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I Tutsi: dal lungo esilio al ritorno in Rwanda
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Lunedì 6 marzo, presso il Laboratorio di etnologia dell’Università di Modena, Francesca Polidori dell’Università di Siena ha relazionato circa le ricerche effettuate presso i Tutsi del Rwanda, un popolo in larga parte costituito da persone che per oltre trent’anni, a causa delle persecuzioni, hanno vissuto nella condizione di rifugiati nei paesi limitrofi. Questa volta non si è trattato però di ricerche attuate all’interno dei campi profughi, la Polidori si è interessata essenzialmente ai problemi connessi al loro ritorno in Rwanda. I Tutsi rifugiatisi in Uganda, Burundi, Congo e Tanzania tra il 1959 e il 1963 sono ora tornati in patria, ma l’esperienza dell’esilio e del rimpatrio non sono state uguali per tutti. C’è tra loro chi non ha abbandonato il modo di vita tradizionale, basato su agricoltura e allevamento, e chi invece lo ha, in varia misura, modificato. Diversi fattori sono entrati in gioco in questo processo: innanzitutto, quando si sono verificate le prime stragi di Tutsi ad opera degli Hutu, nel 1959, gli appartenenti allo stesso lignaggio non sono partiti contemporaneamente; si è assistito così a separazioni non sempre seguite da ricomposizioni familiari. Alcuni poi, spesso gli anziani, sono rimasti nel loro paese. Successivamente, dai campi profughi molti si sono trasferiti nelle città per trovare lavoro, e anche questo ha provocato separazioni non sempre seguite da ricomposizioni. Durante il lungo periodo dell’esilio, naturalmente, il Rwanda restava un luogo simbolico, produttore di identità, ma ben pochi dei fuoriusciti vi facevano ritorno, in quanto esisteva il pericolo reale di essere uccisi. Coloro che si erano rifugiati in Congo ebbero la possibilità di ottenere la cittadinanza congolese. Negli anni ’60 era sufficiente dichiarare di essere residenti da più di dieci anni e molti, anche mentendo, la acquisirono: lo stato ospite tollerava. Ciò favorì la loro integrazione culturale. In Burundi, invece, i Tutsi mantennero lo status di rifugiati e, con esso, le loro peculiari tradizioni, in verità, in questo caso, non troppo diverse da quelle degli ospiti. La situazione cambiò nel 1981 quando, in Congo, venne modificata la legge sull’acquisizione della cittadinanza, facendola diventare più restrittiva. A questo punto i rifugiati, sentendosi in pericolo, appoggiarono il movimento militare del fronte patriottico rwandese che si proponeva il rientro in Rwanda. La vittoria ottenuta nella guerra che ne seguì consentì, a partire dal 1994, il ritorno in patria di 800.000 persone. Non tutti però riuscirono a rientrare in possesso delle terre possedute in precedenza; infatti, in base agli accordi di pace, le famiglie che le avevano abbandonate da più di dieci anni non le poterono recuperare. Inoltre, alcuni tra coloro che hanno potuto riaverle (perchè i parenti erano rimasti in Rwanda fino al massacro del 1994) oggi le affittano, avendo paura di vivere vicino a chi assassinò i loro congiunti. Molti, infine, nel frattempo, hanno cambiato stile di vita. Il ciclo dei rifugiati – secondo la Polidori - non si conclude con il ritorno in patria. Quest’ultimo, nei casi di assenza prolungata, rappresenta quasi un nuovo esilio: si "torna" cioè in un posto che, spesso, non si è mai conosciuto e che, peggio, era stato idealizzato. Tuttavia la cosa più importante, a detta dei Tutsi intervistati, è sentirsi in patria, essere sicuri di non essere perseguitati; anche se, con il ritorno, si è persa per strada l’antica solidarietà tra rifugiati, e si è diffuso un maggior individualismo. Esiste poi il problema della riconciliazione con gli Hutu. La cosa, ovviamente, è molto difficile; viene tuttavia favorita da due fenomeni: la diffusione delle chiese pentecostali e quella delle associazioni agricole. Per quanto riguarda la religione, prima degli scontri interetnici, i Tutsi erano cattolici, durante l’esilio molti si sono convertiti (anche per via dei legami tra preti cattolici e autori delle stragi) ed ora convertono anche gli Hutu. Le chiese pentecostali (che propagandano la famiglia nucleare, proibiscono di perpetuare i riti tradizionali e obbligano a pagare la decima) attraggono molti giovani, staccandoli dall’antico stile di vita e, in parte, dagli antichi rancori. Per quanto riguarda le associazioni agricole, si tratta soprattutto di casse comuni all’interno delle quali tutti i partecipanti versano periodicamente denaro. L’intera somma accumulata viene poi data a un partecipante estratto a sorte, avendo cura che, a turno, tutti vengano sorteggiati. Il vantaggio di questo sistema è che i primi estratti entrano in possesso di denaro che non hanno ancora versato (ottengono cioè un finanziamento da impiegare per le proprie attività), per gli ultimi, invece, il meccanismo si trasforma essenzialmente in un incentivo al risparmio. A questo tipo di associazioni, peraltro diffuse in molte aree dell’Africa nera, partecipano sia i Tutsi che gli Hutu. In conclusione, tra i rimpatriati più istruiti, alcuni hanno abbandonato lo stile di vita basato su agricoltura e allevamento, altri sono tornati nelle campagne adottando uno stile di vita tradizionale "rivisitato". I rimpatriati meno istruiti invece, nella maggior parte dei casi hanno ripreso le antiche abitudini, ma ciò non è vero per tutti: c’è anche chi ha cambiato settore, passando, ad esempio, dall’agricoltura al terziario, e ciò, ovviamente, ha avuto sul suo modo di vita conseguenze non indifferenti. Luciano Nicolini
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