioni italiane secondo il Guardian di Luciano Nicolini

 

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Stati Uniti: un Primo Maggio particolare

Oltre un milione di immigrati sono scesi in piazza.

Il Primo Maggio 1886, a Chicago, durante la lotta per la conquista delle otto ore come limite massimo dell’attività lavorativa giornaliera, la polizia sparò contro gli scioperanti. Seguirono manifestazioni di protesta. Cinque lavoratori anarchici: George Engel, Adolphe Fisher, Louis Lingg, Albert Parsons e August Spies, vennero arrestati, condannati a morte e impiccati. In onore dei cinque martiri di Chicago, il Primo Maggio verrà dichiarato giornata di Sciopero Internazionale.

Dovranno passare molti anni perchè, in alcune nazioni, diventi giorno festivo (in Italia ciò avvenne nel 1950, pochi anni prima che il papa inventasse "S. Giuseppe lavoratore"). Ma, in molti paesi, il Primo Maggio è tuttora giorno feriale: chi lo vuole festeggiare è costretto a scendere in sciopero.

E’ quello che è successo pochi giorni fa negli USA: da Los Angeles a San Diego, oltre un milione di immigrati, in gran parte di origine sudamericana, sono scesi in piazza contro le nuove norme sull’immigrazione. Chiedono la legalizzazione della loro posizione lavorativa e civile, ed avevano deciso, in occasione del Primo Maggio, di non andare al lavoro, disertare le scuole, non fare acquisti e dare vita a grandi manifestazioni.

Le cifre ufficiali parlano di più di un milione di partecipanti, ma sono sicuramente errate per difetto. Innanzitutto, perché provengono da stime fatte dalle polizie di alcune delle città in cui si sono svolti i cortei. In secondo luogo, perché non c'è stato un vero conteggio a livello nazionale: la stima è stata costruita sulla base delle telefonate che l’Associated Press si è presa la briga di fare.

La concentrazione più grossa è stata registrata a Los Angeles, dove sono state contate - secondo la polizia - almeno 400.000 persone, seguita da Chicago (300.000), dove Polacchi e Irlandesi si sono uniti al corteo, New York (100.000), Santa Fé (50.000), Denver (50.000), Houston (30.000).

Praticamente ovunque sono stati segnalati seri problemi negli alberghi; la Tyson Foods, una delle maggiori industrie della carne, ha avuto una produzione ridotta in tutto il suo centinaio di stabilimenti ed è stata costretta a chiuderne una dozzina, mentre una delle sue concorrenti, la Perdue, ha dovuto chiudere 8 dei suoi 14 stabilimenti, e i 29 di un’altra concorrente, la Chipotle Mexican Grill, sono stati chiusi. Tutti chiusi anche gli stabilimenti della Goya, un’altra industria alimentare, ma in questo caso è stata la proprietà che lo ha deciso, "per solidarietà", come hanno detto i suoi dirigenti. Solidarietà è venuta anche dalla società di fast food McDonald’s.

I due porti più importanti del paese, quelli di Los Angeles e Long Beach, hanno registrato un’astensione dal lavoro del 90 per cento, mentre i cantieri edili sono stati disertati dalla metà degli operai. Nelle scuole, la "giornata senza immigrati" ha avuto grande successo: pare che un ragazzo su quattro abbia rinunciato alle lezioni per partecipare alle manifestazioni.

A quando una "giornata senza immigrati" anche in Italia?

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Le elezioni italiane secondo il Guardian

Centro destra e centro sinistra lottano all’ultimo voto perchè i loro programmi sono troppo simili

Non è la prima volta che commentiamo i risultati delle elezioni che si sono svolte il 9 e il 10 aprile. Lo abbiamo fatto sul numero 78 di Cenerentola, redatto all’indomani del confronto elettorale, e ancora sul numero 79, concludendo che, a prescindere dal governo che si formerà, l’Italia sta vivendo una crisi strutturale del proprio sistema produttivo, e che se ne può uscire solo con un salto in avanti, non tornando all’epoca dei padroni delle ferriere.

E’ stato pubblicato, nel frattempo, sul quotidiano inglese The Guardian (moderatamente di sinistra) un articolo di Jonathan Freedland intitolato Le elezioni italiane come sintomo di un’era di stasi. Vediamo un po’ che cosa si pensa di noi al di là della Manica.

«Se esiste un settore mondiale che necessita di essere ristrutturato – inizia l’articolo - questo è sicuramente il settore degli exit-poll. Lunedì scorso, le prime proiezioni davano Romano Prodi in corsa per una sicura vittoria su Silvio Berlusconi. Non appena il giorno è diventato notte, il margine di vittoria si è ridotto allo spessore di un’ostia, con solo un decimo di punto percentuale a separare i due leader.

