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Intervista a Cathy Marchand, del Living Theatre di Roberto Zani

Paolo Poli in "The Bridge of San Luis Rey" di Eugen Galasso

 Cathy Marchand

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Intervista a Cathy Marchand, del Living Theatre

 

Cathy Marchand è uno dei personaggi più rappresentativi del Living Theatre: attrice francese, entrò giovanissima nella compagnia di Julian Beck e Judith Malina con un’esperienza di teatro classico alle spalle. Ha lavorato anche nel cinema italiano con Fellini (La città delle donne, Ginger e Fred) e Sergio Citti (Casotto); recentemente ha avuto un ruolo nell’ultimo film di Battiato, Musikanten. Abbiamo incontrato Cathy nel teatro comunale di Dozza dove ha tenuto un seminario per giovani attori, conclusosi il 25 febbraio scorso con uno spettacolo che ha felicemente inaugurato il bel programma 2006 del teatro.

Della storia del Living Theatre si cita soprattutto il periodo beat ed il ’68 francese. Tu però sei entrata far parte della compagnia nel 1978.

"Sì. Loro erano appena stati a Bologna nel ’77, ma erano in una fase in cui rientravano nei teatri dopo il periodo del ‘teatro di guerriglia’, messo cioè in scena in ospedali psichiatrici, fabbriche, cantieri… Nel 1980 andammo in Polonia riprendendo l’Antigone di Brecht in cui la figura del tiranno era ispirata a Lyndon Johnson. Venivano a vederci molte persone coinvolte nelle agitazioni sindacali, poi c’era la questione del nuovo papa polacco… Era una situazione molto effervescente, si percepiva che il nostro spettacolo era anche una forma di aggregazione per dei soggetti politici che cominciavano a crescere. Venimmo allora contattati da Havel per fare lo spettacolo a Praga, ma noi avevamo solo un permesso per transitare attraverso la Cecoslovacchia senza fermarci. L’appuntamento era a Praga a l’una di notte, in piazza San Venceslao, con un personaggio dell’entourage di Havel: ci condusse in un piccolo appartamento dove dormimmo in 4 per letto, poi alle 10 del mattino facemmo l’Antigone in una taverna tra i tavoli e le birre, in totale clandestinità, con la possibilità che entrasse la polizia per arrestarci tutti… Per me fu il massimo: provenivo da una famiglia politicizzata e dal cosiddetto movimento degli anni ’70, consideravo il Living come la coniugazione del teatro e della politica, quindi l’utopia realizzata. All’epoca ero però anche piuttosto inconsapevole e non avevo compreso bene il rischio che stavamo correndo. Gli altri erano comunque già stati in galera negli Usa, in Brasile…".

Julian Beck morì pochi anni dopo, nel 1985.

"Furono comunque 7 anni molto intensi, di grandi tournèe. Nell’85 partimmo da Bologna, dove avevamo una nostra sede e un’attrice che ci faceva da punto di riferimento per l’Italia, Serena Urbani: si doveva andare alla biennale di Venezia e poi in Yugoslavia. Ma siccome June Paik stava facendo un video su Julian e Ginzberg, prendemmo il Red Bus, un Ford Transit a cui Julian era legatissimo, ed andammo a Berna sulla tomba di Bakunin, dove lui lesse un poema dedicato all’anarchico russo fumando la sua ultim sigaretta di hashish. Noi facevamo delle scene biomeccaniche intorno alla tomba, fu una cosa molto surreale… Julian voleva lasciare l’ultima immagine legata a questo senso puro, etereo, vitale, non - violento dell’anarchia. Stava malissimo, subito dopo ebbe un attacco di tosse terribile; morì un mese dopo".

Come siete sopravvissuti alla morte di Beck?

"Julian e Judith erano complementari: per schematizzare, Julian era la visione anarchica legata al teatro di poesia, situazionista, d’engagement, anche intimo nel suo ultimo periodo. Noi eravamo un corpo e una testa comune, ma alla sua morte è stato come se fosse venuta a mancare una trave portante ad un livello molto alto e vasto: Julian ‘volava’, mente Judith è la materia, la struttura… Nell’85 Julian cercava di portare avanti questa nuova fase intimista del Living con Archeologia del sonno, ma alla sua morte il discorso si è interrotto ed è nato qualcosa di diverso, più ‘americano’: non dimentichiamoci che il Living è nato a New York e Judith è d’indole molto americana. Julian invece voleva essere sepolto in Europa, a Parigi o a Roma".

Come si viveva nel Living Theatre con Julian e Judith?

"Noi eravamo veramente una comunità anarchica: loro guadagnavano i nostri stessi soldi, Julian faceva da mangiare per tutti, Judith convocava delle riunioni molto spesso per condividere le decisioni, anche quelle sue personali. L’idea era quella di creare un’allegra comunità anarchica in grado di trasmettere un messaggio di amore e di corpo gioioso, magari anche torturato ma alla fine liberato".

Quindi c’era un rapporto tra teatro, anarchia e vita quotidiana realmente molto stretto.

"Sì, legato a come si gestisce il gruppo, all’autodisciplina, alla coscienza del sé che si deve mettere in relazione con gli altri, ed è facile cadere in equivoci che possono portare fuori strada e degenerare, siamo umani".

Vorrei capire come questa esperienza di crescita collettiva diventava anche individuale e si trasmetteva fuori dalla compagnia.

