Argentina: fu vero liberismo?

 

Dollaro

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Il crack dell’Argentina è spesso presentato come la dimostrazione del fallimento delle ricette economiche liberiste.

La svolta liberista argentina è avvenuta nel 1991, sotto la seconda presidenza di Menem. L’artefice di tale riforma è stato Domingo Cavallo, ministro dell’economia dal 1991 al 1996. Sono stati attuati numerosi provvedimenti economici, tra cui:

- privatizzazioni: Yfp (società petrolifera statale), aziende elettriche, Entel (telefonia), ferrovie, etc.

- riforma previdenziale

- flessibilizzazione del mercato del lavoro.

Tali misure appaiono in linea con la teoria economica che propugna la limitazione dell’intervento statale nell’economia. Ma il punto è: bastano questi provvedimenti a giustificare il tracollo economico di una nazione importante come l’Argentina?

Curiosamente, se facciamo mente locale a quello che è accaduto nella seconda metà degli anni ’90 in Italia, troviamo singolari analogie:

- privatizzazioni: Eni (società petrolifera statale), Enel (azienda elettrica), Telecom (telefonia), autostrade, etc.

- riforma previdenziale (Dini)

- flessibilizzazione del mercato del lavoro (pacchetto Treu).

Eppure l’Italia non è (per adesso) tracollata economicamente.

Il currency board

Vi è però un ulteriore fattore, fulcro della politica economica di Cavallo: l’aggancio della valuta nazionale (il peso) a una moneta forte (il dollaro). Secondo molti è questo che avrebbe dato una connotazione liberista al programma di riforme economiche argentine.

E, tuttavia, ancora una volta, ci troviamo di fronte ad un provvedimento economico ben poco originale: anche i governi italiani hanno operato, nella seconda metà degli anni ’90, l’aggancio della valuta nazionale (la lira) a una moneta forte (l’euro).

Ma allora, siamo proprio sicuri che il liberismo sia un fattore sufficiente per spiegare il tracollo economico dell’Argentina?

I primi effetti dei provvedimenti di Cavallo sono stati eccellenti: drastico taglio dell’inflazione (che aveva raggiunto, nel marzo del 1990, il 20262%!), afflusso di investimenti dall’estero e conseguente decollo economico.

Vale la pena di spendere due parole sul meccanismo di aggancio del peso al dollaro. Tale sistema era basato su un vecchio istituto monetario, tipico delle colonie europee di inizio ‘900: il currency board. In pratica l’istituto di emissione argentino era obbligato a custodire nei suoi forzieri tanti dollari quanti erano i peso in circolazione.

In questo modo chiunque sapeva che la banca centrale argentina aveva i dollari necessari per far fronte alla richiesta di cambiare peso. Tale sistema dà un’effettiva parità tra le due monete. Ma genera anche una dipendenza dalle scelte monetarie del paese alla cui moneta si è agganciati: da un punto di vista monetario, l’Argentina era diventata una colonia degli Stati Uniti. D’altra parte questa è la funzione del currency board.

La crisi Tequila

Alla fine del 1994, il Messico, per diverse ragioni, entrò in una drammatica crisi economica. In poco tempo tale crisi si estese a tutti i paesi latino americani e, in particolare, all’Argentina. Ciò sorprese gli osservatori economici: Messico e Argentina sono due paesi geograficamente lontani e con pochi scambi commerciali tra loro. La crisi fu velocemente risolta con l’intervento del governo americano (che stanziò 50 miliardi di dollari per il Messico) e del Fondo Monetario Internazionale (che prestò 12 miliardi di dollari all’Argentina). Tale crisi indicava chiaramente che c’era qualcosa che non funzionava in Argentina. È però altrettanto vero che tali crisi apparivano governabili grazie ad un intervento deciso e coordinato da parte delle principali autorità monetarie mondiali. Da segnalare che il governo USA non esitò, pur di soccorrere l’alleato messicano, a prelevare ben 50 miliardi di dollari dall’Exchange Stabilization Fund, fondo destinato per legge alla difesa della quotazione del dollaro americano, non certo del peso messicano.

