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di S. Frears con J. Dench, B. Hoskins, K. Reilly L’inglese Stephen Frears, da tempo adottato da Hollywood, si è sempre distinto per la capacità di passare con solido mestiere (ma risultati alterni) da un genere all’altro. Questa volta, però, la professionalità non basta. Ciò che sulla carta fa faville - la Londra del 1937, un’aristocratica settantenne che alla morte del marito rifiuta di perdersi tra beneficenza e merletti e si butta come produttrice nel varietà scollacciato, il teatro come rifugio dagli orrori della guerra, l’inno alla libertà dei costumi, la parziale verità della storia - nella messa in scena di Frears si riduce a un piatto teatrino privo di ispirazione. All’anonimato della confezione dà il colpo di grazia la sceneggiatura di Martin Sherman, che fugge dalla risata grassa per cercare un sorriso gentile, ma si perde nel vuoto di personaggi che si limitano a portare avanti il racconto senza farsene effettivamente carico. Se non fosse per il carisma di Judi Dench, la sua Lady coraggiosa e cocciuta non godrebbe del minimo brio. A meno di non trovare esilaranti i triti giochetti di parole a sfondo sessuale, o trasgressivo il turpiloquio in tarda età. Anche l’impresario interpretato da Bob Hoskins, pure produttore della pellicola, si limita a brontolare nei rigidi limiti del-l’etichetta di “ruvido dal cuore d’oro” appioppatagli dal copione. I gratuiti scontri verbali tra i due fanno sembrare irraggiungibile la verve dei battibecchi di qualsiasi serie televisiva con risate in sottofondo. Per tacere dell’inconsistenza delle figure di contorno (le ragazze dello spettacolo, il cantante gay, l’amica ottuagenaria, il gran ciambellano), incapaci di imprimersi nella memoria, anche solo nei novanta minuti di proiezione. Nella prevedibilità degli eventi (c’è pure spazio per la tragedia e per un pistolotto sentimental-patriotti-co), oltre alla prova attoriale della Dench, si distinguono i simpatici titoli di testa e la cura dei numeri musicali. Ma nulla smuove dall’indifferenza.
Luca Baroncini Saw II La soluzione dell’enigma di D. Lynn Bousman con D. Wahlberg, T. Bell Il primo “Saw” spaventava pur nell’incoerenza narrativa. L’im-mancabile seguito ha una sceneggiatura più attenta alla logica, ma regala meno brividi. Il regista precedente, James Wan, passato al ruolo di produttore, riusciva con pochi mezzi e notevole polso a costruire un’atmosfera disturbante, dove il raccapriccio solleticava paure ancestrali. Il nuovo, Darren Lynn Bousman, mantiene invariata l’estetica ruvida del capostipite, ma esagera un po’ con la frammentazione delle immagini e con i ralenti, cogliendo di sorpresa solo nel colpo di scena finale, ben congegnato e montato ad arte per stupire. I dettagli sanguinolenti non mancano, anzi aumentano, ma soffrono di una certa gratuità poco funzionale agli sviluppi. Sembra più di assistere a un giochino un po’ malsano che a un thriller con sfumature horror. Paradossalmente è proprio la sceneggiatura, nonostante l’assenza di buchi evidenti, a optare per scelte che fin da subito non entusiasmano. Non se ne può più, dopo “Cube”, “The Experiment”, “My Little Eye”, il recente “Nella mente del serial killer”, di gruppetti eterogenei rinchiusi in spazi angusti alla mercé del sadico di turno. La varia umanità esibita può interessare solo nella costruzione di personaggi liberi dalle etichette, o che abbiano qualcosa da dire, oppure ironici sulla loro palese funzione di carne da macello. In “Saw II” i prigionieri si distinguono invece per ottusità e la situazione tesa si carica fin da subito di esagerazioni che allontanano l’empa-tia. Fuori dal bunker l’unico a regalare qualche suggestione, grazie anche all’interpretazione misurata di Tobin Bell, è il serial-killer malato terminale e moralista. Sia il poliziotto, personaggio sovraeccitato, interprete incolore, che la bella assistente, esperta sulla carta ma assolutamente ininfluente, scivolano via senza lasciare traccia. A risentirne è per forza di cose il coinvolgimento. Nel senso che il film si segue con curiosità, ma non destabilizza mai. È comunque apprezzabile che il successo del primo episodio non abbia determinato modifiche sostanziali nello spirito del sequel. Anche se il fin troppo annunciato terzo episodio rende il gioco ancora più scoperto. Della serie “impossibile fermarsi di fronte a costi irrisori (budget dichiarato 4 milioni di dollari) e incassi globali stratosferici (qualcosa come, e i dati sono ancora parziali, 120 milioni di dollari)”.
