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  LA LEGISLAZIONE     OPERAIA

di Nino Samaja

Nino Samaja (1875-1959) fu, fino alla seconda guerra mondiale, militante anarchico. Iscrittosi successivamente al Partito Socialista divenne, nel dopoguerra, vicesindaco di Bologna. Il documento qui presentato, da lui scritto in francese nel 1902 (e pubblicato in italiano nel 1906 da "Il pensiero" ), illustra efficacemente i ragionamenti che, all’inizio del ‘900, furono alla base del grande sviluppo dell’anarcosindacalismo.

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Sembra inevitabile che l’esperienza in materia sociale non debba servire che a coloro che la fanno direttamente. A questa conclusione, - e per quanto scettica sembri, non è meno vera, - deve giungere chiunque osservi attentamente l’ evoluzione storica del movimento operaio in Europa.. Infatti, ogni movimento compie, indipendentemente dall’ esperienza fatta da altri, l’ evoluzione seguente:

1° il movimento operaio sogna prima d’ogni altra cosa una conciliazione impossibile tra gli interessi dei capitalisti e quelli degli operai. Le sue richieste sono molto modeste, la maniera di farle molto umile: la sua pazienza sembra non aver limiti. Ogni operaio ascolta con attenzione benevola e segue esattamente i dettami del prete; saluta rispettosamente il carabiniere che ha l’incarico, secondo la finzione sociale, di mantenere l’ordine sociale nell’ interesse di tutti. Bisogna che il padrone, che ha tanto cuore, riduca i salari o licenzi gli operai, perchè questi ultimi comincino a dubitare della sua umanità; che il prete approvi senza condizioni ogni atto, anche il più odioso, del padrone, perchè essi scoprano la sua vera funzione; e che il carabiniere tratti molto brutalmente gli operai in tempo di sciopero, perchè questi lo riguardino come un istrumento di violenza in difesa dello sfruttamento capitalista.

2° Il movimento operaio si rivolge allora alla buona volontà ed onnipotenza dello Stato. Ma le sue speranza venendo ancora e continuamente deluse, lo sfruttamento degli operai impiegati dello Stato essendo più duro di qualsiasi altro sfruttamento d’iniziativa privata, egli finisce col perdere ogni fiducia anche nello Stato.

3° Allora diviene completamente autonomo e non fida più che nelle sue sole forze e nella propria iniziativa.

Oggigiorno sono queste ultime due tendenze che si disputano il terreno del movimento operaio in quasi tutti i paesi di Europa. Val dunque la pena di discutere la loro importanza e l’opera loro.

Noi poniamo come condizione indispensabile alla vita normale del movimento operaio la sua neutralità assoluta sul terreno politico. Infatti, gli operai sono divisi da questioni e differenze di religione; di nazionalità, di opinioni sociali, e non hanno che un terreno comune d’azione: la difesa ed il miglioramento delle loro condizioni di salariati. E’ possibilissimo che un operaio religioso limiti il suo ideale all’aumento del suo salario e alla diminuzione delle ore di lavoro; ma non è meno vero che un miglioramento di esistenza produce una benefica influenza su chi ne gode. Del resto il miglioramento progressivo delle condizioni del salariato, reso necessario dalle esigenze sempre crescenti d’una vita civile, conduce alfine alla soppressione del guadagno del capitalismo ed alla eliminazione della sua classe, come tale, della vita sociale. L’operaio social-democratico può augurarsi uno Stato economico regolante le condizioni della vita futura, e invece l’operaio socilaista-anarchico affermare come ideale l’associazione libera degli sforzi pel godimento comune a tutti dei beni della vita. Per tutti e tre la lotta di ogni giorno contro il padrone è comune, e, siccome l’operaio credente s’è persuaso che non le preghiere miglioreranno la sua condizione, l’esperienza sola potrà giudicare dell’efficacia degli altri due metodi che si contendono il terreno: da una parte l’organizzazione economica che conduce all’intervento dello Stato nei conflitti fra capitale e lavoro e nella produzione; dall’altra parte l’organizzazione economica per la lotta diretta contro il capitale e lo Stato che ne è l’instrumento d’ inganno e di violenza.

Questa esperienza è stata già fatta, e si son già costruite su di essa, o meglio sulla sua interpretazione, numerose teorie.

