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Quel che resta degli Oscar

 

Truman Capote: a sangue freddo

Syriana

Matt Damon
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Quel che resta degli Oscar

 

Per una volta non è andato tutto secondo il copione della vigilia. Il favorito “I segreti di Brokeback Mountain”, infatti, già vincitore di ogni riconoscimento possibile a partire dal Leone d’oro conquistato al Festival di Venezia, si è dovuto accontentare di tre premi (Regia, Sceneggiatura non originale e Colonna sonora) e non ha ottenuto la statuetta più prestigiosa. L’Oscar per il Miglior film è infatti andato a “Crash”, il racconto corale di Paul Haggis incentrato su incomunicabilità e conflitti razziali nella Los Angeles contemporanea. A parte il colpo di scena finale, però, necessario per mantenere desta l’attenzione sulla più popolare vetrina del cinema d’oltreoceano, il rito si è ripetuto con poche varianti e ancor meno sussulti. La sempre sorridente Reese Witherspoon, da poco anche attrice più pagata del mondo con un cachet di ben 29 milioni di dollari a film, ha sbaragliato le avversarie con il ruolo di June Carter in “Quando l’amore brucia l’anima”, biografia molto convenzionale dell’icona country Johnny Cash. Più condivisibile l’Oscar a Philip Seymour Hoffman per “Truman Capote: a sangue freddo”, bravissimo nel dare vita alla controversa personalità del famoso scrittore americano. Quanto ai Non protagonisti, la graziosa Rachel Weisz ha un bel ruolo in “The Constant Gardener – La cospirazione”, ma l’Oscar pare eccessivo, e George Clooney non poteva non vincere qualcosa con ben tre candidature all’appello (oltre a “Syriana”, per cui è stato premiato, anche la regia e la sceneggiatura di “Good Night, and Good Luck”).

Nell’ambito dei premi tecnici, il più apprezzato è stato giustamente “King Kong” di Peter Jackson (tre statuette), oltre all’esornativo “Memorie di una geisha” (anch’esso tre Oscar) che dimostra invece come una somma di talenti non sia per forza garanzia di spessore. Rispetto alla tradizione dell’Oscar è mancato l’asso pigliatutto, quello che conquista all’unanimità, e l’edizione 2006, forse anche a causa di una piattezza diffusa, è stata all’insegna di un’equa e calibrata ripartizione. I cliché di fondo, comunque, sono stati rispettati: gli Oscar continuano a prediligere un cinema capace di coniugare l’intrattenimento con l’impegno e la trasformazione fisica degli attori (Hoffman trasfigurato e Clooney ingrassato) offre sempre buone chance alla vittoria. Tra i temi forti dei film candidati, il razzismo, la politica internazionale, lo sfruttamento perpetrato dalle multinazionali farmaceutiche, la condizione della donna sul posto di lavoro. La famiglia, perno della cultura americana, è presente, ma evita il calco delle convenzioni. Basta pensare a “Transamerica” o a “I segreti di Brokeback Mountain”, anche se la pellicola di Ang Lee non si propone come film militante gay, ma come storia d’amore universale. Curiosando tra gli altri premi assegnati, colpisce che per il Migliore lungometraggio animato l’abbia spuntata il simpatico, ma non irresistibile, “Wallace & Gromit – La maledizione del coniglio mannaro” contro due rivali straordinari come “Il castello errante di Howl” di Hayao Miyazaki, vera e propria poesia animata, e il gioiello di Tim Burton “La sposa cadavere”. Tra i delusi, sicuramente Steven Spielberg e il suo sopravvalutato “Munich”, l’ennesima trasposizione del classico di Jane Austen “Orgoglio e pregiudizio” e il solido polpettone di Ron Howard “Cinderella Man”, che pareva progettato a tavolino per compiacere la platea, perlopiù canuta, dell’Academy. Nell’autocelebrazione del mito americano a uscirne a bocca asciutta è anche l’Italia. Delle tre candidature nessuna è andata a buon fine, nemmeno la più probabile, quella alla brava Gabriella Pescucci per i costumi di “La fabbrica di cioccolato” (ma aveva già vinto nel 1993 con “L’età dell’innocenza”). La vittoria del giovane talento pisano Dario Marianelli per la colonna sonora di “Orgoglio e pregiudizio” era invece più insperabile e il mediocre “La bestia nel cuore”, di Cristina Comencini, aveva ben poche opportunità di ritagliarsi un posto nelle preferenze dei giurati, che hanno infatti premiato il sudafricano “Il suo nome è Tsotsi”, di Gavin Hood. Nella valanga di premi e categorie che catturano l’occhio, mentre il tappeto rosso della passerella è già stato arrotolato, i giornali con i commenti a caldo sono già finiti nella raccolta differenziata e nessuno si ricorda più i dati di ascolto televisivi, si affaccia, crudele, una domanda: che resterà di tutto questo? Glissando sull’effimero della mondanità e ancorandosi ai film premiati, che in teoria dovrebbero essere l’essenza della manifestazione, solo pochi fotogrammi si prenotano un posto nella memoria: le nuvole del Wyoming a vegliare sull’amore controverso di due rudi cowboy e  lo sguardo ambiguo di Truman Capote. Tutto il resto è business.

