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Sulla vittoria di Hamas
Le elezioni per il rinnovo del parlamento palestinese sono state vinte dagli integralisti islamici. Si tratta di una vittoria annunciata, ma nessuno, fino all’ultimo, ha voluto crederci. Eppure, il fatto che Al Fatah, da dieci anni al potere, le avesse finora rimandate, qualcosa doveva pur suggerire! Differentemente dalla gran parte della sinistra italiana, noi della redazione di Cenerentola non siamo ossessionati dalla questione arabo-israeliana. Differentemente dalla gran parte della sinistra italiana, non riteniamo che l’avvenire del pianeta sarà fortemente influenzato dalla sua soluzione (di qualsiasi tipo essa sia). Lo stato di Israele, a nostro parere, non è l’avamposto degli Stati Uniti in uno "scontro di civiltà" con l’Islam. E, del resto, tendiamo a interpretare la "guerra infinita" di Bush come un tentativo di arginare il crescente peso economico e politico della Cina, piuttosto che come uno "scontro di civiltà". Certo, Israele è, da decenni, uno tra i migliori alleati del governo USA: si tratta tuttavia di un’alleanza basata sulla reciproca diffidenza; quanto al mondo arabo, pur lamentandosi delle (a dir poco) pesanti ingerenze nordamericane, ci sembra molto diviso al proprio interno, e assai incerto sul da farsi per ciò che riguarda la scelta degli alleati. Così riteniamo che il drammatico conflitto arabo-israeliano, del quale non si intravede la fine, sia da considerare, sostanzialmente, nell’attuale contesto mondiale, un grave conflitto regionale, come molti tra i tanti, altrettanto gravi ma dimenticati, che stanno sconvolgendo il continente africano. Ciò non toglie che della vittoria ottenuta da Hamas nelle recenti elezioni politiche non si possa non parlare. E questo per almeno due buoni motivi: il primo, che il successo degli integralisti pare allontanare ancor più le prospettive di pace (la quale, peraltro, non ci è mai sembrata molto vicina); il secondo, che con tale successo si chiude un’epoca, l’epoca nella quale i movimenti panarabi si ispiravano, almeno in parte, ai movimenti progressisti europei e nordamericani. Chi ha seguìto le lotte antimperialiste degli anni ’60 e ’70 sa bene che la guerriglia palestinese era, tra tutte, quella più laica e cosmopolita, la meno influenzata dall’integralismo islamico e dal nazionalismo arabo. Con il passare del tempo i suoi protagonisti hanno cambiato la loro visione del mondo; inoltre, i suoi dirigenti si sono lasciati corrompere dal potere e dal denaro in maniera evidente. Alcuni, in Italia (non molti, per la verità) hanno esultato per la conseguente vittoria di Hamas, ritenendola un segnale del rafforzarsi della lotta antimperialista. Noi, pur non avendo alcuna simpatia per Al Fatah, la leggiamo, soprattutto, come un’altra, ennesima, pesante sconfitta culturale della sinistra.La recente vittoria di Hamas alle elezioni palestinesi è certamente un evento preoccupante. Il successo di questa formazione integralista religiosa indica quanto grande sia ancora la distanza che separa i due popoli (Israeliani e Palestinesi) dalla definizione di un comune percorso di pace. A titolo di esempio ricordiamo che una formazione politica israeliana che si batte in forma non violenta contro la costruzione del muro che dovrebbe separare le due comunità, come Anarchist against the Wall, non è mai riuscita a collaborare con le comunità palestinesi dove maggiore è la presenza degli integralisti islamici. Il primo paradosso che emerge da questa situazione è quello contro cui si scontrano i sostenitori della soluzione democratica nei paesi musulmani: in libere elezioni, la popolazione vota i candidati legati a partiti islamici dalle caratteristiche ben poco democratiche. È qui forse anche troppo facile rispolverare quanto da oltre un secolo vanno affermando gli anarchici e il movimento libertario: le elezioni sono uno strumento insostituibile della democrazia, la loro efficacia è però vincolata alla diffusione tra la popolazione di una coscienza democratica, che si acquisisce solo attraverso l’esercizio e la partecipazione alla cosa pubblica. È ben difficile che tale coscienza nasca e si sviluppi in paesi retti da dittature e da regimi corrotti. Un secondo paradosso potrebbe emergere sul terreno dello scontro tra Israele e i Palestinesi. Non è escluso che, dal punto di vista della situazione militare in Palestina, la vittoria degli islamisti possa portare chiarezza all’interno del variegato e contraddittorio mondo palestinese. La vecchia dirigenza legata al movimento di Arafat ha mostrato chiaramente di non essere in grado di scegliere tra pace e guerra, anche per il semplice fatto che non ha il controllo militare dei territori assegnati all’Autorità Palestinese. Inoltre, per quanto riguarda Hamas, un conto è lanciare proclami inneggianti allo scontro totale con Israele da una condizione di sostanziale irresponsabilità, un conto è farlo come un governo che ha a disposizione una polizia e una forza di sicurezza armata. È addirittura possibile che questa nuova situazione possa portare ad una riduzione degli attacchi terroristici contro Israele. Il terzo paradosso ci riguarda più direttamente. Nasce dalla constatazione del fatto che una discreta fetta dei Palestinesi ha mostrato di identificare la speranza in un miglioramento della propria condizione con la strategia portata avanti da una formazione clericale. Non ci si vuole certamente schierare in difesa di Fatah, organizzazione che si è distinta per l’intollerabile livello di corruzione con cui ha gestito il potere (e i contributi economici destinati ai Palestinesi) in tutti questi anni. Però il dato di fatto con cui ci si deve confrontare è che, in una ampia area geografica, rilevanti settori di popolazione ripongono le speranze di cambiamento in movimenti religiosi le cui posizioni in molti campi possono essere tranquillamente definite reazionarie. Questo paradosso riguarda direttamente tutti coloro che credono che il miglioramento delle condizioni della maggioranza della popolazione non possa che discendere dal progresso e dall’aumento delle libertà individuali di cui godono le persone. Nonostante tutti i fallimenti che la storia ci evidenzia, è ancora prevalente il mito del raggiungimento di una società più equa attraverso l’esercizio dell’autoritarismo e della coercizione. Toni Iero Germania: i dipendenti pubblici si ribellano Il governo tedesco sta tentando di penalizzare ulteriormente i lavoratori. E i dipendenti pubblici minacciano lo sciopero a oltranza. All’astensione dal lavoro nella sanità pubblica, che per due giorni (il 16 e il 17 gennaio) ha paralizzato l’attività di ospedali e cliniche, seguirà probabilmente la mobilitazione dell’intera categoria. Il motivo del contendere è il prolungamento dell’orario da 38,5 a 41 ore settimanali. Ma non c’è soltanto questo: il ministro del lavoro e vice premier Franz Muentefering (membro della Sdp) ha infatti annunciato di voler anticipare l’avvio della controriforma delle pensioni che innalzerà l’età pensionabile a 67 anni. E’ incredibile come, di fronte al continuo sviluppo tecnologico, padroni e burocrati non si vergognino di chiedere ai lavoratori una sempre maggior impegno in termini di tempo. La loro avidità non ha limiti...
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