Sinistra ed etica

Morale politica di Giovanni De Luna

A proposito di morale politica di Luciano Nicolini

 

Italia 1970: corteo studentesco

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Infuria in questi giorni, in seguito alla messa a nudo dell’affarismo che si cela dietro a molte sigle storiche della sinistra, il dibattito su “politica ed etica”. C’è chi sostiene che oggi tra destra e sinistra, da un punto di vista etico, non ci siano differenze. Giovanni De Luna, in un editoriale apparso sul Manifesto del 11 gennaio (che riportiamo per i nostri lettori), dice molte verità, ma non tutta la verità...

Morale politica di Giovanni De Luna

Va bene, può darsi che oggi tra destra e sinistra non ci siano differenze sul piano morale e che parlare di una superiorità etica della sinistra sia una operazione ipocrita e truffaldina. Ma è certamente sbagliato (come ha fatto il mio vecchio compagno Marco Boato) proiettare a ritroso nel tempo questo giudizio. Almeno nella autorappresentazione di chi sceglieva di “essere a sinistra” la superiorità etica del proprio schieramento era un dato indiscusso. Per restare alla generazione mia e di Boato, non solo disprezzavamo moralmente l’elettorato di destra, ma estendevamo questo giudizio impietoso ai nostri affetti famigliari più cari, ai nostri genitori, guardando agli affanni del loro mestiere di vivere con la spietata intransigenza della nostra giovinezza incorrotta. Diventavamo di sinistra non perché avevamo letto Marx ma perché pensavamo che i democristiani rubavano, che i nostri padri erano avviliti dai compromessi, schiacciati dalla raccomandazione, irretiti dalle regole di un perbenismo ipocrita e formalista. E prima ancora, quando nel luglio ‘60 scesero in piazza i giovani delle “magliette a strisce”, lo fecero, come scrisse allora Passato e presente, “per lottare contro la cancrena diffusa nell’organizzazione sociale e politica attraverso l’insolente furfanteria dei politicanti, la corruzione del sottogoverno, la grettezza bigotta della censura, la tracotanza padronale nella fabbrica, l’avvilimento della scuola, l’istituto della raccomandazione sostituito al diritto al lavoro, la retorica nazionalistica sciorinata a coprire le piaghe sociali”. Allora era così: si diventava di destra perché ci si riconosceva in valori quali l’obbedienza, la disciplina, l’ordine, la patria, la famiglia, una moralità bigotta e sessuofobica, l’ordine militaresco portato nella vita civile; si diventava di sinistra per rompere con gli impacci del familismo amorale, con i vizi di una tradizione impastata di opportunismo, trasformismo, un concetto sentimentalservile di legittimazione del potere. Questa radice identitaria è stata sempre alla base di scelte esistenziali che hanno influenzato in modo significativo l’intero universo politico della sinistra italiana, in tutte le sue espressioni organizzative (dagli azionisti ai comunisti, ai socialisti, ai radicali, ecc..). Tutto questo almeno fino agli anni Ottanta e all’avvento di Craxi. La sua rottura con quel tipo di autorappresentazione fu netta e brutale. Fino ad allora per i partiti di sinistra era scontato che i percorsi della realtà e quelli dell’autorappresentazione non coincidessero perfettamente; ma gli scarti (compromessi, trattative sottobanco, soldi dall’Urss, ecc..) venivano vissuti con un pudore che rasentava il senso di colpa e la vergogna. Craxi chiese esplicitamente di rompere con questa “falsa coscienza”, di liberarsi degli impacci dei vincoli morali imposti dai tradizionali modelli pedagogici di partito e di avviarsi con voluttà lungo un percorso che portava semplicemente a incardinare “gli interessi nei valori”.