Nessun miglioramento, tanto sul terreno politico come sul terreno economico, è stato mai conquistato senza l’uso della forza, in tutte le età della storia. Jhering, il sapiente giurista tedesco, l’aveva già affermato: "Tutti i diritti del mondo sono stati conquistati lottando: tutti i principii importanti di diritto hanno dovuto cominciare con l’essere strappati a quelli che vi si opponevano, ed ogni diritto, diritto d’un popolo o di un individuo, presuppone che si sia costantemente pronti a difenderlo."

Del resto, ogni operaio che militi da qualche tempo nel movimento sindacale possiede una esperienza personale a questo proposito.

Tutta la storia della civiltà europea riposa su questo principio. Gli esempi ed i loro insegnamenti che si potrebbero pubblicare su tale argomento abbondano; noi siamo però forzati a limitarci a qualcuno di essi.

Durante l’inverno del 1897-98 il pane costava caro in Italia; in certe città si vendeva fino a 50 e 60 centesimi il chilogramma. Gli operai vivevano nella miseria più desolante, per causa della disoccupazione forzata che ogni inverno regna abitualmente in Italia; ed il governo continuava a percepire il diritto di dogana di sette lire e mezza al quintale sul frumento importato nel regno.

Sintomi di malcontento cominciavano a farsi sentire; i deputati socialisti- democratici, come sempre, domandarono alla Camera dei deputati, per voce dell’on. Agnini, di abolire o almeno di ridurre il dazio di dogana sull’ importazione del grano. Ma, naturalmente, il governo non pensò neppure a discutere la proposta di legge dei socialisti. Gli operai anarchici, invece, sostenevano nel loro giornale l’Agitazione di Ancona la necessità dell’ azione diretta del popolo per mettere un limite ai furti dei protezionisti italiani.

L’esperienza dei fatti diede ragione a questi ultimi. Dopo le dimostrazioni operaie, cominciate in Ancona il 12 gennaio 1898, il governo si affrettò a ridurre per decreto reale il dazio di dogana da sette lire e mezza a cinque lire per ogni quintale di grano.

Questo insegnamento ebbe la sua conferma nell’arresto in massa degli anarchici di Ancona ed in un processo odioso che loro si intentò, sotto l’accusa di aver formata una associazione a delinquere, a causa della attitudine da essi assunta di fronte alle rivendicazioni popolari. Quando più tardi, nel maggio, le dimostrazioni popolari si fecero più vivaci, il dazio sul grano fu tolto provvisoriamente del tutto, procedendosi nel tempo stesso a quelle persecuzioni e repressioni la cui memoria ormai è inseparabile dal nome di quell’annata.

E, per restare sempre in Italia, ecco due altri esempi: il ministero Rudinì fu obbligato nel 1897 a ritirare un progetto di legge sul domicilio coatto politico, già approvato dal Senato. Il paese aveva manifestato in modo diretto la sua riprovazione contro quel progetto, senza ricorrere ad alcuna petizione più o meno parlamentare.

L’altro esempio è anche più adatto alla dimostrazione del nostro asserto. Spesso dai social-democratici si attribuisce all’ostruzionismo parlamentare la conservazione delle magre libertà politiche di cui l’Italia gode tuttora. Costoro errano di molto.

L’ostruzionismo parlamentare non riuscì che a sostituire alla reazione militare del generale Pelloux la reazione ipocrita del senatore Saracco. Chi scompigliò, poco dopo, la reazione italiana fu il proletariato di Genova. Il prefetto di questa città aveva sciolta la camera del lavoro; e fu lo sciopero generale, proclamato malgrado gli intrighi dei politicanti, che obbligò il ministero Saracco a dare le dimissioni ed il ministero susseguente a rispettare il diritto di associazione degli operai.

Or sono alcuni anni, gli operai del Belgio intrapresero una campagna in favore del suffragio universale (questo esempio, che discutiamo dal solo punto di vista del metodo, non impegna affatto la nostra opinione sul suffragio universale). I governanti fecero i sordi, ridendosi di tutti i discorsi parlamentari. Quando l’agitazione divenne però abbastanza violenta, e lo sciopero generale scoppiò, e l’insurrezione convertì in campo di battaglia le vie delle principali città, allora il governo consentì l’allargamento del suffragio.