Una quindicina di giorni prima, gli exit-poll avevano attribuito 33 seggi al partito israeliano Kadima, un numero che nel giro di una mattinata si sarebbe ridotto a 28. E non dimentichiamoci del 2 novembre 2004, la serata in cui le società di rilevazione statunitensi avevano consacrato John Kerry come presidente degli USA.

Così gli Italiani si sono svegliati con un risultato vago, incerto, privati della chiarezza garantita la sera precedente. Tuttavia, i progressisti del paese sul loro bicchiere di champagne avevano lasciato una macchia evidente, qualcosa da celebrare c’era comunque: il congedo anticipato di Silvio Berlusconi. (...)

In tanti criticano la sua alleanza con i razzisti e i neo-fascisti, la sua volgarità nell’etichettare i suoi oppositori come "coglioni", il suo egotismo rampante manifestato dalla chirurgia estetica e dai trapianti di capelli, dal suo paragonarsi prima a Napoleone e poi a Gesù.

Ma due sono stati i motivi che hanno suscitato costernazione ancora più grave. Primo, l’assoluta fedeltà di Berlusconi all’amministrazione USA più di destra che ci sia mai stata, che ha portato il primo ministro italiano a seguire la Casa Bianca in una guerra impopolare; secondo, la sua incarnazione in una cultura di corruzione, il suo sdegnoso disprezzo per le regole legislative – che in svariati tentativi ha cercato di modificare a suo piacimento per proteggersi dalle accuse della magistratura.

L’idea fondamentale su un magnate dei media il quale controlla il 90% dell’etere televisivo italiano, sull’uomo più ricco d’Italia, sul capo del governo, era quella di una vita pubblica corrosa. La sua uscita di scena, se a tutti gli effetti così sarà, istantaneamente renderà il civile Stato italiano un luogo più pulito».

Mi permetto di avere qualche dubbio. Non sono in tanti (forse, neppure la maggioranza) a criticare la sua alleanza con i razzisti e i neo-fascisti, e pure a criticare la sua volgarità; quanto poi al ricorso alla chirurgia estetica e ai paragoni con Gesù e con Napoleone, più che sollevare critiche, fanno sorridere.

Ben pochi Italiani si scandalizzano per la fedeltà di Berlusconi all’amministrazione USA e, per ciò che riguarda la corruzione e il disprezzo per le regole, ci siamo fin troppo abituati. Quasi nessuno, in coscienza, è certo che l’uscita di scena dell’ex primo ministro (se ci sarà) renderà il paese più pulito.

Ma, procediamo nella lettura...

«Indubbiamente, l’esito elettorale ha diviso in due l’Italia: il Belpaese oggi diventa la più recente democrazia matura a rappresentare una nazione spaccata a metà. Negli Stati Uniti le due coalizioni politiche nel 2000 hanno marciato testa a testa con la corsa alla Florida, mentre nel 2004 a fare la differenza sono stati soltanto i 60.000 voti dell’Ohio. Lo scorso autunno i Tedeschi hanno dato vita al loro proprio fotofinish, e oggi il risultato italiano dà in vantaggio la sinistra rispetto alla destra di appena 25.000 voti.

Potrebbe trattarsi di uno scherzo dell’aritmetica, o potrebbe realmente essere che tutte queste società sono di fatto spaccate in due. I divari culturali che separano gli stati USA "rossi" da quelli "blu" sono ben conosciuti. L’Italia è sicuramente meno polarizzata: nord e sud, religioso e laico, ricco e povero, sinistra e destra, tutte queste divisioni sono profondamente e storicamente intrecciate. (...)

L’aspetto più comune è la paralisi che sembra aver colpito le tre nazioni principali dell’Europa continentale. In Germania, in Francia e in Italia, la classe politica (guidata dagli affari) si è convinta dell’essenzialità della richiesta di un rimedio specifico per gestire le loro economie sofferenti. Tempo fa, gruppi elitari conclusero che queste economie avrebbero dovuto sottoporsi a una ristrutturazione radicale, a una liberalizzazione delle loro industrie e dei loro mercati. Esiste una varietà di nomi atti a descrivere tale processo – "thatcherismo", "blairismo", "neoliberalismo" o ancora "modello anglosassone" – ma i vertici di Berlino, Parigi e Roma non hanno dubbi riguardo a una radicale riorganizzazione per sopravvivere nella giungla mondiale globalizzata da India e Cina.

Il problema è che i cittadini della "troica europea" rifiutano di sottomettersi a questo trattamento speciale, anche a costo di far fallire le elezioni – come è successo in Germania, dove la vittoria iniziale di Angela Merkel si è trasformata nella più meticolosa delle vittorie di Gerhard Schroder. Oppure, la gente scende in strada, come è appena successo in Francia, dove il primo ministro Dominique de Villepin è stato forzato a far cadere il suo modesto progetto di rendere i Francesi sotto i 26 anni più licenziabili e quindi più attraenti per i datori di lavoro. Ad ogni modo, i cittadini non permetteranno ai loro leader di imporre le loro "essenziali" riforme thatcheriane.

