Barra di navigazione

Voglia di menar le mani

Spaghettari e sciupafemmine

Dollari

sei in Cenerentola>archivio>numero74>cronaca

Voglia di menar le mani

«Gli Stati Uniti sono una nazione impegnata in quella che sarà una lunga guerra. Dobbiamo prevalere ora, mentre ci prepariamo al futuro. Ciò richiede una vasta gamma di capacità militari».

Così è scritto nel Quadrennial Defense Review Report 2006 elaborato dal Pentagono e, coerentemente con questa affermazione, il bilancio del Dipartimento della difesa degli USA per l’anno fiscale 2007 prevede una spesa di 439 miliardi di dollari: il 7% in più rispetto al 2006, il 48% in più rispetto al 2001.

Prevede inoltre uno stanziamento di 50 miliardi quale «fondo di emergenza per la guerra globale al terrore» che, unito ad altre voci minori, porta la spesa totale del Dipartimento della difesa a 505 miliardi di dollari: circa la metà dell’intera spesa militare mondiale. Se, infine, si aggiungono gli oltre 10 miliardi di dollari destinati al mantenimento e all’ammodernamento dell’arsenale nucleare (iscritti nel bilancio del Dipartimento dell’energia) e le altre spese a carattere militare, la cifra sale a circa 760 miliardi di dollari.

Ma contro chi si sta combattendo questa guerra che «gli Stati Uniti devono essere preparati a condurre in molti luoghi contemporaneamente e per molti anni a venire»?

Semplice. Contro chi minacci di «destabilizzare la capacità degli Stati Uniti di mantenere il loro vantaggio qualitativo e di proiettare il loro potere». E, indubbiamente, «dei grandi poteri emergenti, la Cina ha il potenziale maggiore per competere militarmente con gli Stati Uniti e mettere in campo tecnologie militari destabilizzanti che col tempo potrebbero contrapporsi al tradizionale vantaggio militare USA».

In ogni modo, «se la deterrenza fallirà, gli USA impediranno a ogni potere ostile di raggiungere i suoi obiettivi strategici e operativi».

Più chiaro di così.

Inizio pagina

Spaghettari e sciupafemmine

Anche i militari italiani, nel loro piccolo, s’allargano.

Scrive sull’Unità Luigi Caligaris, in un lungo articolo intitolato "La difesa tagliata": «Nella Francia degli anni ’60 Jacques Servan-Schreiber denunciò nel suo noto libro "La malaise de l’Armee", il malessere dell’esercito per una guerra cruenta, quale quella d’Algeria, combattuta in un contesto nazionale difficile. Un problema analogo oggi non esiste in Italia, dove non ci sono dure battaglie da vincere e dove mai come ora le forze armate sono state tanto popolari. (...)

Oggi le Forze armate sono assai diverse da quelle di vent’anni fa. Prima erano troppo grandi, 390.000 uomini (nessuna donna), con poche risorse (1% del PIL, assai meno della media Nato) composte per oltre il 70% da soldati di leva, separate (ogni forza armata per suo conto) e con scarsa idoneità di operare oltreconfine. (...)

La "distruzione creativa" avviata alla seconda metà degli anni ’90 per dare loro meno grasso e più muscoli le ha positivamente stravolte. Oggi esse contano 190.000 militari di professione, ostentano una buona capacità operativa, operano continuamente oltremare in coalizioni multinazionali e, in sintonia con un’industria in trend evolutivo, tentano di colmare il forte gap tecnologico maturato in decenni con le forze armate dei maggiori paesi occidentali.

Grazie a loro il prestigio dell’Italia è cresciuto e lo stereotipo dell’italiano spaghettaro, sciupaffemine e infingardo è scomparso. Dopo la guerra in Kossovo, il Comandante Supremo della NATO, Generale W. Clark ha scritto: "Gli italiani sono dei realmente sorprendenti alleati, con militari capaci e pregevole capacità di prendere decisioni e farsi carico di impegni per altri impossibili". Chi, soprattutto in Italia, l’avrebbe mai detto? Oggi nessuno più si sorprende e la domanda rivolta all’Italia per i suoi militari supera largamente l’offerta.

Gli italiani hanno imparato ad apprezzarli, la classe politica si coccola i suoi "cari ragazzi", sempre che ostentino un linguaggio di pace, e i militari, dopo decenni di isolamento, si beano di un consenso senza precedenti. Perché parlarne? Perché lo strumento militare, oltre che indispensabile per la sicurezza, è il principale atout per la nostra politica estera, la migliore chiave d’accesso alle sedi decisionali internazionali e il più apprezzato simbolo di uno Stato che non ha molto altro per farsi stimare. Infine perché la loro evoluzione dimostra che le "riforme impossibili" sono possibili quando chi ne è oggetto se ne fa carico.

La riforma nasce, quasi per caso, 25 anni fa quando Andreotti, Capo del Governo, accoglie la richiesta dell’ONU di truppe italiane. Tre anni dopo, il positivo esito della loro prova in Libano apre in Italia una breccia a favore di analoghi impegni. Ma solo negli anni ‘90 si ha una vera svolta, grazie alla caduta del Muro, la gestione da parte dell’ONU di operazioni complesse, la disponibilità della Nato a operare oltre i confini europei. (...)

