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La terra

Locandina del film La Terra
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Transamerica

di Duncan Tucker con Felicity Huffman, Kevin Zegers, Fionnula Flanagan

Sabrina Ousborne, all’anagrafe Stanley, è giunta a un punto cruciale della sua esistenza. Le manca infatti poco più di una settimana per coronare il sogno di una vita: l’operazione chirurgica che la renderà definitivamente donna. Prima, però, per evitare postumi psicologici traumatici, dovrà conoscere il figlio che ha da poco scoperto di avere. Genitore e ragazzo dovranno superare diffidenze, insicurezze e incomprensioni per giungere, in un finale aperto ma speranzoso, a comunicare con sincerità. L’opportunità è offerta da un viaggio in macchina da New York, dove il figlio è appena uscito di galera, fino a Los Angeles, con tappa inaspettata a Phoenix.

L’esordiente Duncan Tucket, anche sceneggiatore, abbina due tipici cliché cinematografici: la "strana coppia" e il "road movie". La prima parte, conoscitiva e preparatoria, scorre abbastanza piatta, sia nell’impaginazione, molto vicina all’anonimato dello schermo televisivo, che nelle tappe narrative, perlopiù prevedibili e convenzionali. Se la protagonista gode di un certo spessore, il figlio cade subito nello stereotipo, con un maledettismo di maniera che ce lo presenta semi-drogato, marchettaro e con violenze sessuali alle spalle (manca solo una tegola in testa e il repertorio delle sfighe sarebbe completo). La seconda parte, con l’immancabile resa dei conti, procede invece più briosa, grazie all’innesto di nuovi personaggi e a una chiusa efficace. Il pregio della regia è di ricercare la pacatezza evitando sensazionalismi. Scelta che ha però la diretta conseguenza di appiattire la resa emotiva, a causa anche dell’incertezza con cui il racconto si mantiene in bilico tra il grottesco e il realistico. Per fare un paragone, il riuscito e affine "Priscilla, la regina del deserto" si abbandonava con libertà ed estro a un coinvolgente sopra le righe, creando personaggi e sequenze memorabili. "Transamerica", invece, pur non evitando luoghi comuni (alcune caratterizzazioni dei personaggi), eccessi (la famiglia della protagonista) e qualche caduta (la riunione dei transessuali), fa di una calcolata assenza di guizzi il suo cavallo di battaglia, rischiando di perdere per strada l’interesse degli spettatori.

Brava la protagonista Felicity Huffman (già "casalinga disperata") e curiosa la scelta di una donna per interpretare un uomo che vuole essere una donna. Il clamore raccolto pare comunque eccessivo.

Luca Baroncini

 

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Prime

di Ben Younger con Uma Thurman, Meryl Streep, Bryan Greenberg

La realtà è spesso più originale della fantasia. Comunque sia, è difficile credere che in una metropoli di più di dieci milioni di abitanti come New York una ricca trentasettenne in crisi si invaghisca di un aitante ventitreenne, conosciuto per caso in fila a un cinema, salvo poi scoprire che si tratta del figlio della sua terapista. Una volta tollerata l’improbabile idea alla base del soggetto, la sceneggiatura si trova a dove gestire il peso non indifferente dell’equivoco.

Per rendere i contrasti ancora più accesi il giovane Ben Younger (classe 1973), che ha scritto e diretto il film, mette sul piatto della commedia, oltre alla differenza di età e ai giochi del destino, anche l’intransigenza religiosa della madre, che per il figlio impone una sposa ebrea. Alla fine, nonostante la convenzionalità dei caratteri e dello stile di vita dei due protagonisti, scritti per consentire appigli psicologici e suscitare invidie in qualunque fascia di pubblico, la parte migliore è proprio il rapporto affettivo tra la bella e il giovane. L’equivoco, invece, diventa presto ingombrante, perché nonostante dialoghi efficaci e battute ad effetto, la gestione dei tempi comici non funziona a dovere. Nonostante le tipiche gag del genere, infatti, in cui i personaggi che sanno fingono di non sapere e quelli che non sanno potrebbero capire, sono pochissime le risate e spesso lo spettatore, che è nella posizione privilegiata di avere molte più informazioni dei personaggi, ha tutto il tempo di anticipare l’esito delle sequenze. C’è pure spazio per un tradimento (trovata davvero debole), una cena riconciliatrice (non così spumeggiante) e l’ascesa professionale del giovane artista (pur nella moderazione). Tra la prima parte leggera e promettente e la conclusione malinconica il soufflé finisce così per sgonfiarsi.

Buona la prova del cast, in cui nello scontro tra primedonne, l’affermata Uma Thurman e la veterana Meryl Streep, riesce a distinguersi anche il giovane Bryan Greenberg.

Luca Baroncini

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La contessa bianca

di James Ivory con Ralph Fiennes, Natasha Richardson, e Vanessa Redgrave

Vale la pena di vederlo. Il punto di forza è costituito dalla ricostruzione d’ambiente: il regista ci trasporta nella Shanghai del 1936, città cosmopolita collocata in una Cina arcaica. Il punto di debolezza è invece costituito dall’eccessiva lentezza: il film poteva durare tranquillamente mezz’ora in meno (cioè, sostanzialmente, come tutti gli altri).

Il protagonista è un diplomatico americano travolto dai terribili eventi di quegli anni; la "contessa bianca", un’aristocratica russa che ha perso tutto in seguito alla rivoluzione sovietica. La storia è ben costruita, le interpretazioni degli attori lasciano a desiderare.

Lucrezia Avitabile

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La terra

di Sergio Rubini, con Fabrizio Bentivoglio, Claudia Gerini e Sergio Rubini

Decisamente valido. Siamo a Mesagne, vicino a Brindisi. Il protagonista, che vive a Milano dall’età di diciott’anni, torna al paese natale per vendere, insieme ai fratelli, la terra che avevano ereditato dal padre. Improvvisamente si ritrova immerso nel mondo che aveva lasciato alle proprie spalle.

Perfetta la ricostruzione d’ambiente, buona l’interpretazione di Bentivoglio, impeccabile quella di Rubini; non felice la scelta degli altri attori. L’intreccio (stiamo parlando di un "giallo") è ben costruito, a partire dal riuscito inizio fino ad arrivare all’indeterminata conclusione.

Discutibile il messaggio, nel merito del quale è opportuno non entrare (per non svelare la trama della narrazione). Basti segnalare che almeno la compagna del protagonista avrebbe potuto (o dovuto?) comportarsi in maniera differente...

Lucrezia Avitabile

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