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23° TORINO FILM FESTIVAL

Torino – Cinema Lux, Romano, Massimo,  Empire, Greenwich

11/19 novembre 2005

Per le strade di Torino

   di Luca Baroncini

Isabella Rossellini - Foto Luca Baroncini 2005

 

 

IMMAGINARIA 2005

FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL CINEMA DELLE DONNE RIBELLI, LESBICHE, ECCENTRICHE

Bologna c/o Multisala Lumiere  e Cinema Jolly, dal 17 al 20 novembre 2005

 

Cinema al Femminile

 di Luca Baroncini

Locandina del Festival Immaginaria
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Per le strade di Torino

All’occhio poco attento del visitatore occasionale i lavori per la sistemazione della città in vista delle Olimpiadi del 2006 sembrano fermi allo stesso punto dell’anno scorso. Sono passati dodici lunghi mesi ma Piazza San Carlo è ancora un cantiere a cielo aperto e sono tante le strade e le piazze in cui l’arancione della segnaletica impedisce l’accesso e obbliga a svolte impreviste. In compenso l’atmosfera è già natalizia, con le luminarie, per la cui originalità Torino si distingue, che seguono il correre dei festivalieri da una sala all’altra, creando geometrie ardite sopra i loro passi. Riconquistata definitivamente la cornice cittadina (dopo due anni di esilio al Lingotto), il festival si conferma un appuntamento attesissimo da tutti i torinesi e da chi ama il cinema. I numeri confermano la tendenza: già nei primi tre giorni gli spettatori sono aumentati del dodici per cento rispetto all’edizione precedente. Il punto di forza è la chiarezza con cui i due direttori, Roberto Turigliatto e Giulia D’Agnolo Vallan, manifestano la loro passione per il cinema attraverso un percorso di ricerca linguistica ed estetica aperto alla contaminazione e alla sperimentazione, senza alcun vincolo di carattere politico o geografico. Come al solito non è tanto facile muoversi all’interno del labirintico programma e si ha costantemente la sensazione di scegliere qualche cosa a discapito di qualcos’altro ugualmente interessante. Il fulcro della manifestazione resta il “Concorso Internazionale Lungometraggi”, quest’anno particolarmente estremo nell’eccentricità dello sguardo degli autori selezionati, tutti all’opera prima, seconda o terza. Anche il “Fuori Concorso” rinuncia a farsi semplice vetrina per i film di imminente uscita e propone una selezione che nulla concede alla mondanità, includendo l’ultimo capitolo di Alexander Sokurov sulle grandi figure del novecento incentrata sull’imperatore Hiroito (“Il sole”), gli scontri all’interno della triade di Hong Kong messi in scena dal talentuoso Johnnie To (“Election”) e la favola gentile e un po’ bislacca di Cédric Kahn su un aeroplano giocattolo capace di prendere vita e di fare incontrare per l’ultima volta un bambino con il padre defunto (“L’avion”). Sempre alta l’attenzione del festival per il documentario che oltre a due apposite sezioni, concorso e fuori concorso, attribuisce il Premio Cipputi, nato dieci anni fa per dare risalto alle opere più importanti sul mondo del lavoro. Quest’anno l’ambito riconoscimento è andato a Vittorio De Seta, considerato uno dei maestri del documentario italiano (la copia restaurata del suo capolavoro “Banditi a Orgosolo” è stata presentata in anteprima al festival di Venezia). Tra gli omaggi si distingue quello per il cinema filippino sconosciuto e coraggioso attraverso le opere di Lav Diaz e Lino Broka. Di Diaz colpisce “Evolution of a Filippino Family”, che in dieci ore di proiezione racconta quindici anni di una famiglia di contadini riuscendo a unire, attraverso un approccio poetico, la storia con i sentimenti. Ma ad accendere l’entusiasmo del pubblico, e ad affollare le sale, sono tre eventi di grande impatto: la sezione “Americana”, con l’anteprima di sette episodi diretti per la televisione via cavo dai maestri dell’orrore (“Masters of horror”), la retrospettiva completa di Walter Hill e quella parziale di Claude Chabrol (parziale perché la sua produzione conta all’incirca settanta opere e si è deciso di suddividere l’omaggio in due parti, la seconda nel 2006). Tra gli episodi orrorifici, fa il pieno di consensi “Homecoming” di Joe Dante, dove l’orrore si colloca nel quotidiano attraverso il ritorno di morti viventi assetati non di sangue, ma di giustizia. Si tratta infatti dei cadaveri di ex-veterani americani che tornano in vita con un unico scopo: votare un’ultima volta per scacciare chi ha distrutto le loro vite senza un motivo. Solo dopo l’inserimento della scheda elettorale nell’urna potranno riposare in pace. Walter Hill, ospite del festival, manda in delirio i fan con la riproposizione dell’ormai mitico “I guerrieri della notte” nella versione “director’s cut” (in realtà poco dissimile da quella presentata in origine nelle sale). Il successo è tale che alla proiezione prevista l’organizzazione è costretta ad aggiungerne una straordinaria a mezzanotte. Il primo a stupirsi per il calore dell’accoglienza è lo stesso Walter Hill che afferma Mi fa piacere vedervi così numerosi per un film di 25 anni fa! Forse lo avete potuto vedere solo in dvd ed è un peccato, perché le pellicole nate per il grande schermo si perdono su quello piccolo!”.