Le condizioni di vittoria negli scioperi possono poi, sotto un altro punto di vista, delucidare meglio il problema. E’ evidente che la durata della resistenza operaia non è che un debole fattore di vittoria per gli operai; i capitalisti possono, nella generalità dei casi, aspettare assisi a tavola molto più degli operai, torturati dalla fame, la fine dello sciopero. Non neghiamo, d’altra parte, le circostanze speciali, come la situazione del mercato, il numero delle ordinazioni, la quantità dei prodotti accumulati nei magazzini ecc., circostanze che gli operai non devono trascurare. Ma il fattore preponderante della vittoria è la forza di intimidazione che gli operai spiegano di fronte alle classi possidenti, sia generalizzando lo sciopero, sia con la energia manifestata con il loro atteggiamento ribelle.

Gli esempi in appoggio a questa affermazione abbondano in tutti i paesi. Ci limiteremo a citare due scioperi tipici scoppiati in Inghilterra, la nazione di cui l’ organizzazione operaia è nota per la sua potenza in tutto il mondo.

Si conosce lo sciopero dei docks del 1889. Gli operai avevano assoluta necessità di vincere; e lottarono perciò contro ogni sorta di ostacoli che loro si pararono dinanzi. Avvennero dimostrazioni tumultuose; gli addormentatori di professione dovettero tacersi, la borghesia comprese quale tempesta ben più grande si sarebbe scatenata se avesse ancora resistito, e cedette. Lo sciopero fu vittorioso.

Alcuni anni più tardi, nel 1897, i meccanici organizzarono uno sciopero monstre. Il movimento si limitò a questo mestiere e tutto si svolse nella calma più assoluta. In tali condizioni la disfatta non era che questione di tempo, la lotta essendosi ingaggiata tra le casseforti ben piene dei capitalisti e la cassa di resistenza degli operai. Lo sciopero inghiottì qualche milione raccolto fra gli operai di tutto il mondo e finì, naturalmente, con la vittoria dei capitalisti.

Consideriamo ora la questione a proposito della legislazione del lavoro e dell’ arbitrato più o meno obbligatorio.

Anzitutto, intendiamoci, se noi combattiamo la legislazione del lavoro, non per questo siamo avversari di ceri miglioramenti che la legislazione del lavoro sanziona contro l’interesse degli operai.

In questa disamina non ci porremo che da un punto di vista pratico, senza servirci delle obiezioni teoriche, come sarebbe per esempio quella, che ècattiva tattica rafforzare lo Stato quando se ne desidera la sparizione.

La legislazione del lavoro si applica all’igiene delle fabbriche e alle ore di lavoro, da una parte, all’organizzazione operaia dall’altra. Nel primo caso si constata che i miglioramenti contenuti nelle leggi sul lavoro sono stati in principio conquistati dagli operai, per entrare in seguito nel diritto pubblico. I minatori di Durham e di Northumberland in Inghilterra conquistarono essi, prima che una legge intervenisse in questo senso, con viva lotta la giornata di sette ore e mezza e di sei ore e mezza. Medesimamente, i rilegatori di Londra, i muratori di Barcellona, e parecchie altre categorie di operai sindacati in tutto il mondo.

D’altra parte, le leggi cosiddette sociali, votate dai diversi parlamentari sotto l’ impressione d’una sommossa presto repressa o per scopi elettorali, non sono applicate che a una sola condizione: che gli operai sieno pronti a levarsi, con lo sciopero, contro le violazioni che il padrone non mancherà di fare alla legge. In prova porteremo qualche esempio. Nel 1848, il ministero di Luigi Blanc in Francia, promulgò, dopo le giornate rivoluzionarie, una serie di leggi sul contratto di lavoro, sul lavoro delle donne e dei fanciulli e l’igiene delle fabbriche. Nessuna di queste leggi fu applicata; e gli operai delle diverse corporazioni dovevano ricordarle nelle loro rivendicazioni in occasione di ogni sciopero.

In Australia, la giornata di otto ore fu decretata per legge fin dal 1856. Nella città di Melbourne, nel 1859, 11 fabbriche soltanto la applicavano; nel 1869, 12; nel 1891 ne troviamo solamente 60. Intanto, l’organizzazione operaia si sviluppava e cominciava a imporre le sue condizioni ai capitalisti. Nel 1847, in Inghilterra, un bill riduceva a 10 ore la giornata di lavoro nelle industrie tessili. Gli operai continuarono a lavorare 12 ore fino al 1874, anno in cui la legge fu applicata in seguito ad una lunga lotta.

