Italia: un salto in avanti di Toni Iero

Chi è Ollanta Humala? di Ilaria Leccardi

 

Romano Prodi - Foto Mario Rebeschini 2006

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Italia: un salto in avanti

Chi ha vinto le elezioni? Il centro sinistra che avrà un’esigua maggioranza (al Senato di qualche seggio)?

O il centro destra, dato per spacciato da tutti i sondaggi, che invece è riuscito a raccogliere la metà dei voti popolari?

Sono solo alcuni degli interrogativi che emergono dall’esito della tornata elettorale del 9 e 10 aprile. Adesso occorre eleggere il Presidente della Repubblica. I due poli dovranno mettersi d’accordo, poiché difficilmente uno dei due è in grado, da solo, di far prevalere un proprio candidato.

Prodi farà un governo? Certo, anche se basta un raffreddore di un senatore per mettere in minoranza il suo futuro esecutivo! Ma poi, che provvedimenti potrà prendere questo governo? Può il centro sinistra presentare quelle leggi in grado di mettere l’Italia al riparo dalle più macroscopiche storture evidenziate dalla presenza di Berlusconi? Avranno il coraggio per affrontare, con una sparuta maggioranza, il conflitto di interesse, l’antitrust televisivo, la "ripenalizzazione" del falso in bilancio, provvedimenti diretti contro un uomo che ha raccolto quasi la metà dei voti degli Italiani? È poi credibile far passare una nuova legge elettorale con lo scarto di un voto?

E il centro destra, come può riproporre l’immagine vincente di un leader che, nonostante cinque anni di potere, nonostante tutti i suoi mezzi economici, nonostante una legge elettorale fatta ad hoc per consentirgli di vincere, nonostante una campagna elettorale condotta con la disperazione da "ultima spiaggia", ha convinto una percentuale di Italiani minore di quella di cinque anni fa?

A gettare ulteriore benzina sul fuoco, ci penseranno le principali società di rating internazionali. Non passerà molto tempo prima che Moody’s, Standard & Poor’s e Fitch emettano la sentenza da tempo attesa: il declassamento del debito pubblico italiano. Questo determinerà un aumento dell’onere del servizio del debito, ossia un incremento dei tassi di interesse che lo Stato italiano dovrebbe pagare ai suoi creditori per convincerli a sottoscrivere Bot, Cct e Btp. I conti pubblici rischiano di avvitarsi su sé stessi. Oltre tutto l’Italia si trova in una situazione di accentuato declino economico, dove le nostre imprese faticano sempre più a tenere il passo con i concorrenti stranieri. Qualcuno parla già, piuttosto intempestivamente, di nuova Argentina.

In realtà l’attuale situazione italiana è solo in parte paragonabile a quella del paese sudamericano. Tuttavia occorrerebbe agire con coraggio e decisione per evitare di peggiorare ulteriormente la fragile economia nazionale. Però, oggi, non si vede nessuno schieramento politico in grado di prendere tale tipo di provvedimenti. A meno che non si trovi un accordo tra centro sinistra e centro destra per portare avanti la solita politica di sacrifici ai danni dei lavoratori: però, seguendo questa strada, si va poco lontano, come le esperienze passate hanno ormai ampiamente dimostrato.

L’Italia sta vivendo una crisi strutturale del suo sistema produttivo. Se ne può uscire solo con un salto in avanti, non tornando all’epoca dei padroni delle ferriere. I nostri politici se ne renderanno conto?

Toni Iero

 

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Le elezioni presidenziali in Perù e la comparsa di un volto nuovo

Chi è Ollanta Humala?

Il primo turno delle elezioni presidenziali in Perù, svoltosi il 9 aprile, non ha avuto esito definitivo. A contendersi la vittoria nel ballottaggio, che si svolgerà tra la fine di maggio e i primi giorni di giugno, saranno l’ex comandante dell’esercito Ollanta Humala, che ha ottenuto poco più del 30% dei voti, e l’ex presidente della sinistra moderata Alan García, con circa il 24% dei voti, la cui guida del Paese negli anni ottanta portò il Perù sull’orlo del baratro economico. Al terzo posto si è piazzata la candidata del centrodestra Lourdes Flores.

 

La novità di questa tornata elettorale è sicuramente la figura di Ollanta Humala. L’ex comandante dell’esercito di origine indigena, è entrato in politica solamente lo scorso anno, ponendosi a capo del Partito Nazionalista Peruviano, gruppo composto in parte da militari, in parte da operai, cocaleros e contadini. Humala, che in occasione della candidatura alla carica presidenziale è entrato a far parte del partito Unione per il Perù, ha presto ricevuto la simpatia di personaggi come Hugo Chavez, presidente del Venezuela, ed Evo Morales, neo capo di Stato boliviano. Proprio come questi ultimi, il candidato peruviano si presenta all’elettorato come un’occasione di riscatto per la popolazione indigena e per le frange più povere del proprio paese, e allo stesso tempo un’alternativa anticapitalista al precedente governo di Alejandro Toledo, che da speranza progressista si era presto trasformato in docile seguace dei dettami statunitensi. C’è chi però si è dimostrato abbastanza scettico sulla sincerità delle proposte e delle promesse di Humala, principalmente a causa della sua provenienza familiare e del suo passato controverso.

