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Primitivismo: il confronto continua di Stefano Boni e Alberto Prunetti Un'osservazione e una proposta di Nicola Terracciano
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Primitivismo: il confronto continua(gli articoli precedenti sono su Cenerentola n. 67)
Ringraziamo Cenerentola per aver pubblicato l’articolo “Antropologia, primitivismo, anarchia” scritto originariamente per A - rivista anarchica. Ringraziamo Luciano Nicolini per i suoi commenti e per questa possibilità di replica che ci consente di chiarire meglio e documentare alcuni aspetti del pensiero primitivista. E’ vero che non tutte le società di caccia e raccolta sono totalmente prive di dominio (alcune addirittura ammettono istituzioni che evocano la schiavitù!). E’ vero che esiste una variabilità interna nella loro organizzazione. Illustri studiosi, anche non libertari o primitivisti, riconoscono però che le società di caccia e raccolta sono quelle che hanno espresso le forme di dominio più contenute. Sono state rilevate nelle società di caccia e raccolta una scarsa strutturazione dei ruoli di genere (per esempio casi di donne cacciatrici), forme di comando temporanee e soggette a continue verifiche, l’assenza di coercizione, forme ideologiche - come la condivisione generalizzata del cibo – fortemente egualitarie: spesso la differenziazione di status viene sistematicamente contenuta. E’ vero che in alcune società di caccia e raccolta c’è poco da possedere ma la messa in discussione della proprietà privata investe anche i saperi, le competenze terapeutiche e tutti i beni che non si utilizzano costantemente: spesso si impone l’etica della condivisione. E’ anche vero che la tecnologia non determina in maniera assoluta la concentrazione del potere. Ci sembra però importante ricordare che, prima del passaggio all’agricoltura, sono esistite forme di organizzazione sociale prive di gerarchia o perlomeno con forme di gerarchia estremamente più contenute di qualsiasi altra forma successiva. In risposta a Nicolini, è importante precisare che le società di caccia e raccolta non sono società ‘chiuse’ (ammesso che siano mai esistite comunità ‘chiuse’) e che studi medici confermano che numerose società di caccia e raccolta hanno spesso uno stato di salute migliore di quello degli agricoltori adiacenti, lavorando sostanzialmente di meno. Invitiamo i lettori a documentarsi facendo riferimento alla bibliografia sottostante. E’ importante non presentare una visione esotica e mistificante di queste società ma è altrettanto importante non negare alcuni caratteri distintivi ormai acquisiti. Quali società, tra quelle non anarchiche, si avvicinano più di quelle di caccia e raccolta a una forma sociale anarchica? Siamo lieti che Nicolini condivida con noi la preoccupazione di costruire un mondo ‘senza servi né padroni’. Siamo anche d’accordo che questo mondo non consiste nel ritorno a un paradiso perduto. Siamo anche convinti - e qui forse il nostro pensiero e quello di Nicolini divergono - che informarsi su pratiche culturali sostanzialmente più egualitarie delle nostre possa essere utile (come si gestisce il potere nella condivisione? quali forme di autorità possono essere accettate all’interno di una ideologia egualitaria? come si gestisce il superamento della proprietà privata?) senza partire dal pregiudizio che “dai selvaggi c’è poco da imparare”. Oggi la questione primaria che pone il primitivismo (e che Nicolini non ha affrontato) è la seguente: l’escalation tecnologica minaccia l’intero pianeta. Dopo l’annientamento di un numero impressionante di specie animali e vegetali nel corso del Novecento, per la prima volta nella storia dell’uomo possiamo ipotizzare realisticamente diverse cause (inquinamento acque, surriscaldamento globo, epidemie, nucleare civile e militare, esaurimento combustibili, effetti OGM) che possono portare all’estinzione della specie umana nel giro di qualche decennio o qualche secolo. Senza una drastica riduzione del consumo e delle esigenze tecnologiche un domani non ci sarà spazio né per un anarchismo primitivista, né per uno futurista, perché rischiamo che non ci sia spazio per la specie umana. In questo contesto, non è sensato innanzitutto invertire il trend tecnologico-produttivistico che sta causando tutto questo e ‘decrescere’ per trovare una stabilità e garantirci un futuro ora incerto?