Clinton dovette ricorrere a tale sotterfugio poiché il Congresso non voleva aiutare il Messico.

Il crollo

Il crollo dell’Argentina ha una data: il 5 dicembre del 2001. Però, esaminando l’andamento del Prodotto Interno Lordo argentino, si nota come tale paese fosse entrato in recessione già tre anni prima, alla fine del 1998! Sulle cause di tale recessione il giudizio è ormai pressoché unanime: moneta sopravalutata.

L’Argentina era stretta tra il suo principale concorrente, il Brasile, la cui valuta si deprezzava a causa della speculazione, e l’incontenibile ascesa del dollaro, che trascinava in alto anche il peso.

Tuttavia, la teoria economica sa come trattare tali situazioni. I provvedimenti adatti si possono trovare in qualsiasi testo universitario:

- svalutare la moneta (nel caso argentino sarebbe stato necessario sganciare il peso dal dollaro). In questo modo si restituisce competitività ai propri prodotti sui mercati internazionali;

- abbassare i tassi di interesse. Per facilitare gli investimenti produttivi;

- attuare una politica fiscale espansiva. Per sostenere la capacità di spesa dei ceti più disagiati.

Cosa è stato fatto:

- difesa della parità con il dollaro. Che ha comportato, di fatto, un apprezzamento del peso argentino;

- rialzo dei tassi di interesse. Necessario per attirare capitali dall’estero;

- politica fiscale restrittiva. Per salvaguardare il bilancio dello Stato oberato dal costo degli interessi.

È stato come fare impacchi di ghiaccio ad un malato di broncopolmonite! I responsabili economici argentini erano degli ignoranti? Non lo sappiamo, però sono stati costantemente elogiati dal Fondo Monetario Internazionale. Allora gli economisti del Fondo erano tutti ubriachi e lo sono rimasti per oltre tre anni? È difficile crederlo.

L’Argentina va a fondo

L’Argentina languiva nella recessione da oltre tre anni, assillata dai creditori. In queste condizioni è necessario impostare un piano finanziario, cioè un calendario in cui si riportano, per ogni giorno, entrate, uscite e quello che rimane in cassa alla fine. Il piano finanziario argentino prevedeva, per il 5 dicembre, l’entrata di un miliardo e 240 milioni di dollari. Era la rata di un prestito già concordato con il Fondo in settembre. Con quelle risorse si sarebbe provveduto a fare fronte alle spese ordinarie e, soprattutto, al pagamento di interessi e rimborsi dei prestiti ottenuti dal governo argentino. Con solo qualche giorno di anticipo, il Fondo comunica che non erogherà la prevista rata: tutto il piano finanziario del governo argentino va a farsi friggere. È il default.

Non si è lontani dal vero dicendo che il default dell’Argentina è stato determinato da una decisione del Fondo Monetario Internazionale.

Chi l’ha deciso? Chi comanda all’interno del Fondo?

L’azionista di maggioranza: gli Stati Uniti. Ma perché gli Stati Uniti hanno silurato l’Argentina? Perché nel 1995 non vi è stato alcun ritegno nel dirottare 50 miliardi al Messico sull’orlo del baratro e, adesso, si nega all’Argentina poco più di un miliardo?

Torniamo all’aprile di quell’anno horribilis del 2001. Il 16 aprile, poche settimane dopo essere stato richiamato come ministro dell’Economia, Cavallo tira fuori dal suo cilindro un’altra idea: ancoriamo il peso per metà al dollaro e per metà all’euro. Il 21 giugno tale idea diventa legge, approvata dal Parlamento argentino. Non è un provvedimento bislacco.

