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L'educazione fisica delle fanciulle
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di Peter Jackson con Naomi Watts, Adrien Brody, Jack Black Per fortuna esiste ancora qualcuno che è capace di pensare in grande e, soprattutto, in grado di trasmettere i suoi sogni attraverso un linguaggio universale come il cinema. Sulla carta la riedizione dell’en-nesimo rifacimento non accende il minimo entusiasmo e, anzi, si preannuncia fuori tempo massimo. Tutti conosciamo la storia della bella attrice squattrinata e della bestia innamorata. L’immagine del gorilla in cima all’Empire State Building con la sua amata tra i manoni è entrata nell’imma-ginario collettivo. Eppure Peter Jackson ha deciso di sfidare il mito e, forse perché animato da una passione che i milioni di dollari guadagnati con la trilogia de “Il Signore degli anelli” non hanno anestetizzato, vince la sfida. Il modello di riferimento è il classico del 1933 con Fay Wray, che viene ripercorso con morbosità cinefila, cancellando il baraccone voluto da De Laurentis nel 1976 con la creatura affidata a Carlo Rambaldi. Il film di Jackson, che sfida anche la pazienza dello spettatore con i suoi 187 minuti di durata, è suddiviso in tre parti. La prima, come da manuale che vuole l’atteso mostro il più possibile posticipato, crea le premesse del racconto e presenta con efficacia i personaggi. La seconda è sicuramente la più corposa ed è interamente ambientata nella preistorica Skull Island dove, oltre a incontrare per la prima volta King Kong, lo spettatore ha modo di tornare bambino grazie a un’epica avventura senza momenti di tregua, in cui Jackson decide di esagerare moltiplicando all’infinito gli esseri primordiali. Nella terza parte, forse la più debole a livello di sceneggiatura (difficile trovare la necessaria empatia con la protagonista), il bestione viene portato a New York ed esibito in pubblico fino alla conclusione che tutti conosciamo. Avendo gli effetti speciali raggiunto livelli sempre più sofisticati, tutti gli occhi sono ovviamente puntati sulla resa visiva. Il risultato, considerando che quasi ogni sequenza del film ha dettagli in computer grafica, non è sempre perfettamente fluido (l’effetto speciale riconosciuto è, per forza di cose, poco speciale), ma spesso in grado di stupire. La New York di sintesi degli anni Trenta è meravigliosa e i tantissimi dinosauri, pur aggiungendo poco ai lucertoloni di “Jurassic Park”, sono uno spasso per gli occhi. Quanto a King Kong, è etologicamente perfetto (niente antropomorfismi alla Disney) e il fatto di essere interamente digitale non ne limita l’espressività. Il tripudio di effetti speciali, quasi frastornante, non mette in secondo piano l’intensità degli attori, tra cui si distingue la brava Naomi Watts, interprete sensibile e adatta al ruolo. Così come non limita la fantasia di Jackson che azzarda punti di vista impossibili, inquadrature spettacolari e panoramiche ardite, confermando che la stessa storia di sempre, se raccontata con la necessaria febbre creativa, può continuare a incantare. Luca Baroncini di David Cronenberg con Viggo Mortensen, Maria Bello, Ed Harris Il disturbante David Cronenberg continua a utilizzare la macchina da presa come se fosse un bisturi in grado di sviscerare l’animo umano. A dominare è ancora una volta il dualismo delle pulsioni. La scissione quindi, da sempre ispiratrice della sua visione, persiste. A mancare, già dal precedente “Spider”, è la volontà di unire alla lucidità dello sguardo la forza di una provocazione mirata. In questo senso “History of Violence”, derivante dalle strisce a fumetti di John Wagner e Vince Locke, è uno dei suoi film più lineari e meno morbosi. La comprensione della tesi sottesa al progetto ne guadagna, ma è proprio la presenza di una tesi da esporre a diventare ingombrante. La violenza raccontata da Cronenberg assume infatti toni un po’ didattici, con snodi di sceneggiatura che permettono alla storia di svilupparsi con (moderata) plausibilità, ma anche di raccordarsi in modo meccanico. La contagiosa progressione della violenza non trova quindi un punto di vista visionario su cui poggiare, ma sceglie di scardinare le sicurezze dall’interno, con uno stile secco, apprezzabile ma non sempre incisivo. Che la famiglia fosse più un covo che un nido è cosa risaputa, e in questo senso non è che il film aggiunga granché. Certo, il passaggio dall’armonia familiare della prima parte alla nera consapevolezza della conclusione, è ben delineato, con un perfetto compendio nelle due scene di sesso diametralmente opposte. Meno riuscita la razionalizzazione del mistero, che fa prendere alla vicenda una piega assai convenzionale. Dall’entrata in scena di William Hurt, infatti, per fortuna assai posticipata, il film ha una caduta verticale, e il cinismo di maniera (Tarantino docet) finisce per ridurre lo spessore e le implicazioni del racconto. Di uscire rassicurati non se ne parla, ma il western urbano imbastito dal regista canadese avrebbe potuto scalfire di più. Luca Baroncini
L’educazione fisica delle fanciulle di John Irvin, da “Mine Ha-Ha” di Frank Wedekind con Jacqueline Bisset, Galatea Ranzi, Enrico Lo Verso, Eva Grimaldi Testo terribile di Frank Wedekind, nietzschiano – libertario - “folle” drammaturgo - scrittore, nemico delle convenzioni morali. “Collegio per fanciulle”, scuola di danza per preparare geishe per il principe. E la provocazione, su sceneggiatura dei compianti Alberto Lattuada e Ottavio Jemma, è ancora identica: fotografia tersa, erotismo teso ma contenuto, ondeggiare tra campi lunghi e primi piani (con prevalenza di questi ultimi), suicidi “di stato”, anche se diversi da quelli italiani. Un esempio di coproduzione illustre, di messa in scena filmica di testi letterari bella e intelligente.
Eugen Galasso e
Reante Perkmann
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