"Praticamente non c’è un dentro e un fuori: per altre compagnie il pubblico potrebbe pure non esserci, per il Living l’attore e il pubblico sono in un rapporto di uguaglianza. E’ stata questa la nostra forza. Quando morì Julian io ero quasi trentenne e presi pienamente coscienza di questa esperienza, in grado cioè di portare avanti anche in prima persona questo discorso. Nacque allora l’idea di portare il nostro messaggio di liberazione alle nuove generazioni, che giunge oggi anche a chi non ha mai potuto vedere uno spettacolo del Living: è meraviglioso come questi contenuti riescono a coinvolgere persone che all’inizio hanno persino un senso di repulsione, ma che poi alla fine se ne appropriano. Arriva loro questo discorso di poesia - anarchia - consapevolezza di sé: anarchia come senso di autodisciplina e di libertà da se stessi e dagli schemi, dalle gabbie che ci creiamo da soli. Facciamo cioè teatro creando allo stesso tempo degli spazi di libertà. Non è facile, soprattutto al giorno d’oggi".

Tieni regolarmente dei seminari all’Università La Sapienza di Roma e nel tuo percorso di attrice del Living hai incontrato alcune generazioni di "pubblico partecipante": come ti trovi con i giovani d’oggi?

"Questi giovani sono svantaggiati rispetto alla mia generazione degli anni ’70: noi avevamo degli ideali, a loro manca un’idea di politica nel senso proprio della dimensione collettiva, fatta anche solo di tre persone. Ognuno è solo con se stesso, questo è ciò che ha inculcato loro la società. Sono figli di uno schermo televisivo, dei telefonini, non hanno punti di riferimento reali. Nei nostri seminari vengono persone alla ricerca di non si sa che cosa, hanno delle fragilità perché sono costruiti di cose che non esistono, vivono come in un ologramma. Noi invece lavoriamo sulla materia, che è sempre drammatica, sul corpo. Alcuni pensano soltanto a fare della televisione e con me fanno un’esperienza un po’ particolare".

Tu vivi in Italia: come giudichi la situazione del teatro e della cultura del nostro paese?

"E’ un disperazione. Judith dice che nelle situazioni difficili si crea meglio: così è stato anche per il Living, nella comodità non c’è creatività. Viviamo in un momento molto difficile a livello globale, con un gravissimo conflitto di civiltà e di religione, lo straniero è generato e vissuto come un mostro… In una situazione così deteriorata l’arte forse può essere una delle chiavi di apertura: infatti in questi ultimi anni di orrori sono gli artisti ad alzare la voce, magari lo fanno per il loro business, ma in una situazione di deserto culturale è comunque qualcosa".

Adesso Judith e Hanon Reznikov (che ha preso il posto di Beck alla direzione del Living n.d.r.) vivono a New York.

"Sì, hanno preso un teatro che non si sa se aprirà, anche perché il Living è stato relativamente poco a New York: dopo l’arresto che subirono negli Usa rimasero quasi sempre in Europa. Judith quest’anno compie 80 anni ed è un po’ stanca, ma a New York si trova bene, c’è un gruppo del Living solo americano che fa delle cose là, poi a mesi verranno in Europa. Il prossimo anno sarà il 60° del Living, speriamo in questo teatro di New York… Per ora siamo un po’ dispersi, cerchiamo comunque di portare avanti i nostri contenuti".

Roberto Zani

Paolo Poli in "The Bridge of San Luis Rey"

Che grande, sempre, Paolo Poli. Per me, lo dico senza problemi, il migliore nel panorama italiano, e uno dei più grandi in quello mondiale. Attore, regista, autore, stavolta ha tratto spunto da "The Bridge of San Luis Rey" del grande romanziere americano Thornton Wilder, che qui vale come pretesto, ossia il ponte dedicato dal vicerè spagnolo del Perù al roi Saint-Luis, il re santo dei Francesi, che crolla miseramente a metà Settecento, uccidendo cinque viaggiatori, di cui si narra la storia.

E Poli è in scena soprattutto come madre Pilàr, una superiora molto libera, che dice tranquillamente: "L’Inquisizione ha messo troppa carne al fuoco" e "I poveri sono veramente sfortunati. Se la merda fosse oro, non avrebbero il buco del culo". Madre Pilàr-Poli si pone il problema "Dio punisce così i malvagi o chiama a sé gli innocenti?", la domanda di Voltaire contro Leibniz e la sua teodicea, per cui Dio avrebbe creato il migliore dei mondi possibili... E Voltaire prendeva spunto dal terremoto di Lisbona (stessi anni: 1755 - 30.000 morti).

Tra stile elevato e finissima volgarità, una rivisitazione di tutto il teatro, dalla commedia dell’arte a Cervantes (Intermedios) e Calderon de la Barca (La vida es sueno) agli Antichi. E, appunto si va dalla sublime teodicea negativa alla canzone (con burattini a dito) "Padre mio sto cordone...". Il tutto con le splendide scene girevoli di Emanuele Luzzati, costumi (eccelsi) di Santuzza Calì, musiche di Jacqueline Perrotin.

E Paolo, coltissimo ma "troppo modesto", ci fa una lezione di teatro e di vita: madre Pilàr anticipa la teologia della liberazione, legando l’inno alla "Vergine degli umili" alle speranze del campesino latinoamericano; l’anticlericalismo di Poli non è mai a senso unico...

Grande teatro, grande teatro nel teatro, con Poli ancora primo attore, anche se le settanta lune sono ormai un ricordo; bello, intelligente, intenso, divertente tutto quello che fa - dice - canta; suoi compagni di scena Ludovica Modugno, Mauro Marino, ma anche tanti altri. Fate carte false per non perderlo.

Eugen Galasso

 

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