Ollanta Humala è il secondo di sette fratelli di una famiglia indigena ayacuchana. Il padre, Isaac Humala, è stato rappresentante ideologico della corrente etnocacerista, dal nome di Andrés Avelino Cácares, ribelle divenuto poi presidente, che, alla fine del 1800, intraprese una guerriglia contro l’invasione cilena del territorio peruviano. Lo stesso Ollanta ha rivelato più volte di trarre ispirazione da questo movimento. Intraprese la carriera militare nel 1982 ed entrò nella famigerata Escuela de las Americas l’anno successivo. Recentemente è stato accusato, in realtà senza sufficienti prove, di aver partecipato all’inizio degli anni novanta alle torture contro le frange rimanenti del movimento Sendero Luminoso. Nel 2000 guidò una piccola ribellione, occupando un’installazione mineraria della località di Toquepala, nell’intento di chiedere la fine del regime semi-dittatoriale di Alberto Fujimori. Una volta caduto Fujimori, Ollanta si consegnò alla giustizia, la quale chiese per lui venticinque anni di carcere. Ma grazie alla protesta sociale e ad una concessione del Congresso, il comandante fu reintegrato nell’esercito e "spedito" all’estero, prima in Francia e poi in Corea del Sud come addetto militare nelle ambasciate peruviane dei due paesi. Nel gennaio 2005, il fratello di Ollanta, Antauro Humala, tenente colonnello dell’esercito, si rese protagonista di un episodio di ribellione al potere vigente. Insieme ad altri riservisti, occupò il commissariato di polizia della città andina di Andahuaylas, uccidendo alcuni agenti e prendendone in ostaggio altri. L’obiettivo era chiedere la destituzione del presidente Alejandro Toledo, che molto aveva promesso alla popolazione indigena nel momento del suo insediamento, ma che nel corso del suo mandato aveva perso la quasi totalità dei consensi e deluso i suoi elettori. Benché Ollanta Humala abbia preso le distanze dall’episodio, i suoi avversari lo hanno ripetutamente accusato di aver appoggiato e sostenuto l’azione intrapresa dal fratello.

La campagna elettorale di Humala ha messo in luce i suoi intenti di guerra al neoliberismo, ma anche l’attenzione particolare alla popolazione indigena. Ha dimostrato la volontà di rendere libera la coltivazione di coca. Tra le sue proposte ci sarebbe addirittura quella di utilizzare le foglie di questa pianta nell’impasto del pane da distribuire nelle mense scolastiche, al fine di aumentarne il valore proteico. Tra le altre intenzioni ci sarebbero la nazionalizzazione delle risorse naturali peruviane, l’imposizione di tasse alle compagnie minerarie multinazionali che sono impegnate nel paese, ma anche l’affidamento di cariche amministrative e politiche principalmente a rappresentanti dei gruppi indigeni locali. Inoltre, dal punto di vista sociale, una delle sue idee più interessanti, osteggiata però dalle frange cattoliche, riguarda l’introduzione dell’aborto.

La maggioranza ottenuta da Humala al primo turno è indice della scarsità di consenso di cui godono i suoi avversari. Ciononostante, la sua vittoria al ballottaggio è tutt’altro che sicura. Uno dei pericoli che riserva la sua eventuale elezione è la presenza nella sua formazione politica di alcuni soggetti aventi alle spalle un passato di alleati del regime di Fujimori. Altro pericolo è la mancanza, fino ad oggi, di un programma chiaro e definito che esplichi quali siano le effettive priorità del futuro possibile governo. Infine, le spinte decisamente nazionalistiche dell’ex comandante hanno fatto temere a molti uno scenario di conflitto con il vicino Cile, avversario storico della nazione peruviana. Ad annunciare un possibile scontro, ci sarebbe, tra gli altri progetti del candidato presidenziale, il veto all’entrata di capitali cileni in attività strategiche, quali aeroporti e porti.

Che Humala venga eletto oppure no, il valore maggiore dei consensi che fin qui ha ottenuto consiste nel desiderio di gran parte del popolo peruviano di dare una svolta al passato e di superare l’epoca Toledo, un presidente che non ha saputo tener fede alle sue promesse, che non è stato in grado di consentire alle fasce povere di popolazione di godere della crescita economica che il Perù ha registrato negli anni del suo governo, di contenere la crescente disoccupazione e neppure di limitare gli episodi di corruzione nel suo entourage. Le spinte anti-capitalistiche e anti-statunitensi iniziano a farsi sentire anche in Perù che, al contrario di altri stati latinoamericani, non gode di un tessuto di movimenti sociali particolarmente sviluppato. Forse i voti che ha ottenuto Humala sarebbero più da attribuire al desiderio dei peruviani di avere un capo di Stato sul modello del venezuelano Chavez o del boliviano Morales. E questo desiderio va di pari passo con l’aspirazione di Humala ad assomigliare veramente ai due leader latinoamericani.

Quel che resta di sicuro è che, fatta eccezione per alcuni capi saldi dell’alleanza con Washington e il Fondo Monetario Internazionale, l’America Latina presenta un nuovo volto, costituito da leader saliti al potere e da movimenti sociali particolarmente attivi, basti pensare alle proteste in Ecuador contro il Trattato di Libero Commercio che gli Stati Uniti volevano imporre. Un volto che rende ogni giorno più difficili i movimenti statunitensi in quello che un tempo era considerato l’accomodante "giardino di casa", e che ora si sta affermando, anche grazie all’interessato appoggio della Cina, come uno dei più decisi territori di opposizione.

Ilaria Leccardi

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