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Orgoglio e pregiudizio

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Dick & Jane: Operazione furto

Locandina del film Orgoglio e pregiudizio
sei in Cenerentola>archivio>numero74>cinema

Munich di Steven Spielberg

con Eric Bana, Daniel Craig, Geoffrey Rush

Da sempre il percorso cinematografico di Steven Spielberg alterna il puro svago con l’impegno. Dopo avere affrontato la questione razziale ("Il colore viola" e "Amistad"), il dramma dell’Olocausto ("Schindler’s List") e la Seconda Guerra Mondiale ("Salvate il soldato Ryan"), si cimenta questa volta nello spinoso campo del conflitto tra Israeliani e Palestinesi. Lo spunto è l’attentato alle Olimpiadi di Monaco del 1972 da parte di un gruppo di estremisti arabi, in cui morirono, oltre ai terroristi, tutti gli atleti della squadra olimpica israeliana. Il film, dopo un’efficace messa in scena dell’antefatto, segue, basandosi sul romanzo "Vengeance" di George Jonas, il punto di vista di cinque appartenenti all’intelligence israeliana, chiamati a vendicare la strage. Le conclusioni, universalmente condivisibili, mostrano un’assenza di vincitori e una proliferazione di vinti. La vendetta, infatti, non potrà che scatenare altra vendetta, in una catena di sangue, e l’attualità non fa che ricordarcelo, che pare interminabile.

Se le intenzioni sono lodevoli, la sostanza cinematografica non è sempre convincente. A cominciare dal contrasto, alla lunga stridente, tra il taglio pseudo-documentaristico del racconto e l’umanità dei personaggi messi in scena, gravati dal peso della tesi che sono chiamati ad esporre. Alla freddezza del risultato contribuisce anche la scelta cromatica, con colori spenti e desaturati esaltati dalla fotografia sgranata di Janusz Kaminski, che si attiene con poca fantasia ai cliché visivi del momento, rischiando di datare il film in anticipo sui tempi. Poco riuscita anche la ricostruzione storica, con personaggi in abiti d’epoca sempre puliti e ordinati che rendono tangibile la finzione. Per non parlare degli stereotipi con cui le capitali europee in cui si articola la vendetta israeliana sono rappresentati: l’Italia è un aperitivo in piazzetta sotto un tendone griffato Martini al fianco di una Vespa in bella vista; la Francia è la Torre Eiffel; in Inghilterra non può che piovere e in Olanda si va per forza in bicicletta. Quanto al cast, l’unica nota negativa è nella scelta come protagonista di Eric Bana, monocorde e poco espressivo (ma il doppiaggio di Claudio Santamaria non lo aiuta).

La sceneggiatura cerca nell’alternanza dei punti di vista e nell’assenza di soluzioni di suscitare domande, e in parte ci riesce, ma non evita ripetitività, schematismi e contrapposizioni forti un po’ grossolane (il selvaggio amplesso finale alternato al bagno di sangue con cui si conclude l’attentato). Le tre ore non pesano neanche troppo alla fine, Steven Spielberg sa come attirare lo spettatore allo schermo. Il problema è che "Munich" non scalfisce come vorrebbe.

Luca Baroncini

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Orgoglio e pregiudizio di Joe Wright

con Keira Knightley, Brenda Blethyn, Matthew Macfadyen

Se Jane Austen fosse vissuta nel ventesimo secolo sarebbe diventata una sceneggiatrice di successo. Comunque sia il cinema continua a ricordarsi della scrittrice inglese e non passa lustro senza che un suo romanzo sia adattato o riadattato (all’appello manca solo "Northanger Abbey"). Questa volta tocca alla Storia delle storie d’amore, il classico "Orgoglio e pregiudizio", già più volte prestato al cinema (la versione più celebre è quella del 1940 con Laurence Olivier e Greer Garson; quella più recente "Matrimoni e pregiudizi" di Gurinder Chadha in salsa "bollywood").

Il non facile compito di sfidare predecessori e tradizioni grava sulle giovani spalle del debuttante Joe Wright. Il risultato pende dalle parti del superfluo, ma si lascia gustare senza cedere al calligrafismo e mantenendosi fedele al testo letterario. La storia è nota. La maggiore preoccupazione della signora Bennet, famiglia benestante ma senza superlativi, è di trovare buona sistemazione per le cinque figlie in età da marito. L’arrivo di due ricchi giovanotti porterà fatale scompiglio, ma per consentire all’amore di aprirsi un varco, dovranno tutti superare l’orgoglio e i pregiudizi del titolo. A ravvivare il racconto contrasti caratteriali e conflitti di classe, oltre all’inevitabile corredo di maldicenze, equivoci e incomprensioni. Non possono poi mancare almeno un gran ballo e un sontuoso banchetto, dove occhiate fugaci e dialoghi formali tengono a freno tutta l’irrazionalità dei palpiti del cuore. Per aggiornare ai tempi l’ennesimo ritratto di donna che acquista un senso solo con un uomo al fianco, la sceneggiatura sottolinea lo spirito indipendente della protagonista e la produzione sceglie un’interprete fresca e graziosa come Keira Knightley (nella foto), molto amata dagli adolescenti.