L’Italia partecipa, nel 1991, alla guerra del Golfo con i Tornado e, nel 1993, a operazioni in Somalia e Mozambico, sotto la bandiera dell’ONU. In Somalia, con i primi caduti in scontri a fuoco, si conferma l’esigenza di sostituirli con soldati di professione, scelta che catalizzerà e qualificherà il processo di riforma. L’impegno oltre confine continua e con la Nato, in Bosnia (1995) e Kossovo (1999), sono chiamati a operare nel sistema militare occidentale, in competitiva collaborazione con forze più esperte e meglio equipaggiate. Stimolati dal confronto si distinguono e l’esperienza concorre alla loro evoluzione. Ciò fa pensare a un team automobilistico per gare locali, con macchine e strutture al risparmio che, iscritto d’autorità alla formula 1, si piazza ai primi posti. Impossibile! Eppure, così come quella fantomatica squadra, le forze armate italiane oggi sono attestate nel gruppo di testa dei paesi che contano. Merito della riforma, ma quale riforma? (...)

Dal 1991 ad oggi, l’esercito, la forza armata prima più sedentaria e la più coinvolta nel passaggio dal servizio di leva al professionismo, ha aumentato il suo impegno oltremare da valori prossimi allo zero agli attuali 55.000 uomini. (...)

Oggi schiera oltremare 11.000 uomini e occupa il primo posto nelle coalizioni Nato, il secondo in quelle dell’UE, il terzo in Irak. Sono anche da mettere in conto esercitazioni multinazionali terrestri, navali ed aeree a cui l’Italia assume ruoli importanti. Dulcis in fundo, il nostro paese è partecipe di due forze d’intervento, NATO ed europea, con parte cospicua in qualità e quantità delle sue forze armate. (...)

In un futuro assai prossimo, è probabile che si imponga un ulteriore miglioramento della operatività nell’ipotesi di scenari postbellici altrettanto cruenti di quello irakeno e, per quanto si punti al risparmio, ogni mutamento ha un suo prezzo. (...) Oggi i mass media americani accusano il Pentagono di equipaggiare i suoi militari «on the cheap» (con la lesina); cosa mai dovrebbero scrivere i nostri se avessero voglia di scriverlo? (...)

Occorre entrare nel merito delle tre principali voci di spesa della funzione "difesa" (le virgolette sono di Caligaris): personale, esercizio, investimento. Restando nella metafora del team automobilistico, la prima voce provvede alle paghe dello staff e dei piloti, le seconde al mantenimento in gara del team, le ultime al rinnovo delle macchine. Quando salta l’equilibrio fra le tre voci, la struttura si sfascia. Ma quell’equilibrio è sempre più precario nelle forze armate poiché, una volta pagate le ineludibili spese del personale, a esercizio e investimento tocca solo ciò che avanza. (...)

Se l’Italia riducesse il numero dei suoi soldati per lesina, non solo metterebbe a terra l’esercito, a cui dovrebbe dir grazie per aver portato il maggior carico negli impegni oltremare, ma indebolirebbe la presenza italiana nelle coalizioni multinazionali annullando i benefici conseguiti finora. Con quale faccia peraltro l’Italia, fra le prime ad inneggiare alla difesa comune, può ridurre di poche decine di migliaia di uomini le sue forze armate quando dispone delle più numerose forze dell’ordine in Europa e se ne inventa di altre, locali, probabilmente numerosissime?

(...)

A Londra si sta dibattendo sul come "conseguire standard internazionali nella professione militare" per "migliorare il livello delle forze militari e rendere più agevole ed efficace la cooperazione multinazionale". L’Italia ha raggiunto ottimi livelli di "utilità multinazionale", vuole forse rientrare nella sua Fortezza dei tartari in un contesto dinamicamente globale?

Anche alle altre due voci della "funzione difesa", investimento ed esercizio, i tagli di bilancio procurano seri problemi. Rende precario "l’investimento" da cui dipende l’ammodernamento del sistema e la buona salute per un’industria che è divenuta uno dei punti qualificanti del nostro povero e debole sistema industriale. (...).

Ancora più serie sarebbero le conseguenze per le forze armate costringendole a operare con materiali obsoleti. Il gap tecnologico con le altre si allargherebbe e ne soffrirebbe la capacità di operare in ambito multinazionale, contraddicendo la tendenza positiva intrapresa.

Inscindibile dall’investimento è l’esercizio che tratta di addestramento, infrastrutture, governo del personale, assistenza a mezzi e materiali, consumi, in breve di tutte le attività del sistema. (...)

In un’Italia ingabbiata in un’artificiosa retorica della pace a costo zero, forze armate efficienti a livello europeo paiono una contraddizione. Oggi alla politica si chiede una parola semplice e chiara sul ruolo del suo apparato militare. Solo dopo che lo avrà chiarito, si potrà stabilire se occorrono una portaerei, un supercaccia e dei parà o uno stuolo di chierichetti senz’armi. (...)

Chi ha in passato deprecato il sottoimpiego dei soldati di leva, provi ad immaginare quanto preoccupante sarebbe l’alienazione di motivati professionisti costretti, dopo meritati successi, a trascinarsi fra casa e caserma. Mi auguro che non si verifichi».

Noi della redazione di Cenerentola, invece, sconcertati dal linguaggio (militaresco, aziendalista e un po’ sportivo) usato dal generale, auguriamo di cuore a tutti i militari di non dover mai far uso delle armi. A rischio di essere etichettati come "spaghettari, infigardi, e sciupafemmine".

 

Inizio pagina