Luca Baroncini

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Truman Capote: a sangue freddo

di Bennett Miller con Philip Seymour Hoffman, Catherine Keener, Chris Cooper

 
Uomo di mondo eccentrico e scrittore rigoroso. Sono le due facce di Truman Capote, uno dei personaggi più rappresentativi della letteratura e del giornalismo americani, l’autore del celeberrimo “A sangue freddo”, primo esempio di romanzo-verità. La novità per i tempi (anni Sessanta) sta nell’affrontare un fatto di cronaca, il massacro di un’intera famiglia da parte di due balordi nel profondo nulla paesaggistico del Kansas, con un approccio letterario, attento alle psicologie e alle persone più che alla mera informazione giornalistica. Il film dell’esordiente Bennett Miller si concentra sulla genesi del romanzo e cerca di evitare le trappole della classica biografia (splendori e miserie di un genio) per focalizzare l’attenzione sulla contraddittoria personalità dello scrittore in un momento cruciale della sua vita. Capote è infatti alla vigilia di quello che sarà il suo romanzo più famoso, ma anche l’ultimo che riuscirà a portare a compimento. L’esperienza, infatti, si rivelerà un grandissimo successo, ma incrinerà definitivamente l’equilibrio psichico dell’autore. L’aspetto più significativo della pellicola è il legame ingannevole che si crea tra lo scrittore e i due malviventi autori della carneficina. Loro si illudono di avere un appoggio in grado di salvarli dalla pena capitale, lui li lascia sperare per carpire materiale per il suo romanzo. Salvo stabilire con uno dei due una sorta di empatia, a metà strada tra l’immedesimazione e l’innamoramento (“È come se io e Perry fossimo cresciuti nella stessa casa. E un giorno lui è uscito dalla porta sul retro e io da quella davanti”). Il rigore della sceneggiatura di Dan Futterman, andamento in lenta progressione non esente da prolissità, trova un felice connubio con lo stile asciutto di Miller, che con un racconto così forte e stratificato lascia che siano i personaggi e gli interpreti il centro della sua visione. In particolare, davvero sorprendente la prova di Philip Seymour Hoffman (meritato Oscar per la
Migliore interpretazione maschile), che più che alla somiglianza fisica, punta con sobrietà alla messa a nudo di un’anima.

 

Luca Baroncini

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Syriana

di Stephen Gaghan con Matt Damon e George Clooney

Senza infamia e senza lode. Meglio: con un po’ d’infamia e un po’ di lode.

Infame è il modo con cui il regista ci immette nel flusso degli eventi. “Avete il cervello: usatelo!”- sembra suggerire. Va be’. Però al cinema, in genere, si va di sera, e non si ha tanta voglia di affaticarlo ulteriormente...

Lodevole invece è la chiarezza con la quale, senza mezzi termini, ci spiega che la vera guerra per le fonti energetiche si sta combattendo contro la Cina, e che il governo USA non intende fermarsi davanti a nulla (per chi avesse dubbi in proposito).

Si tratta di una classica storia di spie, con George Clooney nei panni dell’agente segreto “a lasciapodere”.  Modesta la trama, modeste le interpretazioni.

Lucrezia Avitabile 

 

 

 

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