Mezzogiorno e criminalità organizzata di Nicola Terracciano

Non condivido di Luciano Nicolini

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Mezzogiorno e criminalità organizzata

Provincia di Caserta, 16 febbraio 2006

Mentre la classe dirigente di “questo” centro destra, la classe dirigente di “questo” centro sinistra, autorità religiose, sociali, giornali, riviste, televisione si sciacquano la bocca con parole generali, retoriche, ipocrite, disumane sulla Vita, sulla sacralità della Vita, sui diritti dell’embrione, contro la pena di morte, contro l’ergastolo, di amnistie, di indulti, di carceri, nella “realtà effettuale” storica e quotidiana d’Italia di molte regioni (Sicilia, Calabria, Campania, Puglia e con innervazioni in altre Regioni d’Italia) la Vita non ha quasi nessun valore e milioni di poveri, onesti cittadini (ragazzi, adulti, vecchi, uomini e donne) sono assoggettati  alle tragiche leggi “di fatto” di un potere locale, che controlla e domina il territorio con le sue bande armate, pagate mensilmente e che fanno una vita di continuo progresso materiale, agli ordini di capi che ogni tanto si riuniscono in tribunale per comminare sentenze di danneggiamenti, di ferimenti, di minacce e spesso di morte a chi non vuole soggiacere al loro diverso codice.

Per questo potere criminale palese - occulto la democrazia, lo stato di diritto sono stati e sono solo ulteriori strumenti di stabilizzazione e di rafforzamento del loro radicamento e della loro forza, perché, con i mezzi che hanno, quando subiscono arresti e processi, trovano, con i loro migliori avvocati e i loro rapporti col potere politico e sociale, tutte le vie delle 300.000 leggi italiane, per evitare condanne gravi e la neutralizzazione del loro potere, che continua ad essere esercitato ed affinato dal carcere.

L’enorme apparato della Giustizia, i 450 mila addetti alla sicurezza in Italia, non contando le forze di polizia locale (vigili urbani, polizia provinciale ed altro, che hanno tra gli altri anche compiti di ordine pubblico e giudiziari) e l’esercito in possibile funzione di ordine pubblico, pur presenti capillarmente negli 8.101 Comuni italiani, pur dotati dei mezzi più sofisticati di ascolto e di conoscenza e di intervento, non riescono ad estirpare quel potere locale per diverse cause, che ormai sono chiaramente e definitivamente individuabili e che bisogna richiamare ogni volta, di fronte a danneggiamenti, ferimenti, morti, derivanti da sentenze di questo “effettuale” e inesorabile tribunale criminale.

Il primo, fondamentale motivo è la non volontà politica di “questo” centro destra e di “questo” centro sinistra di estirpare quel potere, perché il loro consenso locale è intrecciato spesso di rapporti con esso, giacchè, potendo la criminalità capillarmente condizionare migliaia e migliaia di persone, è molto facile volgere quel potere di consenso sociale in consenso elettorale. Si aggiunge l’intricata situazione di rapporti amicali, familiari, con inimmaginabili rapporti anche economici, tra potere politico locale, provinciale, regionale e nazionale e quel potere occulto - palese,  il timore di essere colpiti localmente a livello di famiglie  e di clan,  e si capisce come “questo” centro destra e “questo” centro sinistra non adottano quello che agli occhi di ogni cittadino onesto sembra ed è la via più semplice: votare per un periodo di anni opportuno una legislazione di emergenza, come si è fatto per il terrorismo politico.

Questo discorso non tocca minoranze di politici seri, che sono vissuti e vivono con la scorta ed hanno pagato a volte con la vita la loro lotta contro il crimine organizzato, ma è la maggioranza che produce la linea principale operativa e permette quindi alla criminalità di continuare a mantenere e a rafforzare il suo potere ancora oggi.

