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Sul modello di sviluppo
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"Nuovo modello di sviluppo: autonomia operaia dappertutto!" Così diceva uno slogan degli anni ’70. Non male, se per "autonomia operaia" si intende l’espressione autonoma degli interessi delle classi subalterne. Peccato che chi lo gridava si riferisse, invece, nella gran parte dei casi, a gruppetti politici autoproclamatisi "avanguardie" delle classi medesime... Ma non è degli anni ’70 che voglio parlare, voglio parlare di questo inizio del terzo millennio, nel corso del quale appare evidente, anche a chi lo nega, che è quantomeno azzardato pensare di estendere a tutto il pianeta il modello di sviluppo inseguito dai paesi dell’Occidente industrializzato, così come il livello di consumi energetici che caratterizza le popolazioni che lo abitano. A meno che si scoprano nuove modalità per produrre ingenti quantità di energia (cosa possibile) e che tali modalità non comportino, a loro volta, danni ambientali (cosa assai improbabile), esistono due soli modi per affrontare il problema: imporre uno stop allo sviluppo dei paesi del cosiddetto "sud del mondo" (il modo scelto dal governo USA, secondo cui la american way of life "non è negoziabile") oppure optare per un diverso modello di sviluppo, che non necessiti di un così elevato consumo di energia, che non provochi un inquinamento insostenibile. I due punti di vista si sono scontrati a Seattle e poi, via via, fino a Genova dove, come si usa dire, nel luglio 2001 "ci è pure scappato il morto". Dopo Genova, le cose sono cambiate. I "grandi" della Terra hanno preferito riunirsi in luoghi più decentrati, i "no global" si sono fatti più prudenti: scontrarsi fisicamente fa male. Come nonviolento, la cosa non mi dispiace: non credo nelle guerre, neppure in quelle giuste. Il problema, tuttavia, non è risolto, e si ripropone ogni qualvolta vengano intraprese grandi opere energivore e devastanti, come la galleria dell’Alta Velocità in Val di Susa: un’opera scarsamente utile e spaventosamente costosa. E’ così importante, nell’era di internet, arrivare in Francia un’ora prima? E’ così importante scambiare enormi quantità di merce deperibile? Qualche anno fa, il gestore del bar che si trovava sotto casa mia mi mostrò con orgoglio le bottiglie di acqua minerale che serviva ai clienti: era acqua imbottigliata in Gran Bretagna. Abbiamo davvero bisogno di farla venire da là? E abbiamo davvero bisogno di acqua minerale? Personalmente, dal punto di vista igienico, mi fido maggiormente di quella dell’acquedotto che poi, almeno a Bologna, non è neanche cattiva. Sono decisamente distante, come non ho mancato di sottolineare sul numero 67 di Cenerentola, da alcune "moderne" tendenze primitiviste, e neppure mi convince certa diffidenza nei confronti dello scambio di prodotti caratteristica dei classici del pensiero libertario (già presente in precursori come Vincenzio Russo). Nondimeno sono convinto che gran parte del consumo di energia e del conseguente inquinamento dell’ambiente sia dovuto a scambi del tutto inutili, indotti da campagne pubblicitarie altrettanto inutili e costose, anche in termini energetici, che trovano giustificazione solo nel profitto che ne traggono i soliti noti. E’ per salvaguardare tali profitti che la polizia è chiamata a reprimere coloro che si oppongono a grandi opere come la galleria per il Treno ad Alta Velocità? Non voglio fare come Pasolini (personaggio, a dir poco, discutibile) che, nel ’68, solidarizzava con i poliziotti e denigrava i contestatori. Tuttavia non posso negare che il disagio di quegli uomini che sono stati per giorni, al freddo, a presidiare non si capisce bene cosa, circondati da una popolazione ostile, non riesce a lasciarmi indifferente. Chissà se, per tirarsi su, avranno bevuto una buona grappa piemontese, o se avranno potuto bere solo acqua minerale (britannica)... In attesa di un modello di sviluppo a basso consumo energetico, rispettoso dell’ambiente, finalizzato alla qualità della vita, basato sulla valorizzazione dei prodotti locali. Luciano Nicolini
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