Poiché dollaro ed euro sono due valute asincrone, il risultato sarebbe stato che il peso avrebbe smesso di apprezzarsi seguendo l’andamento del dollaro. Un po’ di respiro per il sistema produttivo argentino. Eppure tale legge non è mai stata applicata!

Cosa avrebbe comportato l’adozione di questo provvedimento? L’Argentina, diventata colonia monetaria USA con il currency board legato al dollaro, si sarebbe trasformata in una specie di condominio monetario tra USA e Unione Europea.

Il problema è che, per stare nello stesso condominio, bisogna andare d’accordo. Andavano d’accordo Stati Uniti e Unione Europea? No. Qualche esempio? Nel luglio 2001 l’Antitrust europeo aveva bloccato il progetto di integrazione tra General Electric e Honeywell. Gli USA avevano reagito elevando dazi su molti prodotti importati dall’Europa. La Commissione Europea aveva minacciato ritorsioni contro le industrie USA aventi sede negli stati che avevano votato repubblicano! Si era al punto in cui Kissinger, intervistato da Panorama nel giugno del 2001, aveva minacciosamente dichiarato: "Mi preoccupa il fatto che quando l'Unione Europea agisce come soggetto unico negli affari mondiali molto spesso, e sarei tentato di dire, sempre, agisce in opposizione agli Stati Uniti. Sarebbe un errore capace di portare gradualmente a una frattura tra le due sponde dell'Atlantico … "

Stati Uniti ed Unione Europea litigavano, anche nel 2001. C’era, infatti, un importante elemento di contenzioso tra le due sponde atlantiche: l’euro, che sarebbe entrato in circolazione pochi mesi dopo, all’inizio del 2002. L’euro rappresenta una formidabile minaccia al predominio economico degli Stati Uniti: per la prima volta esiste una moneta alternativa al dollaro. Infatti il dollaro soffre di un paradosso: è la regina delle monete, però è emesso dalla nazione più indebitata del mondo, gli Stati Uniti.

Il circolo vizioso

Nel 1991 l’Argentina aggancia la sua moneta al dollaro. Il Fondo Monetario Internazionale dichiara che il paese sudamericano è una nazione virtuosa. Dopo qualche anno però la situazione si complica. L’Argentina entra in difficoltà economiche. Però è ancora una nazione virtuosa, quindi il Fondo gli eroga generosi prestiti. Che permettono all’Argentina di continuare a praticare la stessa politica economica sbagliata che l’ha portata in difficoltà: la parità tra peso e dollaro. Si entra in un circolo vizioso e la situazione peggiora sempre più. Nel 2001 torna Cavallo e dichiara che il re è nudo: la parità con il dollaro è insostenibile. A questo punto però il Fondo scopre che l’Argentina è diventato un paese inaffidabile. Fine dell’appoggio, proprio quando si cominciano a fare le cose "giuste". Crollo economico.

Contro l’Argentina sono state usate armi finanziarie di distruzione di massa, che hanno avuto effetti sulla popolazione del tutto simili, forse anche peggiori, a quelli derivanti da una guerra convenzionale.

L’Argentina del 2001, come le cosiddette tigri asiatiche nel 1997 o l’Italia del 1992, è un paese vittima di una guerra finanziaria.

"La guerra finanziaria è una forma di guerra non militare il cui potere distruttivo è almeno pari a quello di una guerra cruenta. Noi riteniamo che presto la "guerra finanziaria" diventerà sicuramente uno dei lemmi dei vari dizionari del gergo militare ufficiale come pure crediamo che, quando rileggeremo i libri di storia sulla guerra del ventesimo secolo, il capitolo sulla guerra finanziaria sarà quello che più richiamerà la nostra attenzione." (Qiao Liang e Wang Xiangsui, Guerra Senza Limiti, Libreria Editrice Goriziana)

E il liberismo? Sembra una spiegazione che ha il vantaggio di essere "comoda", un po’ per tutti.

 

 

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