Il secondo motivo è lo stato della Giustizia, che non riesce da anni a darsi un’organizzazione funzionale, con mancanza adeguata di strutture, di mezzi, di personale, che produce lungaggini di processi e possibilità ridotte di adottare sentenze tempestive e decise e irrorare le doverose, giuste, severe pene.

Sulla magistratura, che dovrebbe essere potere indipendente, si scatena sotterraneamente tutta la pressione interessata della classe dirigente politica e dei poteri forti italiani, timorosi di essere colpiti nei loro interessi e negli intrecci quotidiani di gestione di potere e di rapporti, mettendo così ostacoli, impacci al suo regolare funzionamento, a partire da una legislazione farraginosa e inadeguata (si è rimasti in Italia per decenni col codice fascista Rocco, si approvano leggi equivoche ed ambigue, fino al sospetto di interventi legislativi personali o corporativi).

Questo discorso non tocca minoranze eroiche di magistrati, che hanno fatto e fanno il loro dovere, sono vissuti e vivono con la scorta ed hanno dato anche la vita per i valori della Giustizia, ma è la maggioranza che produce la linea operativa, che permette poi “effettualmente” alla criminalità di non essere colpita ed indebolita.

Il terzo motivo è la pratica “effettuale” di  reclutamento e spesso di avanzamento di carriera dei 455 mila addetti alla sicurezza.

Anche i neonati sanno l’intreccio di raccomandazioni politiche e familiari che si hanno in Italia e specialmente nel Mezzogiorno (da cui provengono tanti operatori dell’ordine pubblico) a livello dei concorsi nei Carabinieri, nella Polizia, nella Guardia di Finanza, nella Polizia Penitenziaria, per cui sono reclutati in massima parte non i più adeguati, ma i meno adatti ad una lotta seria contro il crimine. Il “raccomandato politico o familiare” vive il rapporto di lavoro come remunerazione del suo essere stato ed essere collegato clientelarmente ed elettoralmente con chi, politico o non politico, lo ha fatto entrare nel “posto”. Il suo stipendio mensile è visto non tanto come serio contratto tra la società che offre il suo onesto denaro in cambio di un impegno serio, concentrato di protezione contro la violenza, la minaccia, l’arroganza, anche a costo della vita (altrimenti si può liberamente scegliere un altro lavoro meno rischioso), ma come remunerazione del suo essere stato ed essere un  “sostanziale” cliente.

Perciò si è diffusa storicamente e si mantiene una visione del mondo diffusissima dell’imparare a guardarsi le spalle, a non rischiare, a vedere e sapere e far finta di non sapere e di non vedere, ad aspettare il ventisette, ad interessarsi ossessivamente di miglioramenti economici e di carriera, a guardare gli altri che non fanno il loro dovere, per non fare fino in fondo il proprio, ad accusare i politici che non fanno la legislazione di emergenza, anzi spesso sono trovati in combutta col potere criminale, ad accusare la magistratura che non condanna tempestivamente o fa uscire delinquenti e criminali, appena arrestati e pericolosi, a portarsi cioè sostanzialmente a casa lo stipendio senza troppi rischi, con la moglie, i parenti, i figli che  portano avanti poi una loro comprensibile  e inevitabile martellante, quotidiana, insinuante sollecitazione a “non esagerare”, a “non rischiare”, a “pensare ai fatti propri e alla famiglia”, a “fare come gli altri”.

Questo discorso non tocca minoranze eroiche di Carabinieri, Polizia e altre forze dell’ordine che fanno fino in fondo il loro dovere ed hanno dato e danno anche la vita per garantire la sicurezza dei cittadini e verso i quali la gratitudine della collettività è duratura, ma è la maggioranza che fa il tono del tutto e produce la linea operativa.

Diversi sociologi della devianza fanno notare poi che tutte le forze dell’ordine, di ogni paese del mondo, non colpiscono fino in fondo la criminalità, perché, se vi fosse una drastica riduzione di essa, il senso del loro valore e potere sociale si attenuerebbe, vi sarebbero licenziamenti.