Stefano Boni Alberto Prunetti N.B.: Il primitivismo nordamericano non è l’unico movimento che si interroghi sui limiti dello sviluppo e dello stile di vita occidentale. Invitiamo pertanto a considerare con attenzione altre risposte critiche, quali l’opera del geografo e ornitologo Diamond, o le ricerche di S. Latouche e del movimento “Decrescita”. Bibliografia: _ Dahlberg, F. (a cura di). Woman the Gatherer. New Haven: Yale University Press; 1981. _ Inglod, T., David R., e Woodburn, J. Hunters and Gatherers 1: History, Evolution, and Social Change. Ingold T., Riches D. e Woodburn J., (a cura di). Oxford: Berg; 1988. _ Leacock, E. Women’s Status in Egalitarian Society: Implications for Social Evolution. Current Anthropology; 1978; 19 (2): pp. 247-76. _ Lee, R. B. e Daly R. (a cura di), The Cambridge Encyclopedia of Hunters and Gatherers. Cambridge: Cambridge University Press; 1999. _ Lee, R. B. e Irven Devore (a cura di). Man the Hunter. Chicago: Aldine Publishing Company; 1968. _ Sahlins, M. L’economia dell’età della pietra: scarsità e abbondanza nelle società primitive. Milano: Bompiani, 1980 (1972). _ Tunbull, C. I pigmei: il popolo della foresta. Milano: Rusconi, 1979 (1965). _ Woodburn, J. “Egalitarian Societies”. Man (New Series); 1982, 17: pp. 431-451.
Un’osservazione e una proposta Non credete che sia troppo poco che i libertari, non praticando lo sperimentalismo (es. scuole, università, aziende agrarie, artigianali, industriali, cooperative, edilizia e urbanistica, mercati, banche, tv e cinema libertari), escludendo l’elettoralismo municipale, si riducano solo al lavoro culturale (convegni, incontri, riviste, libri), alle punture movimentiste (scioperi e manifestazioni), all’attesismo rivoluzionario, guardando ora da una parte ora dall’altra, alla coscienza a posto di grilli profetici, che credono di avere spesso ragione? Ho sempre apprezzato il lavoro culturale libertario e riconosciuto il debito umano e democratico che si deve ai sacrifici, a volte fino al martirio, di tantissimi libertari. Ma né il lavoro culturale, né le punture movimentiste hanno potuto tamponare o modificare le tragedie o i movimenti della storia (vedi l’avvento del nazismo nella repubblica di Weimar, dove pure sindacati e partiti di sinistra erano possentemente organizzati, e del fascismo nella democratica Italia, dove sindacati e partiti di sinistra erano spesso capillarmente presenti, o le diverse fasi dell’attuale globalizzazione). L’attesismo rivoluzionario ha prodotto il trascinamento anche dei libertari nelle tragedie rivoluzionarie (vedi il tragico destino dei libertari nella rivoluzione russa, in balia dei rivoluzionari di professione leninisti-marxisti, coi quali si collaborò inizialmente). Né mi piacciono le grandi diagnosi e le troppo generali linee di soluzione spesso presenti nella pubblicistica libertaria, che spesso si scontrano e sono tragicamente smentite dalla labirintica, inimmaginabile, spesso tragica, complessità dei fatti storici e sociali, refrattari a farsi cogliere, afferrare da categorie e criteri interpretativi troppo rigidi e sommari. Un bagno di ‘realtà effettuale’ (con lunga esperienza delle cose moderne e una continua lezione delle antiche… con gran diligenza lungamente escogitate ed esaminate, secondo memorabili espressioni riprese dal grande intellettuale e letterato italiano ed europeo, Niccolò Machiavelli) su ciò che sono gli uomini e le donne oggi, collocati su uno sfondo anche storico, e su come ‘effettualmente’ possono essere incarnate le idealità libertarie sarebbe, secondo il mio umile, personale (quindi discutibile) punto di vista, prezioso e utile. Faccio poi un’umile proposta: perché non organizzare esperimenti libertari, tipo rinnovate Colonie Cecilie criticamente riviste (nel ricordo del più grande esperimento libertario portato avanti dal Galileo del socialismo libertario, Giovanni Rossi, in Brasile dal 1890 al 1893), nelle aree appenniniche spopolate, dove si possono acquistare terreni e casolari e case a costi non proibitivi, dove libertari e libertarie, che vogliono passare ai ‘fatti’, portano avanti libertarie aziende agrarie, o artigiane, o industriali, asili nido, ad esempio con rinnovati, libertari rapporti tra uomini e donne, senza possessi e gelosie, i cui prodotti ad esempio possono essere portati in mercatini libertari nelle vicine cittadine e metropoli, onde offrire alternative libertarie di prodotti e prezzi popolari alla gente, e avere mezzi per allargare ulteriormente gli esperimenti anche in altri campi? Se gruppi libertari, e Cenerentola tra essi, si fanno promotori di questa iniziativa, appellandosi a libertari militanti, ai tanti intellettuali, anche professori universitari, vicini al libertarismo, per 1000 quote ad es. di 1000 euro ciascuna, per raggiungere un primo fondo di un milione di euro (per fare un ‘fatto serio’), sono pronto a dare il mio contributo economico da liberalsocialista, prendendo una quota, col diritto di presenza e di voto all’assemblea annuale dei soci, per la valutazione e il miglioramento dell’iniziativa. Cordialmente Nicola Terracciano |
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