Comunque, questi elettori sono costretti a non essere rappresentati neppure da una chiara alternativa di sinistra – in parte a causa del fallimento dei progressisti di tutto il mondo ad articolarne una; questi sanno a cosa sono contrari, ma devono ancora dare vita a un programma che articoli le idee a cui sono favorevoli.

Il risultato diventa quello di una situazione stagnante, ripetutamente rispecchiata dal ballottaggio, e l’Italia ne è un caso emblematico. In pochi negano i problemi che caratterizzano l’Italia: l’anno scorso la crescita economica è stata pari a zero; il debito pubblico è stato maggiore del prodotto interno lordo; l’Italia ha speso 45 miliardi di euro l’anno soltanto per il pagamento degli interessi. Berlusconi, che ha promesso di creare per l’Italia lo stesso miracolo che ha creato per se stesso, ha presieduto un paese in declino in quasi tutti gli indicatori importanti, dalla produttività alla competitività.

E la visione a lungo termine è persino peggiore. Le più grandi industrie italiane sono le tessili, i calzaturifici e le imprese del settore del mobile, aree in cui Cina e India possono facilmente vincere sul prezzo. (...) È opinione diffusa che qualcosa dovrà cambiare se non si vuole che l’Italia trascorra il ventunesimo secolo affondando.

L’elettorato non ha ancora scelto in maniera chiara. Da una parte, "il caso neoliberale" non è stato discusso efficacemente. Il più temibile fautore del libero mercato, Berlusconi, ha promesso una più forte protezione sociale e un incremento del piano di pensionamento statale, non una diminuzione. Nel frattempo, era il socialdemocratico Prodi a richiedere un taglio della somma che i datori di lavoro pagano per la sicurezza sociale dei loro lavoratori. Ognuno cercava d’indossare i panni dell’altro, e questo sia perché entrambi erano a capo di grandi coalizioni da far rimanere unite, sia perché la destra italiana non ha offerto un vero programma tatcheriano, temendone un rifiuto da parte dell’elettorato. Così, i partiti hanno fondamentalmente cercato di tutelarsi dai rischi, e gli elettori anche.

Ma se la destra ha fallito nell’offrire un programma chiaro, così ha fatto la sinistra, la quale non si è caratterizzata per una sua propria distinta visione – una visione che avrebbe potuto opporsi all’ideologia neoliberista delle privatizzazioni e delle liberalizzazioni. Non è solo un problema italiano: la sinistra mondiale, la cui autorevolezza è naufragata dal 1989, soffre di un’incapacità di proporre una visione coerente per quanto riguarda la politica economica, di avanzare un chiaro sistema alternativo da proporre agli elettori. (...)

Così, come dimostrano il caso della Germania, della Francia e adesso anche dell’Italia, la risposta thatcheriana alla globalizzazione è temuta dagli elettori; tuttavia, è evidente come agli stessi elettori manchi una chiara ed efficace alternativa per cui votare.

E non avete bisogno di un exit-poll per sapere che la situazione si protrarrà fino a quando le persone al potere rimarranno più o meno le stesse».

Questa, sì, mi sembra un’osservazione acuta: centro destra e centro sinistra lottano all’ultimo voto non perchè il paese sia spaccato bensì perchè i loro programmi si somigliano troppo! Il "liberismo" della destra altro non è che capitalismo, temperato però da una serie di provvedimenti necessari per non perdere il consenso popolare; e capitalismo è anche ciò che viene propagandato dalla sinistra, anche se (parzialmente) mascherato da slogan solidaristici ereditati dalla tradizione del movimento operaio. In fin dei conti non è certo neppure che il centro sinistra metta in cantiere provvedimenti meno antipopolari di quelli di Berlusconi...

Occorre, oggi più che mai, offrire un’alternativa al capitalismo, alternativa che non può essere altro che il socialismo libertario, a patto che lo si sappia articolare in maniera precisa e convincente, e lo si presenti senza nascondere che per la sua realizzazione sarà necessario un cambiamento profondo, non tanto dei nostri comportamenti sociali (che pure dovranno cambiare, ma senza bisogno di creare "l’uomo nuovo") quanto delle nostre abitudini consumistiche, per mantenere le quali continuiamo ad essere schiavi della classe dirigente statunitense.

Anche su questo, centro destra e centro sinistra non sono differenti: fino a che gli Italiani desidereranno questo genere di consumi, consumi che sono garantiti dal predominio statunitense, l’Italia (ma lo stesso discorso vale, anche se in misura minore, per l’intera Europa) non potrà che essere il suo fedele alleato.

Luciano Nicolini

 

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