L’unica ombra, che cala come una mannaia sul futuro del festival, è il taglio al F.U.S. (Fondo Unico per lo Spettacolo), che potrebbe impedire o limitare la prossima edizione. Non resta che gustarsi il presente lottando il più possibile affinché la cultura, in tutte le forme  espressive che  la caratterizzano, possa continuare il suo non facile cammino.

 

ISABELLA ROSSELLINI: UN OMAGGIO A PAPÀ

 

È con estremo candore, vestita in completo da uomo con tanto di cravatta, che Isabella Rossellini arriva a Torino per incontrare prima la stampa e poi il pubblico e presentare il cortometraggio “My Dad is 100 Years Old”, da lei scritto e interpretato. È un modo per omaggiare la figura paterna nel quasi centenario della nascita (sarà nel 2006). Isabella Rossellini si confessa a ruota libera, con una pacatezza e una grazia che accrescono il fascino di una bellezza così atipica e magnetica. Il tono della voce è quello basso che tutti conosciamo, la erre ballerina sembra dare un particolare peso alle parole che arrivano suadenti e cariche di una certa solennità. Parla del rapporto con il padre dicendo che “era un personaggio unico, impossibile da definire. Per anni ho cercato di spiegarlo ai miei terapisti americani che non capivano e dicevano che soffrivo del complesso di Elettra ed ero innamorata di mio padre. E io gli rispondevo che se avessero avuto un padre come Roberto, anche loro se ne sarebbero innamorati!”. Ma anche di una carriera di attrice cominciata dopo la morte del padre. “Papà non voleva che entrassi nel mondo del cinema e io tendevo a fare quello che lui voleva. Se fosse ancora vivo, non sarei mai diventata un’attrice”. A chi le domanda come mai nel cortometraggio suo padre sia rappresentato da un’enorme pancia, tipo Buddha, Isabella risponde che “papà era a letto tutto il giorno, scriveva, montava, incontrava gli ospiti sempre a letto. E aveva questa enorme pancia che svettava su tutto. Lui stesso diceva più volte che invidiava le donne perché allattavano e potevano partorire. Io stavo spesso accanto a lui e abbracciavo questo pancione grandissimo e morbido, che è la cosa che mi manca di più.” Al corto segue un film che è la stessa Isabella a scegliere. Si tratta di “Stromboli – Terra di Dio” del 1950. “Ho scelto questo film perché senza di lui io non sarei qui a parlarvi”. In effetti è durante la travagliata lavorazione del lungometraggio che nasce l’amore tra Ingrid Bergman (estasiata da “Roma città aperta” al punto da chiedere a Roberto Rossellini di coinvolgerla in un suo progetto) e il regista italiano.

Finita la presentazione Isabella si siede tra il pubblico e assiste alla doppia proiezione trattenendo a stento le lacrime e trasformando in un dolcissimo sorriso la commozione suscitata dalle immagini.