Nel combattere l’ipocrisia degli uomini dei partiti, Craxi chiese a ognuno non di essere se stesso ma di attingere senza riserve alle proprie doti di spregiudicatezza e di cinismo. Il suo esempio dal “palazzo” si allargò in tanti cerchi concentrici verso il paese, coinvolgendo non solo “nani e ballerine”, ma pezzi significativi del mondo delle comunicazioni di massa e segmenti decisivi dell’establishement imprenditoriale. A spezzare questa deriva ci provò il “secondo” Berlinguer, quello della “svolta di Salerno” del 1980, della denuncia implacabile della corruzione della vita politica e dell’affermazione orgogliosa della diversità comunista. Sembrava una battaglia di retroguardia e fu invece, con tutto quello che successe con Tangentopoli, una scelta strategica consapevole: il suo estremismo moralistico fu direttamente proporzionale ai rischi che correva, insieme al Pci, l’intero patrimonio politico e culturale della sinistra italiana. A suo tempo Asor Rosa ha opportunamente ricordato quale fu il ruolo di Craxi non solo nel Psi ma direttamente dentro il Pci, le pulsioni che attraversarono un mondo comunista incerto e ansioso di “soccorrere il vincitore”, l’attrazione fatale esercitata dalla prospettiva di inserirsi “senza condizioni” in un pentapartito visto come “partito unico policefalo moderato”; e allora è legittimo chiedersi oggi “cosa sarebbe accaduto in quelle condizioni all’organizzazione comunista, se non si fosse preoccupata di salvaguardare il più possibile il proprio radicamento”, se Berlinguer non si fosse strenuamente impegnato a “preservare sotto il fuoco concentrico di più avversari, le ragioni profonde e ineliminabili dell’identità del suo partito”. Oggi possiamo dirlo:  per

salvare il Pci dalla deriva che travolse tutti i partiti della prima repubblica non bastava un tasso “normale” di moralità; c’era bisogno proprio della gobettiana “aridità” di Berlinguer, della sua intransigenza radicale ed estrema. Il sussulto di commozione che ne accompagnò la morte appare così molto lontano dai limiti riduttivi in cui lo ha definito una semplice “ondata emotiva”.

Archiviato Berlinguer, quelle tentazioni sono riaffiorate prepotentemente. L’ansia di diventare “normali”, di accantonare una diversità che rende “antipatici” è diventata quasi un’ossessione. Alla fine degli Ottanta, “Arricchitevi!”, fu il ritornello ossessivo di un libro di Giuliano Ferrara rivolto ai suoi vecchi compagni di partito; da allora, con l’astuzia di chi conosce bene e dal di dentro le cose di cui parla, Ferrara non ha mai smesso di martellarli su questo punto: invitandoli a rompere con quell’universo segnato dal tedio di riunioni lunghissime in sezioni affumicate e arredate con mobili di fortuna, dal dignitoso squallore di interni domestici spartani, dalle inconfessate ambizioni personali annegate nella totalizzante dimensione del “partito di massa”, Ferrara sapeva di intercettare umori reali, pulsioni che lui stesso aveva attraversato prima di offrirsi come un esempio da seguire: accettare la ricchezza e la spregiudicatezza, senza vergognarsene e senza ipocrisie cattocomuniste; così, da anni li aspetta fiducioso e compiaciuto, sicuro del fatto suo. Può darsi che stiano per raggiungerlo, per approdare alle rive da lui indicate da più di dieci anni. Può darsi che, come ha scritto efficacemente Luca Ricolfi sulla Stampa, quando si tratta di scegliere un primario, un assessore, un professore universitario, un giornalista Rai, un candidato al Parlamento oggi non ci sia nessuna differenza tra destra e sinistra.
Ma attenzione: nell’autorappresentazione identitaria della sinistra questa superiorità morale rimane, tenacemente rimane. E se fossi un politico del centro sinistra non la sottovaluterei. E’ un luogo comune molto datato quello per cui le elezioni si vincono strappando i voti allo schieramento avversario. Oggi, con la sfiducia generalizzata che ha investito la politica e con percentuali elettorali che calano vistosamente a ogni elezione, vince chi porterà a votare tutti, ma proprio tutti i suoi elettori tradizionali. E in questo senso, la dimensione identitaria in cui è radicata la “superiorità morale” più che un’anomalia da rimuovere resta una preziosa risorsa a cui attingere.

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A proposito di morale politica di Luciano Nicolini

Non male l’editoriale di Giovanni De Luna. Mi piace soprattutto (forse per questioni generazionali) la parte iniziale, e ne condivido, in larga misura, le conclusioni.

Ma non la conta giusta.

E’ vero, negli anni della contestazione «diventavamo di sinistra non perché avevamo letto Marx ma perché pensavamo che i democristiani rubavano, che i nostri padri erano avviliti dai compromessi, schiacciati dalla raccomandazione, irretiti dalle regole di un perbenismo ipocrita e formalista. (...) Allora era così: si diventava di destra perché ci si riconosceva in valori quali l’obbedienza, la disciplina, l’ordine, la patria, la famiglia, una moralità bigotta e sessuofobica, l’ordine militaresco portato nella vita civile; si diventava di sinistra per rompere con gli impacci del familismo amorale, con i vizi di una tradizione impastata di opportunismo, trasformismo, un concetto sentimental-servile di legittimazione del potere».