La regia non si impone per la personalità dello stile e rischia l’anonimato, ma dimostra professionalità e competenza. Basta vedere la riuscita sintesi del piano-sequenza con cui si apre il film, che presenta i personaggi e ambienta la vicenda nel tempo ristretto in cui scorrono i titoli di testa. Completano il cast Brenda Blethyn, perfetta madre esuberante e volitiva, un imbolsito Donald Sutherland e Judy Dench, ormai icona della vecchia arcigna dalla battuta tagliente.

Luca Baroncini

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La cura del gorilla

di Carlo Sigon, con Claudio Bisio, Ernest Borgnine, Stefania Rocca, Bebo Storti, Gigio Alberti

Finalmente un notevole giallo all’italiana. Dopo che Dario Argento non convince più (per ora, almeno...), che altri autori si dedicano ad altri generi (pensiamo a Pupi Avati, che pure in anni lontani frequentava con intelligenza il thriller-noir padano), l’esordiente milanese Carlo Sigon propone la storia di Sandrone, gorilla di professione, dalla doppia personalità (schizofrenico, insomma, per la gioia di Deleuze e Guattari, anche...), che, incaricato di "tampinare-accompagnare" una vecchia gloria di Hollywood, incontra un altro caso e... una ragazza.

Di più, le regole del giallo impediscono di rivelare.

Ben diretto, dal montaggio veloce ma non forsennato, non post-moderno, "La cura del gorilla" funziona per la bella sceneggiatura, l’essere con i deboli e contro i prepotenti (chiara, nell’ambientazione cremonese, la polemica anti-razzista e anti-leghista), la bravura /simpatia di Bisio (rosso da sempre), di Bebo Storti e Gigio Alberti (idem), di Stefania Rocca, attrice sottovalutata, di Borgnine, che fa la parodia di se stesso e non solo, di cui però si tornerà a parlare, di un’inedita Gisella Sofio.

Sorprese, sottobosco politico-criminale e altro ancora... Con un Bisio, soprattutto, che non carica mai le "due" parti, ma si mantiene al di qua di gigioneggiamenti fuor di luogo.

Eugen Galasso

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Travaux - Lavori in casa di Brigitte Rouan

con Carole Bouquet e Jean-Pierre Castaldi

Buona l’idea, buone le intenzioni, deludente il risultato.

La protagonista, avvocatessa in carriera, ristruttura la propria abitazione. La ristrutturazione sarà portata avanti da una squadra di immigrati, improvvisatisi artigiani. Questi ultimi la faranno disperare, tuttavia, alla fine, la concordia trionferà.

Gli spunti per realizzare una commedia divertente e, nel contempo, progressista, come si può constatare, non mancavano. Ma si ride poco, e il "vogliamoci bene" si afferma un po’ troppo facilmente.

Modeste anche le interpretazioni.

Lucrezia Avitabile

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Cacciatore di teste di C. Costa-Gavras

con José Garcia e Karin Viard

Ottimo, come (quasi) sempre, Costa-Gavras.

Lui è un quarantenne rampante, ingegnere chimico, lei una moglie fedele e laboriosa, madre di due figli. Improvvisamente, per colpa delle delocalizzazioni, l’ingegnere si trova senza lavoro. Giorno dopo giorno, il mondo gli crolla addosso. Ma ha un piano...

Splendida denuncia del moderno capitalismo e della sua assoluta mancanza di etica, in perfetta consonanza con "Match Point" di Woody Allen, uscito contemporaneamente nelle sale cinematografiche.

La pellicola, curata in ogni dettaglio, è avvincente. Le interpretazioni sono buone. Sapiente il dosaggio di suspense e ironia. Ridondante la scena finale.

Lucrezia Avitabile

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Dick & Jane: Operazione furto di Dean Parisot

con Jim Carrey, Téa Leoni

La trama è sorprendentemente simile a quella di "Cacciatore di teste", ma, in questo caso, di commedia, e non di tragedia, si tratta. Il quarantenne rampante, questa volta, è un comunicatore; la moglie è fedelissima e laboriosissima: forse per questo ha avuto tempo per fare un solo figlio, affidato peraltro a una simpatica governante sudamericana.

L’azienda in cui il comunicatore lavora, descritta in modo grottesco ma spassoso, salta, non per via dell’inesorabile delocalizzazione, ma di un qualcosa di più rimediabile: l’avidità del padrone. Anche in questo caso, tuttavia, giorno dopo giorno, il mondo crolla addosso al protagonista che, anche in questo caso, reagisce...

La denuncia del moderno capitalismo è decisa, ma siamo all’interno di una commedia. E la commedia obbedisce alle proprie leggi...

La pellicola, nel complesso, risulta piuttosto insipida, e insipide sono anche le interpretazioni. Ottima la battuta finale, se si considera che il film è ambientato nell’anno 2000.

Lucrezia Avitabile

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