Quindi, a livello di riflesso inconscio corporativo, in ogni parte del mondo, si opera affinché un tasso ordinario di criminalità si mantenga costantemente nella vita sociale.

Per cui, quando si verificano danneggiamenti, ferimenti, condanne a morte eseguite, vedi e senti lo Stato spesso solo col solito spettacolo delle gazzelle con le sirene e i lampeggianti, il blocco del traffico, la persona uccisa, che resta per ore a terra in attesa del giudice e delle perizie, con la gente tenuta un po’ lontana, che riceve un nuovo, terribile insegnamento e ammonimento a non contrastare mai, sempre più, in ogni momento della sua vita sociale, l’azione molteplice che il potere palese - occulto criminale esercita.

Solo una “diversa” classe dirigente di centro destra e di centro sinistra, solo una diversa gestione del mondo della Giustizia, solo un altro tipo di reclutamento e di avanzamento nelle responsabilità più delicate, imparziale e rigoroso, degli addetti alla sicurezza, solo una legislazione di emergenza per un   lungo periodo possono permettere di affrontare questo terribile cancro, che mina alla radice ogni possibilità di sviluppo civile, economico, sociale, culturale di tante povere regioni italiane, che vanno avanti ogni giorno in una precarietà indicibile, con una qualità della vita quotidiana non degna di un paese civile.

Ogni altro tipo di discorso è irritante, retorico, disumano, irresponsabile, ingiusto.

 

Nicola Terracciano

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Non condivido

Può apparire strano che un periodico libertario pubblichi un articolo come quello inviatoci da Terracciano: un articolo statalista e autoritario, con il quale si invoca addirittura, “una legislazione di emergenza”.

Lo facciamo per due buoni motivi: il primo è che, come i lettori hanno ormai capito, di solito  preferiamo  il confronto alla censura; il secondo che ci sembra che il problema sollevato sia troppo spesso trascurato, non solo dalla classe dirigente di “questo” centro destra e di “questo” centro sinistra (per usare le parole dell’autore), ma anche dalla sinistra più estrema, inclusa quella libertaria. Evitare di affrontarlo, girargli attorno, ci sembrerebbe (questo sì) “irritante, retorico, disumano, irresponsabile, ingiusto”.

Ma, veniamo al dunque.

Ovviamente la penso in modo assai diverso da Terracciano. In particolare:

Circa la legislazione d’emergenza

Sono in molti a desiderare che il parlamento voti una legislazione d’emergenza per estirpare la criminalità organizzata “come si è fatto per il terrorismo politico”. Ma, a parte il fatto   che  tale legislazione già esiste (e non funziona), è falso il presupposto. E’ falso cioè che il “terrorismo politico”, termine con il quale immagino si alluda alle Brigate rosse, sia stato estirpato grazie a provvedimenti di tal genere.

Certo, la feroce repressione che fece seguito all’uccisione di Aldo Moro (e, ancor più, al sequestro Dozier) indebolì notevolmente tale formazione e le altre organizzazioni leniniste affini ad essa, ma ciò che veramente ne provocò il declino sulla scena politica italiana fu la mancanza di sostegno da parte della popolazione. Se, infatti, durante gli anni settanta molte persone, pur non aderendo alla lotta armata, erano convinte dell’opportunità dell’instaurazione del “socialismo di stato”, e della necessità di instaurarlo attraverso l’impiego della violenza; nell’aprile del 1988, quando, con l’uccisione di Roberto Ruffilli, le Brigate rosse effettuarono la loro ultima azione, la classe operaia polacca, con i suoi formidabili scioperi, ne mostrava, anche ai più convinti sostenitori, il carattere antipopolare. E, pochi mesi dopo, Gorbaciov, durante il congresso del Partito comunista dell’unione sovietica, annunciava al mondo la sostanziale liquidazione di quell’esperienza. Chi mai, in Italia, a quel punto, avrebbe messo in gioco la propria pelle per sostenere formazioni che riproponevano, con le armi in pugno, ciò che era ormai diventato insostenibile?

