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di Atom Egoyan con Kevin Bacon, Colin Firth, Alison Lohman Una delle più crude ed efficaci pellicole USA degli ultimi anni, scritta (traendola da un romanzo d’autore quasi ignoto) e diretta da Atom Egoyan, regista di origini armene; racconta della morte di una studentessa, innamorata di un attore -cantante famoso negli anni 1950, quando lavorava in coppia con un altro attore -cantante. Sullo sfondo, un "finto"- lo è, ma non vorremmo dir troppo - suicidio, una notte con la star. "False verità", basato sull’uso intelligente dei flash-back, dell’ellissi, molto meno della metafora, perché tutto è detto - ricostruito, finisce per non essere né un thriller, né un legal-thriller né un film di genere. La crudezza delle scene di sesso è all’interno di una concezione disperata della vita, in una società in cui tutto viene occultato. La mafia, nella gestione/ripartizione dei poteri, si unisce al moralismo sessuale "puritano" ma con molte eccezioni, il riferimento a eventuali casi reali importa o meno, l’insabbiamento della "verità" soprattutto e sopra tutto... Da non perdere, questo film "terribile", con le sue verità false ma dure, specie quando si scoprono /svelano. Le musiche, quelle del rock and roll, ma anche "White Rabbit", dei "Jefferson Airplane" e della "divina" Grace Slick, sullo sfondo atrocemente "innocente" di una recita scolastica di Alice nel paese delle meraviglie.. Eugen Galasso di Oskar Roehler con Christian Ulmen, Moritz Bleibtreu, Franka Potente Due fratellastri, stessa madre frichettona e giramondo e padre diverso, sono cresciuti nell’assenza dei genitori e hanno finito per prendere strade agli antipodi. Uno è diventato un valido biologo molecolare che riesce a dettare le basi per la pratica scientifica della clonazione idealizzando la vera felicità nell’assenza del contatto fisico. L’altro è un professore sposato e con figlio incapace di venire a patti con le proprie pulsioni. Per uno il sesso è trascurabile e si ritrova vergine a quasi quarant’anni. Per l’altro il sesso è un’ossessione, un bisogno imprescindibile in grado di condizionare qualunque scelta. Il film di Oskar Roehler, tratto dal famoso romanzo omonimo di Michel Houellebecq, è il ritratto pessimista e spesso sopra le righe di due personaggi originali e interessanti. Non capita di frequente di trovare un protagonista destroide e razzista con cui poter simpatizzare. Difficile anche incontrare una sessualità mostrata senza ombra di moralismo. Più incline alla convenzione la personalità geniale e anafettiva del fratello studioso che ha fatto del silenzio la sua cifra espressiva. Nonostante le iperboli nelle caratterizzazioni, comunque, entrambi i protagonisti, legati indissolubilmente dalla voragine affettiva subita nell’infanzia, offrono appigli all’identificazione. La prima parte, la più riuscita, alterna piani temporali diversi per delineare le psicologie e motivare gli stati d’animo. Attraverso episodi scollegati tra loro, e permeati da una vena cinica e grottesca, si ha modo di varcare la soglia dell’infelicità dei personaggi, di entrare in contatto con il loro dolente sentire. L’unica speranza è offerta dallo specchiarsi in un amore puro e non giudicante, ma la sceneggiatura, pur non azzerando la positività delle prospettive, le riduce notevolmente. La seconda parte inciampa infatti in alcuni luoghi comuni della grevità e il destino pare accanirsi un po’ troppo sui protagonisti e sul loro futuro, fino a un finale decisamente sottotono. Vincitore dell’Orso d’Argento e del Premio per la Migliore Interpretazione Maschile al Festival di Berlino, il film gode della forte presenza scenica di Moritz Bleibtreu, capace di eccedere con misura senza scadere nella caricatura. Luca Baroncini di Chris Columbus con Anthony Rapp, Rosario Dawson, Adam Pascal Dell’omonimo musical è già stato detto tutto: grande successo in tutto il mondo, 4 Tony Awards, un premio Pulitzer, il talentuoso compositore