La superiorità etica di chi aderiva alla sinistra era evidente.

Ma non mi sembra si possa affermare che tale superiorità sia stata annullata solo dall’opera di Craxi. E’ stata la cattiva scuola bolscevica a insegnare a chi si accostava alla sinistra che “il fine giustifica i mezzi” (cosa che, per la verità, all’epoca si insegnava anche nelle scuole), arrivando a giustificare, con tale argomentazione, i comportamenti più disgustosi. E, se vogliamo dire tutta la verità, discorsi del genere, all’epoca, si sentivano, sia pure con minor frequenza,  anche all’interno dei circoli libertari.

Cavarsela col dire che, prima «dell’avvento di Craxi, (...) per i partiti di sinistra era scontato che i percorsi della realtà e quelli dell’autorappresentazione non coincidessero perfettamente; ma gli scarti (compromessi, trattative sottobanco, soldi dall’Urss, ecc..) venivano vissuti con un pudore che rasentava il senso di colpa e la vergogna» mi sembra davvero insufficiente: gran parte della sinistra italiana giustificava addirittura gli orrori perpetrati nell’URSS e nella Cina di Mao e De Luna parla di «percorsi della realtà» e percorsi «della autorappresentazione» che non coincidevano perfettamente! Stiamo scherzando?

Non ricordo neppure quel «pudore che rasentava il senso di colpa e la vergogna», almeno da parte degli arroganti dirigenti dei partiti leninisti che tentarono più volte di cacciarmi in malo modo dai cortei, quando lanciavo slogan contro le burocrazie al potere nei paesi del “socialismo reale” o la corruzione del movimento cooperativo.

Quanto a Berlinguer, non mi pare fosse molto diverso dagli altri, se è vero, come è vero, che, nel discorso tenuto al Festival dell’Unità di Genova nel 1979 affermò: “Non siamo e non saremo mai tra coloro che, prendendo le mosse da un legittimo e necessario ripensamento critico della storia del socialismo realizzato,  arrivano

di fatto a rinnegare o smarriscono il valore per tutto il mondo dell’opera di Lenin e della Rivoluzione d’Ottobre e dei suoi sviluppi, del più grande evento storico di questo secolo, di ciò che ha rappresentato e rappresenta, pur con le sue ombre ed i suoi pesanti costi, per la lotta delle forze democratiche e progressiste del mondo intero. Se altri vogliono compiere una simile abiura lo facciano. Certo noi, per intima convinzione, non lo faremo mai”.  Né ricordo abbia mai lanciato campagne moralizzatrici nei confronti del mondo della cooperazione che, già in quegli anni, reclamava invece, a gran voce, leggi che gli consentissero di muoversi con la stessa spregiudicatezza delle società per azioni. 

Ma ciò che conta, sembra dire De Luna, non è la realtà: è l’autorappresentazione,  e «nell’autorappresentazione identitaria della sinistra questa superiorità morale rimane, tenacemente rimane».

Se è per questo, anche quelli di destra sono convinti, tenacemente convinti, d’essere moralmente superiori a noi...

Nondimeno, condivido, almeno nelle linee generali, le sue conclusioni: «E’ un luogo comune molto datato quello per cui le elezioni si vincono strappando i voti allo schieramento avversario. Oggi, con la sfiducia generalizzata che ha investito la politica e con percentuali elettorali che calano vistosamente a ogni elezione, vince chi porterà a votare tutti, ma proprio tutti i suoi elettori tradizionali. E in questo senso, la dimensione identitaria in cui è radicata la “superiorità morale” più che un’anomalia da rimuovere resta una preziosa risorsa a cui attingere».

Dirò di più: se la sinistra rivendicasse (e, soprattutto, dimostrasse con i fatti) la propria superiorità morale, non solo legherebbe a sè i propri tradizionali sostenitori, ma andrebbe a pescarne di nuovi (soprattutto tra i giovani) nel bacino in cui, di norma, pesca la destra. In fondo, non è questo il fenomeno, così ben descritto da De Luna, che si verificò negli anni della contestazione?


 

 

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