Circa lo stato della giustizia

“che non riesce da anni a darsi un’organizzazione funzionale”; è da rilevare che ciò non si verifica tanto per quello che riguarda la giustizia penale (le carceri non sono mai state tanto piene come negli ultimi anni) quanto per ciò che riguarda la giustizia civile (ma questo è un’altro, importantissimo, discorso). Il problema, casomai, è che le carceri sono piene di immigrati e di tossicodipendenti, e non di mafiosi.

Circa il reclutamento degli “addetti alla sicurezza”

“Anche i neonati – scrive Terracciano - sanno l’intreccio di raccomandazioni politiche e familiari che si hanno in Italia e specialmente nel Mezzogiorno (da cui provengono tanti operatori dell’ordine pubblico) a livello dei concorsi nei Carabinieri, nella Polizia, nella Guardia di Finanza, nella Polizia Penitenziaria, per cui sono reclutati in massima parte non i più adeguati, ma i meno adatti ad una lotta seria contro il crimine”.

Quest’affermazione mi prende in contropiede.

Intendiamoci: so bene quanto sia ambìto, soprattutto nel Mezzogiorno, uno stipendio fisso, quale che esso sia. Ritenevo però che, tra tutti i concorsi pubblici, quelli per l’accesso alle “forze dell’ordine” fossero i meno pilotati, se non altro perchè il mestiere, piaccia o meno, qualche rischio lo comporta...

Evidentemente, non si è mai sufficientemente smaliziati!

Non credo, tuttavia che “un altro tipo di reclutamento e di avanzamento nelle responsabilità più delicate, imparziale e rigoroso, degli addetti alla sicurezza” potrebbe risolvere il problema. Perchè mai un giovane, una volta reclutato, dovrebbe mettere a repentaglio la propria vita quando vede ogni giorno molti dei politici dai quali dipende andare a braccetto con i capi della criminalità organizzata? Non si va in paradiso a dispetto dei santi! Tra i due, è più facile finire all’inferno.

Si rischia assai meno nell’arrestare gli extracomunitari, i tossicodipendenti e (perchè no?) i libertari. Questi ultimi, in particolare, sono notoriamente dei bonaccioni e, per di più, a causa del loro insopportabile moralismo, stanno antipatici a tutti i potenti: il plauso è assicurato. Magari ci scappa anche una promozione...

E allora?

Come si può agire?

La risposta credo stia nei fatti che tutti possiamo osservare. La criminalità organizzata, in Italia, prospera soprattutto nelle regioni nelle quali non esiste un forte tessuto sociale che le si oppone. Nelle regioni del nord le associazioni popolari e, soprattutto, i sindacati hanno a lungo costituito uno strumento contro i soprusi dei prepotenti: dei padroni come dei criminali. Ora lo sono molto meno, e si vedono le conseguenze.

Nel sud, dove l’associazionismo è sempre stato più debole, la criminalità organizzata ha trovato un terreno più fertile.

Dunque, non ci sono scorciatoie: occorre sviluppare consapevolezza dei diritti e costruire organizzazione. Occorre intervenire in prima persona contro i soprusi, quando è opportuno, oppure, se non si può far di meglio, con tutte le cautele del caso e senza farsi troppe illusioni, anche rivolgendosi alla magistratura. L’importante è non girare sempre lo sguardo dall’altra parte e, inoltre, fuggire come la peste gli interventi calati autoritariamente dall’alto. Se infatti è vero che è stata la mancanza di consapevolezza e di organizzazione tra gli sfruttati a creare, nel Mezzogiorno, le condizioni per lo sviluppo della criminalità organizzata, è altrettanto vero che sono stati proprio gli interventi statali (e soprattutto le grandi opere statali) a  favorirne la trasformazione in vere e proprie multinazionali.

 

 Luciano Nicolini  

   

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