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Il mio miglior nemico

Solo due ore

Fuoco su di me

New York - Foto Luca Baroncini 2005

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Il mio miglior nemico

di Carlo Verdone con Carlo Verdone, Silvio Muccino, Ana Caterina Morariu

Colpisce il grandissimo successo del nuovo film di Carlo Verdone (più di 16 milioni di euro, fino ad ora), perché "Il mio miglior nemico" è davvero brutto. Non fa ridere, non fa pensare, non intrattiene. L’idea forte è quella di uno scontro generazionale tra Silvio Muccino, idolo delle ragazzine, e lo stesso Verdone, capace di incarnare con ironia qualità e debolezze dell’italiano medio. Eppure l’unione dei due, già protagonisti di differenti episodi nel tutto sommato riuscito "Manuale d’amore", genera un pasticcio deludente da ogni punto di vista. La colpa maggiore è della sceneggiatura, piena di buchi logici e incapace di dare spessore ai personaggi, marionette sbraitanti senza il sostegno di caratteri solidi e coerenti. La storia si basa su equivoci e vendette e non ha il carburante necessario per sostenere quasi due ore di film. Per riempire i molti tempi morti Verdone punta tutto, incautamente, sulla verve degli interpreti e suddivide il film in soporifere gag collegate malamente tra loro. Ecco quindi situazioni fritte e rifritte proposte senza la minima originalità e con tempi dilatati allo sfinimento. Forse dovrebbe fare ridere l’incontro tra adulteri interrotto dall’arrivo di un caricaturale marito in cerca di viagra? Oppure il fatto che i due protagonisti al pronto soccorso vengano scambiati per una coppia omosessuale? Che dire poi di una improbabile caduta dal davanzale della finestra per fotografare l’intimità di una coppia nel palazzo opposto? Le motivazioni dei personaggi, già esili nella prima parte, scompaiono definitivamente nella seconda, che cerca rifugio nell’on-the-road ma sbraca insulsamente, e in modo confuso, tra Ginevra e Istanbul (la tappa esotica è d’obbligo). Se i due protagonisti sono appena abbozzati, i comprimari non hanno modo di uscire dalla macchietta: la moglie isterica, l’amante nulla, la figlia bella, la madre frichettona. Per tacere di divagazioni prive di qualsiasi valore aggiunto, come l’assurdo episodio del cantante inglese intontito dalle canne o la moscissima, ma eterna, tappa del furto della macchina. E che dire dell’incidente galeotto che fa incontrare, e innamorare, il giovane protagonista e la figlia di Verdone? Del vuoto narrativo risente anche il lato drammatico, che ambisce all’amarognolo ma opta per un più rassicurante "volemose bene". Necessari forse per produrre il film in assenza di sovvenzioni statali, ma propinati con dubbio gusto, i troppi fotogrammi con il logo di una nota marca di telefonia. Dal disastroso risultato si salva l’interpretazione di Carlo Verdone, capace di qualche sfumatura, e la musica di Paolo Buonvino. Ma è il resto di niente.

Luca Baroncini

Solo due ore

di Richard Donner con Bruce Willis, Mos Def, David Morse

Il sogno americano si tinge di grigio. Ce lo dimostrano, in questo primo scorcio di 2006, due star come Nicolas Cage e Bruce Willis. Il primo, protagonista di "The Weather Man" di Gore Verbinski, impersona la faticosa presa di coscienza di un uomo senza qualità. Il secondo si presenta grasso e invecchiato in questo "Solo due ore" per dare vita al riscatto di un poliziotto che pare ormai avere gettato la spugna della felicità. In realtà il film di Verbinski è molto più coraggioso, perché sfuma il sogno in consapevolezza dei propri limiti, ma fa comunque piacere vedere un film di genere, si tratta pur sempre di un thriller, con un eroe un bel po’ sgualcito. Per una volta un’icona dello svago multinazionale, come Willis, è alle prese con un personaggio che non si limita a fare battutine e a salvare la bella di turno mentre spara a destra e a manca. L’opportunità è offerta da un detective sul viale del tramonto a cui viene affidato l’incarico di trasportare un ladruncolo dalla stazione di polizia al tribunale, per quella che sembra un’ordinaria deposizione. I sedici blocchi da attraversare necessitano di circa due ore di tempo, ma quello che il protagonista non sa è che il percorso sarà irto di ostacoli perché sono in molti a volere il teste morto. La sceneggiatura sfrutta con mestiere i più tipici cliché del "genere": c’è un rigido conto alla rovescia che allinea il tempo reale (il film dura circa due ore) con quello dell’azione (come in "Minuti contati" di John Badham); c’è la coppia male assemblata con annesso il classico gioco degli opposti (uno è bianco, l’altro nero; uno è silenzioso, l’altro garrulo; uno è greve, l’altro ottimista); c’è la polizia marcia e corrotta e non può mancare l’inseguimento rocambolesco. Di originale c’è una New York meno vetrina del solito, con gran parte delle sequenze ambientate nella moltitudine sommersa che affolla Chinatown, e l’assenza di un rapporto affettivo consolatorio. Il puzzle che ne esce stropiccia il protagonista per poi ridargli dignità e speranza e il thriller ha il pregio di percorrere con onestà strade convenzionali. Il merito è della regia solida del veterano Richard Donner, di una narrazione abbastanza calibrata (anche se gli abbozzi di comicità del testimone suonano stridenti) e dell’interpretazione sentita e dolente di Bruce Willis. L’assenza di novità, però, pur non limitando il coinvolgimento, azzera il retrogusto. Per cui si vede, si partecipa e in fretta si dimentica.

Luca Baroncini

Fuoco su di me

di Lamberto Lambertini, con Omar Sharif e Massimiliano Varrese

Bruttino. Il film racconta una scialba storia d’amore tra un giovane aristocratico napoletano e un’improbabile popolana; sullo sfondo: le vicende di Gioacchino Murat, maresciallo di Francia, re di Napoli, aspirante re d’Italia.

In una città da cartolina, si aggirano attori a dir poco impacciati. Conoscendo le formidabili capacità di recitazione dei Napoletani, viene da domandarsi come abbia fatto il regista a trovare persone così poco portate a calarsi nella loro parte.

Neppure Omar Sharif, nei panni del nonno del protagonista (o, meglio, della voce narrante), risulta molto convincente.

Lucrezia Avitabile

 

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