Jonathan Larson che muore a soli 36 anni per un aneurisma senza poter vedere la prima dello spettacolo. Anche la storia è nota: un gruppo di squattrinati artisti alle prese con droga e Aids sul finire degli anni Ottanta a New York. L’ispirazione dichiarata è "La Bohème" di Puccini, ma l’opera sembra più una versione aggiornata all’aria crepuscolare di fine millennio dei frichettoni di "Hair". Come spesso accade, il cinema non si lascia scappare l’occasione di ancorarsi a un immaginario già consolidato. Il rischio è come al solito molto grande a causa delle tante esigenze da conciliare: non deludere i severissimi fans e conquistare nuovi spettatori. Il non facile compito viene affidato a Chris Columbus, regista di indubbia professionalità ma dallo stile tutt’altro che personale. Il risultato, ammantato da un’aria retrò che lo rende già in partenza un po’ datato, è un’onesta trasposizione, scolastica e in alcuni passaggi un po’ piatta, ma apprezzabile per la capacità del regista di mettersi da parte. Columbus segue fedelmente il testo di partenza senza azzardare modifiche sostanziali e si impegna per rendere reale ciò che le scenografie di uno spettacolo teatrale si limitano a suggerire. Per il resto non azzarda punti di vista inediti, ma ammicca al video musicale pre-Mtv e lascia che il musical cammini sulle proprie, solide, gambe. La matrice teatrale si sente, soprattutto nelle riprese girate in studio, ma la forza delle musiche e dei testi ha modo di arrivare. Il merito è in gran parte del trascinante cast, lo stesso degli spettacoli di Broadway con l’eccezione della grintosa Rosario Dawson, perfetto nel trasmettere l’energia dei personaggi, conflittuali, problematici, autodistruttivi, probabilmente anche un po’ schematici, ma dall’incontenibile e contagiosa vitalità. Tra i numeri da ricordare, il frizzante "Tango Maureen", coreografato con eleganza, e lo scoppiettante "La Vie Bohème", particolarmente debitore nei confronti degli hippy di "Hair". Accolto da critiche feroci e poco amato dal pubblico, "Rent" in pellicola ha forse il difetto di arrivare fuori tempo limite per agganciare il pubblico contemporaneo, ma si rivela uno spettacolo più che dignitoso fedele allo spirito del musical da cui trae origine. Luca Baroncini di Marco Bellocchio con Sergio Castellitto, Donatella Finocchiaro, Sami Frey, Gianni Cavina. "Il regista di matrimoni" conferma la capacità di Sergio Castellitto di interpretare i personaggi ideati da Bellocchio, così Ernesto Picciafuoco il protagonista di "L’ora di religione" diventa Franco Elica. Un regista che lascia Roma per sfuggire materialmente ad uno scandalo di un’incriminazione per violenza sessuale e per scacciare il dolore che ha provato per il matrimonio religioso della figlia. Approda in una Sicilia fatta di mare, di barocco, di crocifissi (anche pirotecnici), di madonne piangenti, di conventi, di processioni, di donne obbedienti. Il matrimonio è il filo conduttore del film, la parola a volte è confusa con funerale, il matrimonio definito come la "tomba dell’amore". Il regista ha pensato la trama a Scilla, ispirato da una coppia di sposi che obbedisce ciecamente all’operatore che girava il classico filmino di nozze e con questo film ha voluto opporsi al conformismo del rito che opprime la libertà individuale. Nella narrazione Franco Elica, da regista dei "Promessi sposi", si trasforma in una specie di "Innominato", si innamora di Bona, la figlia del principe di Palagonia, e cerca di impedire un matrimonio ordinatole dal padre per motivi di interesse. Con un’alternarsi di fantasia e realtà felliniana, fino a sbalordire lo spettatore, Bellocchio si scaglia contro le parrocchie religiose e politiche; efficace lo slogan più volte ripetuto: "In Italia sono i morti che comandano". Dopo i differenti possibili finali proposti dalla pellicola, si esce dal cinema confusi e divertiti. Come dire: però… ci vuole l’amatore! Lucrezia Avitabile |
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