 “My Dad is 100 Years Old”

Se fosse ancora vivo compirebbe cento anni nel 2006. Per ricordarlo Isabella Rossellini scrive e interpreta un cortometraggio di sedici minuti fatto con la materia dei sogni. Il personalissimo soggetto esce dall’ombelico di una figlia che vuole perpetuare la memoria del proprio genitore per due motivi: uno è che i genitori di Isabella Rossellini sono due celebrità del cinema mondiale che hanno condizionato l’immaginario collettivo, quindi ricordarli diventa un rito a cui è doveroso partecipare, l’altro è che la regia è affidata al genio di Guy Maddin, uno dei pochi autori capaci di mettere in scena l’inconscio senza intellettualismi e grevità. La fantasia sfrenata del regista canadese, incapace di imbrigliarsi nella linearità di una narrazione tradizionale, si mette al servizio di Isabella Rossellini, misurando la contaminazione di tecniche differenti alla base della sua visione ma restando fedele a uno stile ironico e giocoso che predilige la rielaborazione delle convenzioni del cinema muto (i due hanno già collaborato nell’eccentrico e divertente “The Saddest Music in the World”, mai distribuito in Italia e già presentato sulle pagine di Cenerentola). Roberto Rossellini perde quindi l’aura di autore per diventare un padre visto con gli occhi della figlia. La razionalità di un rapporto codificato prende la forma di una grande pancia nel cui calore è possibile trovare rifugio e consolazione. A sottolineare gli umanissimi limiti del regista/genitore intervengono personalità importanti con cui l’autore italiano ha avuto modo di rapportarsi: da Hitchcock a Chaplin, passando per Fellini, Ingrid Bergman e il produttore Selznick. Tutti interpretati dalla stessa Isabella che ha modo di esorcizzare i propri fantasmi dando loro corpo, parola e sentimento. Un privilegio che non ha nulla di spocchioso e si traduce, pur sfidando il grottesco, in un originale, sentito e coinvolgente atto d’amore

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Cinema al femminile

Dopo l’interessante edizione del 2003, e l’assenza di fondi del 2004 che ha impedito lo svolgersi della manifestazione, “Immaginaria” torna a Bologna per la dodicesima volta con quello che viene riconosciuto, a livello internazionale, come il terzo festival di cinema lesbico più importante d’Europa. 400 le opere visionate e circa 90 quelle ammesse al concorso. Le novità cominciano a partire dal nome. Non più solo donne lesbiche, ma anche ribelli ed eccentriche. Un cambiamento sembra riguardare anche l’apertura nei confronti dell’esterno, con la predisposizione di alcune proiezioni senza l’esclusione a priori degli appartenenti al sesso maschile, ma è sempre il separatismo a ispirare e far discutere le appartenenti all’associazione, oltre a scontentare chi vede nel festival la possibilità di un arricchimento culturale negato invece a molti (anche per le donne è comunque prevista una tessera associativa con un minimo di ben 27  euro per assistere a due sole proiezioni). A spiegare come il festival si sia evoluto restando fedele al suo spirito originario è una delle organizzatrici, Debora Guma, nella serata di apertura al cinema Jolly. “Il cambio di nome è una scelta profondamente radicale, visto che si vive in un momento di riflusso storico dove un embrione ha più valore di una donna. Siamo fiere di essere ribelli, femministe e lesbiche. Portiamo avanti una corrente di pensiero lesbo-femminista. Siamo  separatiste e  siamo orgogliose di esserlo. La Cineteca ha insistito per aprire il festival alla cittadinanza. Abbiamo deciso di aprire liberamente al pubblico solo quattro proiezioni. Il cinema Lumiere, che ci ospita, ha due sale. Lo stesso film verrà presentato in entrambe, ma in quella più grande potranno accedere solo le donne, mentre nell’altra l’accesso sarà libero. È un compromesso che ci permette di mantenere la nostra identità separatista”. Sul palco sale poi la Direttrice del Festival, Marina Genovese, che aggiunge “l’edizione 2004 non si è potuta fare per problemi economici. Quest’anno ci siamo lanciate in questa impresa complicatissima pensando di avere un supporto dal Comune, ma le cose sono andate diversamente. Il Comune si è tirato indietro nel darci il suo contributo con una lettera del 3 novembre, uno sgambetto dell’assessorato alla cultura che ci mette definitivamente in ginocchio.