Il segretario operaio per la Svizzera romanda, Heritier, lamentava nel suo rapporto del 1897 che la legge federale sulle fabbriche non fosse applicata affatto nel Canton Ticino. E trovava la spiegazione di questo fatto nell’ assenza quasi assoluta di organizzazioni operaie in quel cantone. Ancora un esempio: nel luglio del 1892, la direzione dei cantieri della Loira a Saint-Nazaire (Francia), faceva togliere, per facilitare la sorveglianza ai contromastri, due porte d’una officina, producendo così una corrente d’aria molto dannosa agli operai sudanti sul lavoro. Gli operai dovettero mettersi in sciopero per ottenere che le due porte fossero di nuovo richiuse.

La legislazione del lavoro è, per di più, deprimente; ella addormenta la diffidenza e la resistenza degli operai, che considerano come acquisito in realtà ciò che le leggi sanzionano, e che si ridestano spesso troppo tardi per conservare ciò che la loro iniziativa aveva conquistato ed i capitalisti s’erano ripreso.

Ci sia permesso di riassumere la situazione degli operai di fronte alla legislazione operaia con un esempio: un cittadino va a trovare un suo amico, e prima di tornare a casa apprende che, sulla via che deve necessariamente percorrere, troverà appostato un uomo forte e robusto il quale non lo lascerà andare che dopo averlo spogliato del suo danaro e dell’orologio. Egli non ha da fare che due cose: o rimanere in casa del suo amico, o tornar nella sua. In quest’ultimo caso dovrà, o farsi tranquillamente derubare, o resistere. Supponendo ch’egli resista e riesca vincitore dalla lotta, che direste voi di lui, se domandasse al ladro una dichiarazione scritta con promessa formale di non ricominciare e non far più un tal atto di brigantaggio? Il brigante si curerà molto poco della parola data, e farà daccapo non appena ne avrà il modo.

Tale è la situazione dello Stato capitalista (il brigante) e dell’operaio (il cittadino assalito da quello).

La legislazione su l’ organizzazione operaia non è e non può essere che nociva. Ogni impedimento portato all’ organizzazione ed alla iniziativa degli operai (sciopero, boicottaggio, ecc.) deve necessariamente favorire i capitalisti. I diversi stati capitalisti hanno già legiferato su l’ organizzazione operaia, quando, in tempo di sommosse, hanno militarizzato i ferrovieri e gli impiegati di altri pubblici servizi. Le leggi in proposito, anche se son proposte dai social-democratici, non sfuggono a due capitali difetti: facendo sorgere per legge le organizzazioni, questa legge impone il contatto degli sleali e dei traditori, agli operai coscienti dei propri diritti, ed intralcia con una quantità di questioni formali gli scioperi. Tanto questi difetti sono evidenti, che un progetto di legge di Millerand in Francia fu respinto dalla quasi unanimità dei sindacati francesi.

Vedete, come saggio del genere, la legge sui conflitti collettivi, in vigore nel cantone di Ginevra in Svizzera, legge proposta dal social-democratico Thiébaud e approvata, malgrado l’ opposizione della federazione operaia. Essa impone l’arbitrato obbligatorio, fissa le tariffe dei salari e proibisce lo sciopero. Eccone qualche articolo:

ART.3 - "Hanno autorizzazione di fissare le tariffe e condizioni in ogni categoria di mestiere:

1° Le associazioni di padroni e le associazioni di operai, regolarmente iscritte al Registro di Commercio e i cui statuti sieno stati approvati dal Consiglio di Stato.

Questa approvazione sarà accordata a patto:

a) che questi statuti non contengano nulla di contrario alle leggi, ed in special modo alla libertà di lavoro;

b) che possano essere riveduti in ogni tempo, quando la maggioranza lo richieda;

c) che tutti i membri della professione abbiano il diritto di far parte dell’associazione e che il Comitato sia eletto a maggioranza dei membri dell’associazione".

ART.15 – "Durante la durata d’una tariffa in vigore, nessuna sospensione generale del lavoro potrà essere decretata nè dai padroni nè dagli operai, allo scopo di modificare detta tariffa."

