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Future Film Festival 18-22 gennaio 2006 Capitol Multisala - Palazzo Re Enzo
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I segreti di Brokeback Mountain di Renate Perkmann e Eugen Galasso |
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In fuga nel futuro Il ticchettio della sveglia. La consistenza delle lenzuola. L’odore del caffè. Per cinque giorni i gesti quotidiani passano in secondo piano lasciando emergere la voglia di fuga dello spettatore, che ha modo di trovare consolazione nel variopinto mondo delle immagini. Tutto ormai è riproducibile, in un tentativo sempre meno vano di simulare il vero partendo da oggetti, dettagli e arrivando addirittura a sensazioni. Le incognite sono tante, il rischio di non capire i limiti da rispettare è sempre presente, ma a dominare sulle possibili insidie è la curiosità di scoprire cosa l’avvenire potrebbe riservare. All’ottavo anno il Future Film Festival continua a interrogarsi su cosa sia esattamente il futuro. Il punto di partenza è la tecnologia applicata alle immagini. Il punto di arrivo si sposta ogni giorno. Per capire il domani, però, bisogna avere ben chiaro il passato. Il festival ce lo ricorda attraverso due sezioni collaterali: "Macchine del tempo", che propone un originale percorso cinematografico a spasso tra epoche differenti (tra i titoli "L’uomo venuto dall’impossibile", "L’altra faccia del pianeta delle scimmie", "L’armata delle tenebre"); e "Storie di fantasmi giapponesi", che dimostra come l’Oriente sia da sempre pioniere nell’affrontare il labile confine tra dimensioni parallele. In questa sezione si distingue il titolo "Kairo", di Kurosawa Kiyoshi, in cui le presenze ultraterrene arrivano attraverso un virus informatico. Il lungometraggio colpisce per l’assenza di sequenze sanguinolente, per una tensione continua nonostante poco accada e per il dolente vagare, in una metropoli sterminata come Tokyo, di anime inquiete a causa di una insanabile solitudine atavica. Per fortuna il futuro riserva anche opportunità più rassicuranti. Il lato divertente dei complicatissimi calcoli matematici alla base di qualsiasi animazione digitale è chiaramente visibile nel piccolo gioiello "One man band", l’ultimo cortometraggio targato Pixar (sarà abbinato al film "Cars" in uscita a fine estate). Si racconta di una gara tra due suonatori di strada per conquistare l’obolo di una bambinetta e i cinque minuti scorrono in rapidissima piacevolezza, mimetizzando nel ritmo e nella freschezza del racconto la natura artificiale delle immagini. Come in tutti i progetti Pixar, è la sceneggiatura il punto di partenza, e i prodigi della tecnica sono al servizio di una buona storia. Purtroppo non per tutti è così. È il caso di "Aeon Flux" con Charlize Theron, tratto da una serie di animazione trasmessa da MTV, in cui a dominare è la forma fisica della brava attrice sudafricana insieme all’eleganza di costumi e scenografie, mentre la storia presenta il solito campionario di banale umanità suddiviso equamente tra buoni e cattivi. Poco oliato nel passaggio tra realtà virtuale e sequenze dal vero è invece "Mirrormask", del fumettista Dave McKean. Protagonista è una ragazza che lavora in un circo e che vorrebbe seguire la propria strada, lontano dai condizionamenti dei genitori. Per capire come improntare la sua esistenza dovrà affrontare un viaggio nell’inconscio, ma il risultato non va oltre un routinario buonismo e anche l’invadenza della computer grafica, che occupa quasi ogni inquadratura, anestetizza l’occhio non regalando alcuno stupore. Tra le anteprime più ghiotte il festival propone "Wallace & Gromit – la maledizione del coniglio mannaro", in cui la inglese Aardman centra il bersaglio di animare con estrema fluidità i pupazzi in plastilina al centro del racconto, ma si siede su una storia esile esile (chi sta boicottando la fiera annuale degli ortaggi giganti?) in cui comunque si ha modo di apprezzare il brio, tutto britannico, dei due protagonisti, l'inventore Wallace, goloso di formaggio e strampalato, e il fido cane Gromit. In una girandola di mirabolanti invenzioni visive la strana coppia riuscirà a sventare l’oscuro piano e, come da favola, vivranno tutti felici e contenti. Lieto fine anche per lo spagnolo "Gisaku", che