Luca Baroncini
di Park Chan-wook con Lee Young-ae e Choi Min-sik “Opera magistralmente condotta a livello visivo, ma meno sul piano della narrazione” – scriveva l’amico Luca Baroncini, di ritorno dal Festival di Venezia. Molto meno, sul piano della narrazione, direi. La protagonista è costretta a farsi tredici anni di prigione, per evitare di far scoprire un assassino. Durante la detenzione pianificherà meticolosamente il percorso che, utilizzando gli altrui sentimenti, la porterà a consumare la vendetta. Il susseguirsi degli eventi è interessante per la prima metà del film, segue una brusca caduta di tono (e di stile), fino al tonfo finale. Buona l’interpretazione della protagonista.
Lucrezia Avitabile
Reinas - Il matrimonio che mancava Di M. Gomez Pereira Con V. Forqué e C. Maura Dignitosa commediola. Si svolge in Spagna, dove, in una girandola di amori e “tradimenti”, stanno per essere celebrati i primi matrimoni tra omosessuali. Il tutto è dipinto in modo piuttosto grottesco, e riesce a coinvolgere il pubblico in qualche buona risata. Dalla pellicola non è il caso di pretendere molto di più. Lucrezia Avitabile
Le cronache di Narnia: Il Leone, la Strega e l’Armadio di A. Adamson dal romanzo di C.S. Lewis con G. Henley, W. Moseley, T. Swinton, R. Everett Film da vedere, in ogni caso. D’accordo, Lewis era uno scrittore-teologo anglicano, il messaggio cristico (e cristiano) del libro (e del film) è più che esplicito (il “leone” buono è Gesù, lo si voglia o meno, la regina Lilith prima ancora che Eva…, il cattivo caprone il Tentatore). Ma per i bambini uscire dall’armadio ed entrare nell’ “altra dimensione” vuol dire liberarsi dal mondo del-l’oppressione (seconda guerra mondiale, attacchi nazisti all’Inghilterra, e non solo su Londra…), quindi il messaggio è anche libertario.Da vedere, poi, per la bellezza delle scene d’insieme (non tutta solo computer-grafica…) ma anche delle scene da camera (Kammerspiel), giocate su un ritmo a misura di persona e non di video-freak… Cinema e non TV e neppure letteratura, nonostante il referente letterario “alto”, con interpreti molto adeguati. Una volta tanto Disney va bene…
Renate Perkmann e Eugen Galasso di W. Allen con J. Rhys Meyers, S. Johansson, B. Cox, M. Goode Ottima prova di Woody Allen, alle prese, questa volta, con un thriller. Un giovane istruttore di tennis tenta la scalata sociale: gli riesce, e non molla l’osso. Costi quello che costi. E’ l’impietosa fotografia di un mondo profondamente classista, ipocrita, corrotto; un’ef-ficace denuncia dell’impotenza dell’uomo nei confronti di eventi sui quali non è in grado di influire. Unico neo: si tratta, sostanzialmente, di un film già visto, del rifacimento di “Crimini e misfatti” firmato, anni fa, dallo stesso autore. Stringente il ritmo, buone le interpretazioni.
Luciano Nicolini
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