ART.18 – "Ogni appello a una sospensione parziale o generale del lavoro in violazione della tariffa esistente o in contravvenzione alle disposizioni della presente legge, sarà punito con pene di polizia, senza pregiudizio delle pene prevedute dall’ art.106 del Codice penale e di ogni altra sanzione civile o penale preveduta dalle leggi esistenti. L’editore e il tipografo potranno essere passibili delle stesse pene."

L’arbitrato, d’altra parte, presuppone una profonda fiducia nell’altruismo di classe degli arbitri; favorisce, pel fatto che è accettato, gli interessi dei capitalisti e si mostra

in pratica sfavorevole ai lavoratori. Gli operai in sciopero, dal momento che accettano l’arbitrato, si obbligano, dietro ordine dato formalmente dagli arbitri, a riprendere subito il lavoro. Il padrone non

dovrà più temere le multe che dovrebbe pagare nel caso di ritardo di esecuzione delle commissioni avute; e se la sentenza arbitrale è sfavorevole agli operai, quando sarà possibile di ricominciare in buone condizioni lo sciopero, una volta esauriti i fondi di resistenza ed entrato lo scoraggiamento in mezzo ai lavoratori?

Per esempio, i muratori di Losanna accettarono nel 1901 l’arbitrato; la sentenza fu in parte favorevole ad essi, eppure dovettero fare dopo poco uno sciopero e citare in giudizio buon numero d’intraprenditori per far loro rispettare la sentenza violata con mille astuzie da parte dei capitalisti.

Nel 1899, Schneider, proprietario delle officine metallurgiche del Creusot, in Francia doveva consegnare alcuni lavori in un giorno già stabilito, in vista dell’ Esposizione del 1900. Lo sciopero scoppiò per questioni di salario, e l’arbitrato di Waldeck-Rousseau, presidente dei ministri, fu accettato. Gli operai ottennero meno di quello che avrebbero potuto strappare direttamente da se stessi, e Schneider, basandosi sulla sentenza arbitrale che gli imponeva di riprendere, ma non di conservare tutti gli operai, ne licenziò 1500 non appena che i lavori per l’Esposizione furono ultimati; e potè così ritirare tutte le concessioni che aveva dovuto fare. L’arbitro, Waldeck-Rousseau, più complice che ingannato, seppe tacere.

Poche parole sulle assicurazioni operaie. Giovanni Jaurès, quando nel 1902 andò a Ginevra a tenere una conferenza su Socialismo in Europa, vantò alla tribuna il progetto di assicurazioni che il congresso dei socialisti austriaci, tenutosi poco prima, aveva presentato come una rivendicazione socialista. Non è che un progetto, che naturalmente non potrà non diminuire la sua portata divenendo legge. Ebbene, si proponeva che le spese di assicurazione fossero pagate: un terzo dallo Stato, un terzo dagli intraprenditori, un terzo degli operai, e cioè… tutto, interamente, dagli operai. Infatti su chi lo Stato preleva le sue entrate? Chi provvede a tutte le spese degli intraprenditori? Gli operai, sempre, che, pagandosi persnalmente una assicurazione, dovranno anche ringraziare i governanti e gli imprenditori e dar così modo alla creazione di nuovi, numerosi funzionari dello Stato.

I socialisti austriaci e, con essi, un certo numero di socialisti di altri paesi, hanno dunque dimenticato il principio fondamentale del socialismo, che cioè il fattore preponderante della produzione è il lavoro. Eppoi essi ignorano che, in tutte le imprese economiche, lo Stato di ogni paese giunge sempre, con un pò di buona volontà, a ottenere, con un massimo di spesa, un minimo di lavoro utile, ciò che è l’ideale dell’ economia statale.

Non possiamo esimerci dal constatare di nuovo lo strano errore di visione che domina tutta la vita sociale. L’operaio mantiene col suo lavoro l’ozio dei borghesi e si sente nonostante obbligato verso il padrone che si degna di sfruttarlo. Se gli operai partigiani dello Stato strappano a questo e al padrone qualche miglioramento sul loro sfruttamento economico e politico, attribuiscono all’ iniziativa dello Stato e alla bontà del padrone le riforme che questi ultimi hanno dovuto sanzionare dopo che ogni resistenza risultò vana. L’errore di visione, naturalmente, si prolunga fino ad accettare, sotto il nome di legislazione sociale, tutte le nuove catene e i nuovi furti che i governanti fabbricano e perpetrano, nell’interesse, ben inteso… degli operai.