narra l’eterna lotta tra il bene e il male attraverso la contrapposizione di due demoni che si fronteggiano nel corso dei secoli. L’aspetto più originale della pellicola è l’ambientazione iberica. Il regista Baltasar Pedrosa, infatti, imposta l’azione come se fosse una caccia al tesoro nei luoghi più famosi della Spagna e trasforma il film in una sorta di manifesto turistico promozionale. L’idea è anche interessante, perché non se ne può più di alieni che decidono di attaccare la terra partendo sempre e comunque da New York (al massimo Los Angeles, in casi eccezionali Chicago), ma l’intento commerciale è troppo scoperto e la sceneggiatura è inutilmente complicata. Un po’ come nel curioso "Mind Game" di Yuasa Masaaki, dove le premesse concrete (un regolamento di conti in un bar di Osaka) si scontrano con un vero e proprio delirio visivo in cui l’irrazionalità onirica prende il sopravvento. Nel viaggio mentale impostato dal regista giapponese i personaggi, e solo a tratti lo spettatore, vengono catapultati in un montaggio serratissimo dove la civiltà contemporanea assume le forme di una gigantesca balena, placido rifugio a cui è però necessario ribellarsi. L’antinarratività è il fondamento anche di "McDull, Principe della Ciambella", secondo episodio, dopo il bellissimo "My Life as McDull", ancora una volta incentrato sul piccolo maialino rosa alla ricerca di un proprio posto nel mondo. Hong Kong con le sue strade trafficate incornicia l’azione, ma questa volta la malinconia del capostipite sfocia in una grevità poco comunicativa e i momenti comici, molto legati alla cultura locale, arrivano a intermittenza lasciando una sensazione di delusione. Scontenta anche "YoRhad - Un amico dallo spazio", di Camillo Teti e Victor Rambadi. La cartella stampa dice che "con una linea narrativa forte come questa possono nascere i film che si fanno amare" e parla di "pellicola dal respiro internazionale"; inoltre la creazione delle sembianze dei personaggi e delle scenografie affidata a Carlo Rambaldi, oltre alle musiche di Lucio Dalla, lasciano ben sperare. Invece il risultato è molto modesto, sia dal punto di vista visivo, che vaga nell’anonimato, che per la banalità della storia: ancora un piccolo alieno (molto simile a E.T.) in cerca di aiuto sulla Terra e un gruppo di ragazzini che dovranno affrontare mille peripezie per portare a compimento la più che ovvia missione di solidarietà. Ma l’Italia si riscatta con il doppiaggio della vera sorpresa del festival, il nordico "Terkel". "Le Storie Tese", Claudio Bisio, Lella Costa, Simone D’Andrea, prestano le voci alla disastrata umanità del primo film in computer grafica danese. Per una volta l’animazione 3D non viene utilizzata per mettere in scena universi galattici, astronavi elaborate, creature fantastiche, ma per dare corpo e sostanza alla quotidianità. L’esperimento lascia aperto più di un interrogativo (perché non girare dal vero con attori in carne ed ossa?) ma la riuscita del risultato lascia intendere come non debba essere posto alcun limite alla forma espressiva. La forza del lungometraggio, in uscita a fine marzo, è nella schiettezza con cui viene presentato il mondo degli adolescenti. Il protagonista è l’undicenne Terkel, che condivide gli anni duri della crescita con l’amico Jason. Chi sta pensando a un edificante cammino di iniziazione alla vita avrà modo di ricredersi, perché il film di Kresten Vestbjerg Andersen, Thorbjorn Christofferson e Stefan Fjeldmark mostra un mondo crudele fatto di pugni, parolacce, omicidi, suicidi, in cui nulla viene risparmiato allo spettatore. Nonostante nessuno si distingua come portatore di valori positivi lo sguardo del regista è affettuoso, e il film riesce a divertire senza azzerare l’intelligenza del pubblico. Non c’è compiacimento nella violenza esibita, ma la voglia di fotografare la realtà in modo personale. Oltre al fitto programma di film in cartellone, il festival offre l’opportunità di confrontarsi con veri e propri talenti nel campo dell’animazione e dell’applicazione degli effetti speciali al cinema. Particolarmente interessante è l’incontro con Andrea Maiolo, italiano di nascita ma americano d’adozione e Senior Creature Technical Director alla prestigiosa Industrial Light and Magic, la famosissima società fondata trent’anni