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Angel-a di Luc Besson con Jamel Debbouze, Rie Rasmussen Ci ha condotto nei cunicoli della metropolitana parigina con “Subway”; ha rinvigorito il genere “donne con la pistola” con “Nikita” e ha lanciato nel firmamento delle stelle la graziosa Natalie Portman con “Leon”. Ha poi ceduto alle lusinghe della grandeur con “Il quinto elemento” e “Giovanna d’Arco”, entrambi con l’allora compagna Milla Jovovich. Dopo, il silenzio. In questi sette anni il poliedrico Luc Besson non è però rimasto inattivo e si è dato da fare come produttore e sceneggiatore, tanto che la sua EuropaCorp è una delle più affermate case di produzione europee. Il ritorno come regista è con un piccolo film, pretenzioso fin dalla scelta di un patinato bianco e nero. Si racconta di un angelo venuto sulla terra per aiutare un comune mortale afflitto da debiti e insicurezze. Il film gioca sugli opposti ribaltando, ma non evitando, gli stereotipi: il protetto è un uomo basso e fragile (il bravo Jamel Debbouze), la protettrice è invece la statuaria Rie Rasmussen, 1,86 metri di spigoli, più adatta a posare per qualche fotografo di moda che a esprimere sensibilità e speranza. Ma si tratta della nuova musa e compagna del regista francese e il film finisce per assumere i toni di un sentito atto d’amore. Peccato che la felice liason poco giovi al cinema, con un usurato soggetto che si limita a incrociare “La vita è meravigliosa” di Frank Capra con “Il cielo sopra Berlino” di Wim Wenders. Una spruzzata di romanticismo, una Parigi da cartolina e un aggiornamento alla volgarità dei tempi non bastano a compensare l’assenza di originalità e la piattezza della sceneggiatura. Se poi si aggiungono dialoghi da rotocalco (della serie “credi in te stesso e riacquista l’autostima”), una tendenza al sermone e qualche caduta vertiginosa (sembra più dignitosa la violenza del sesso), la favola, rancida, è servita.
Luca Baroncini di Shawn Levy con Steve Martin, Kevin Kline, Jean Reno, Beyoncé Knowles
Premessa: perché Hollywood per andare avanti continua con poca fantasia a saccheggiare il passato? Non sarebbe bello se un classico della comicità come “La Pantera Rosa” di Blake Edwards del 1963 potesse godere di nuova vita sul grande schermo dando la possibilità alle nuove generazioni di scoprire il talento di Peter Sellers? Non è che la logica dei rifacimenti e dei seguiti nasconda un sempre più preoccupante vuoto di idee? Cercando di accantonare le motivazioni unicamente commerciali dell’ennesimo remake (della serie, non ce n’era certo bisogno), bisogna riconoscere che la Pantera Rosa del nuovo millennio è un onesto prodotto commerciale capace di intrattenere. Il merito è senza dubbio del cast perfetto, abilmente tenuto sotto controllo dal regista Shawn Levy, in cui si distinguono un sornione Kevin Kline (l’ispettore capo Dreyfuss), una simpatica Emily Mortimer (la svampita segretaria Nicole), un buffo Jean Reno (il silenzioso assistente Ponton), ma, soprattutto, un irresistibile Steve Martin. Il suo ispettore Clouseau non cerca l’imitazione con l’inarrivabile Sellers, ma prova a dare vita a un nuovo personaggio, simpatico e caricaturale. La fortuna, sua e nostra, è che ci riesce. Martin, in Italia abbastanza sottovalutato, conosce alla perfezione i tempi comici e gioca con successo sulla gag fisica e sul nonsense. Alcuni momenti sono davvero spassosi, come la lezione di inglese, l’entusiasmo per gli hamburger nella trasferta americana e il goffo balletto insieme a Reno in abiti tatticamente mimetici. Poi, non tutte le battute sono di prima mano, la presenza della bella cantante Beyoncé Knowles è pura coreografia e la storia non si distingue certo per la sottigliezza dell’intrigo. Ma l’insieme non fallisce l’obiettivo primario di divertire. Dell’originale restano i titoli di testa animati e l’intramontabile tema di Henry Mancini, rimaneggiato ad arte per adattarsi, con gusto, alle sonorità contemporanee.
Luca Baroncini
di James Mc Teigue con Natalie Portman, Hugo Weaving
Siamo nel 2020. L’Inghilterra è governata da un partito nazista; un vendicatore solitario sfida il regime. L’uomo, guardato con simpatia dall’autore, si direbbe un libertario, costretto a scelte estreme da una situazione estrema. Ma la maschera che indossa riproduce il volto d’un bombarolo cattolico: quel Guy Fawkes che, all’inizio del Seicento, tentò di far esplodere l’intero parlamento inglese. Quanto alla situazione estrema, somiglia molto a quella che alcuni paesi stanno attualmente vivendo. Si deve considerare un incitamento all’uso della violenza, oppure l’autore ci sta mettendo in guardia nei confronti di quello che potrebbe essere l’immediato futuro? Un film che farà discutere, anche perchè sicuramente intelligente, come dimostra l’acuta metafora con la quale viene descritto il rapporto tra il vendicatore solitario e la protagonista. Venendo al valore artistico, l’opera sembra più adatta al teatro che alle sale cinematografiche; gli interpreti sembrano poco adatti sia all’uno che alle altre.
Lucrezia Avitabile di Nanni Moretti con Silvio Orlando, Margherita Buy, Jasmine Trinca, Michele Placido, Carlo Mazzacurati, Giuliano Montaldo,Valerio Mastandrea, Anna Bonaiuto e Nanni Moretti Decisamente notevole. Alla vigilia delle elezioni politiche Nanni Moretti fa uscire una pellicola dedicata al fenomeno del berlusconismo: complimenti per la scelta! Protagonista è un produttore squattrinato che, senza rendersi bene conto di ciò che sta facendo, si trova a produrre un film su Berlusconi. Nel frattempo, la sua compagna lo lascia, ed è la storia di quest’abbandono che costituisce la trama della narrazione. La figura di Berlusconi rimane sullo sfondo, per emergere, prepotentemente, nel finale. “Il caimano” è un lavoro curato nei minimi particolari. Tutti gli interpreti, da Moretti stesso fino ai piccoli attori che recitano la parte dei figli della coppia in crisi, danno il meglio di sè.
Lucrezia Avitabile
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