Gli operai non devono dunque sperare la loro emancipazione che dalla propria iniziativa, ed hanno l’interesse di respingere ogni intervento parlamentare e dello Stato. Ciò soprattutto perchè, se la lotta giorno per giorno, - sciopero, resistenza, boicottaggio, ecc. – permette loro di difendere le posizioni conquistate e di migliorarle, essi possiedono l’arma per eccellenza per emanciparsi da ogni sfruttamento, da ogni oppressione.

Quest’arma è lo sciopero generale.

Ormai è forte il numero degli operai che han capito di essere essi i soli produttori della ricchezza sociale e che perciò, purchè vogliano, possono arrestare tutta la produzione e gli scambi sociali. Essi sanno che i campi spettano di diritto a quelli che li lavorano, e sono disposti a impadronirsene nell’interesse di tutti. Il solo mezzo che i borghesi possono opporre allo sciopero generale sarà, quando fossero sfatate le menzogne dei politicanti, la violenza della forza armata. Ma, la caratteristica dello sciopero generale è ch’esso disorganizza, con i servizi cosiddetti pubblici, di cui la borghesia si serve, anche l’esercito e suoi mezzi di vettovagliamento. Si sa quale terrore prese la borghesia francese quando si minacciò, tempo addietro, lo sciopero dei ferrovieri, e quale scompiglio straordinario fu portato dallo sciopero degli operai dei porti di Francia. E poi, chi oserebbe sostenere oggidì, dal punto di vista dell’umanità e della morale, il dovere di lasciarsi liberamente uccidere dai soldati? E quale esercito potrebbe resistere all’energia cosciente e costante del popolo deciso a conquistare ad ogni costo il suo diritto?

Preconizzato e praticato dagli operai degli Stati Uniti, lo sciopero generale costò in Chicago la vita a cinque socialisti - anarchici, Parsons, Spies, Fischer ed Engel, impiccati l’11 novembre 1887 e Ling suicidatosi in carcere facendosi esplodere fra i denti una cartuccia di dinamite: e ciò solo a causa della loro attività in favore del popolo. Per la stessa ragione, insieme ai suddetti, furono condannati ai lavori forzati altri tre amici dei lavoratori: Fielden, Neebe e Sckwab. Tutti sanno l’epilogo di questa tragedia, che si collega direttamente all’origine grandiosa delle agitazioni del Primo Maggio, dello sciopero generale e delle otto ore di lavoro: un governatore dell’Illinois più tardi sentì la necessità di rivedere il processo e dovette pubblicamente riconoscere e proclamare l’innocenza dei condannati, e liberare quelli ancora vivi. Gli operai di Francia, Spagna, America ecc., devono alla pratica sempre più diffusa dello sciopero generale i numerosi miglioramenti della loro sorte di sfruttati; gli operai d’Italia hanno guadagnato con tal mezzo, in parte, il diritto di coalizione.

L’applicazione sempre più estesa dello sciopero generale, congiunta a una propaganda morale molto intensa, realizzerà l’emancipazione sociale di tutti i lavoratori, essendo esso il mezzo libero e più efficace per combattere la schiavitù e l’oppressione.

Ai tempi di Roma repubblicana, un abile politicante, Menennio Agrippa, fece credere agli operai ch’essi dovevano mantenere l’ozio ed i vizi patrizi, perchè questi ultimi, secondo lui, rappresentavano il cervello della società. Ma gli operai dei nostri giorni hanno capito che questo cervello non è uno solo, e che l’intelligenza non è un privilegio dei ricchi: anzi al contrario. Essi han constatato che i ricchi, - il sedicente cervello, - senza essere di alcuna utilità sociale, accaparrano i tre quarti della produzione, mentre il cervello nel corpo umano, compiendo un lavoro utilissimo, è solidale nella buona o cattiva sorte con gli altri organi e non li affama nel suo interesse egoistico.

Riprendendo l’apologo di Menennio Agrippa, gli operai odierni vogliono che ogni membro della società goda, come ciascun membro nel corpo umano, in modo equo del benessere sociale, e contribuisca naturalmente a produrre ed accrescere questo benessere. Messi nella condizione di lavorare, per produrre nient’altro che la loro propria sofferenza e il godimento d’una piccola minoranza di oziosi, essi han sentito il dovere di metter fine a questa stridente ingiustizia. Il loro trionfo sarà il trionfo della giustizia e della civiltà.

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