Non copriremo le spese, quindi chiediamo    solidarietà.    Non sappiamo se potrà esserci un’altra edizione, perciò, intanto, vediamo di goderci questa.” È poi la volta di Simona Lembi, Assessore alla Cultura della Provincia di Bologna, che si dichiara felice che “di fronte a un paese in cui sembra che i festival siano destinati a chiudere, Immaginaria possa riaprire” e sottolinea come il festival, “definito da più parti autoreferenziale, chiuso, misterioso, sia in realtà un grande spazio di libertà in grado di dare alle donne la visibilità che meritano e che a livello istituzionale non hanno”. A concludere la presentazione della serata è l’Assessore Silvia Bartolini, che ripercorre le tappe che hanno portato alla nascita del festival, ricevendo una vera e propria ovazione del pubblico al grido “Le donne sono straordinarie!”.

Prima del cinema è la musica ad aprire ufficialmente la manifestazione, con una esibizione in versione acustica di Cristina Donà. La brava cantautrice milanese presenta alcuni brani del suo repertorio (“L’aridità dell’aria è ciò che ho provato quando tra due persone che si sono amate cessa di esserci comunicazione”) intervallando i momenti musicali con brevi presentazioni che raccolgono il plauso della platea (“Voglio provare a raccontarvi qualcosa della mia femminilità. Penso che attraverso l’espressione artistica si arrivi all’essenzialità, che sento coincidere con la mia parte femminile”). A portare una ventata di leggerezza è poi la spumeggiante Angela Soldani, che interpreta, con ironico distacco, le caustiche “Rime tempestose” di Elena Rossi.

Il cinema esordisce con due mediometraggi agli antipodi. Una commedia canadese e ottimista ambientata a Vancouver (“Floored by Love”, della regista emergente Desiree Lim) e uno shoccante documentario di Parisa Shahandeh intitolato “Maryam’s Sin”. È la stessa Shahandeh, nata nel 1966 a Teheran e fatta arrivare a Bologna dopo un lungo lavoro di diplomazia telefonica, a presentare, con una timidezza a stretto confine con la paura, la sua opera, incentrata sulla condizione della donna in Iran. “Nel film racconto una vicenda particolare ambientata nel Sud-Est dell’Iran. Si tratta di piccole minoranze arabe che continuano a seguire crudeli tradizioni arcaiche nonostante il disaccordo delle autorità”. Quanto al nuovo governo iraniano e alla libertà espressiva, la Shahandeh dichiara “il nuovo governo si è appena insediato e non conosciamo ancora le linee direttive del Ministro della Cultura. Presto vedremo i nuovi film prodotti e avremo modo di capire!”. Il documentario è incentrato sul cosiddetto “delitto di castità”. Il 28 agosto 2002, nella città di Ahwad, la piccola Maryam di sette anni viene decapitata dal padre che la ritiene colpevole di avere avuto rapporti sessuali con lo zio, violando così il suo onore e la sua reputazione. Il brutale infanticidio avviene davanti agli occhi degli altri due figli. Il documentario alterna ad effetto interviste ai reali protagonisti della carneficina. Il padre, dapprima fermamente convinto della necessità della sua azione, dichiara “Lei ha violato il suo pudore. Mi rendeva ridicolo. Una figlia che ti fa perdere la reputazione è una sanguisuga per il paese”. Salvo poi ricredersi e affermare “In quel momento non sapevo cosa stavo facendo”. Non mancano interviste particolarmente shoccanti ai componenti della famiglia, con una moglie che racconta di essere sempre stata picchiata e di non condividere un atto di quel tipo nei confronti di una bambina (“Se avesse avuto diciotto o venti anni avrei anche potuto capire!”) e del fratello e della sorellina, che, con la sfrontatezza e l’assenza di consapevolezza tipiche dei bambini, descrivono i dettagli della decapitazione di cui sono stati involontari testimoni, con gli spruzzi di sangue finiti sul muro e la testa buttata in un sacco. La forma dell’opera non si distingue per originalità e una certa speculazione sull’orrore è subito evidente, ma il documentario rientra in quei casi di cinema necessario, ispirato dal forte bisogno di informare il mondo di quello che può ancora succedere nel silenzio dei mezzi di comunicazione. Per la cronaca, un esame medico ha rivelato che la bambina non ha subito alcuna violenza sessuale (era stata la stessa Maryam a dichiarare lo stupro) e il padre è stato condannato a morte per poi avere la sentenza annullata dalla Corte Suprema, che ha tramutato la pena in tre anni di prigionia.

 

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