fa da George Lucas e leader indiscussa del settore. Il giovane artista spiega alcuni retroscena relativi a "Le cronache di Narnia", il film per le famiglie (ma con un Babbo Natale che regala armi ai bambini in nome di una guerra giusta) targato Disney. "Il colosso americano", spiega Maiolo, "ha commissionato gli effetti speciali a diverse società. Noi dovevamo fare una trentina di creature, la R&H ha fatto il leone e la Sony i castori e la volpe. La causa della frammentazione degli effetti speciali è probabilmente da ricercarsi nella sempre più frequente abitudine delle case di produzione di posticipare all’estremo le decisioni e di trovarsi a breve tempo dall’uscita del film con una mole di lavoro enorme e impossibile da svolgere per un solo fornitore. Oltre, naturalmente, a una maggiore ripartizione dei costi". Questo spiega come mai il film, a differenza de "Il Signore degli anelli" a cui le immagini rimandano, non produca la necessaria sensazione di magia e renda quasi sempre riconoscibile l’origine di sintesi dei fotogrammi, soprattutto nelle battaglie, che scimmiottano con poca fantasia l’estetica dei videogiochi. Di notevole interesse anche l’incontro con Kyle Cooper. Il nome, probabilmente, dirà poco ai più, ma quasi tutti scopriremo di conoscere le sue opere. Si tratta infatti di uno dei più famosi autori di titoli di testa per i film. È a lui che dobbiamo l’originale montaggio con cui si apre "Seven", il prologo basato su vecchi dagherrotipi che anticipa "Al calare delle tenebre", i caratteri sanguinanti di "L’alba dei morti viventi" e il vero e proprio racconto per immagini con cui cominciano i due "Spider Man" di Sam Raimi. La creatività di Cooper si esprime nella scomposizione delle lettere, nel tentativo di fissare in un immagine o in un dettaglio l’ossessione del protagonista, nell’utilizzo di fotografie, nella ricerca di fotogrammi poco chiari ed evocativi, e nel montaggio in grado di frullare con la fantasia tutto il materiale a disposizione. "L’importante", come sottolinea Cooper, "è che i titoli eccitino, tengano svegli, siano in grado di creare un’atmosfera che ponga lo spettatore nella situazione di non volere essere in nessun altro posto e di non voler vedere nient’altro che il film. Oltre, naturalmente, a fornire informazioni su chi e cosa appare. Una sorta di prologo, insomma!" Mentre le parole di Cooper continuano a rimbalzare tra le pareti della mente, il ticchettio della sveglia diventa una lama perforante, fuori dalle lenzuola si percepisce tutto il gelo di una giornata di fine gennaio e il caffè è ancora da preparare. Lontano dai pixel e fuori dallo schermo, la realtà è ancora una volta protagonista. Luca Baroncini I segreti di Brokeback Mountain di Ang Lee con Jake Gyllenhaal, Heath Ledger, Michelle Williams Passati i "furori" (eroici o meno, non sappiamo) della vittoria al festival di Venezia (Leone d’Oro) questo film, che parla di due cowboys - vaqueros tra gli anni ‘60 e gli ‘80, innamorati tra loro anche se sposati con figli, vale per quel che è, cioè un film efficacissimo, dove ogni segno è comunicatore di un pezzo di storia, ma anche un affresco storico-sociologico su come l’America profonda vive l’omosessualità, al di là dell’ "orgoglio gay" e dello spettacolo... Virili e teneri, i nostri due eroi-antieroi vivono la provincia americana tra contraddizioni, smanie, condizioni "altre", senza mai abdicare a princìpi fondamentali. Non che rifuggano dalla doppia morale, ma sono capaci di conservarsi "puri" (un po’ troppo "duri", anche, aggiungeremmo) in un contesto oggettivamente difficile, lontano dallo ieri e da un oggi sempre sospeso tra un domani che ancora non s’intravede e uno ieri pervicace nella sua stupidità omicida. Il finale sarà anche rovinato da un certo gusto per il melodramma (già nel racconto lungo di Anne Prioux, da cui il film è tratto), ma questo è il prezzo da pagare a uno spirito yankee, nell’era di Bush, riuscendo a parlarci di omosessualità e dell’ "amore che non osa dire il suo nome" in maniera né banale, né retorica, né scontata. E scusate se è poco. Le pause, i silenzi, la parola, i campi lunghi, i primi piani, l’interpretazione di ogni attore / attrice: nulla è casuale o banale. Renate Perkmann e Eugen Galasso
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