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La servitù e la grande rivoluzione

Catena

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Lunedì 21 novembre, a Modena, presso il Laboratorio di Etnologia dell’Università, Gianvittorio Signorotto ha tenuto un’interessante lezione sulla “dipendenza personale prima della modernità”.

Non è stata la prima volta che, nel corso del seminario su “Dipendenza, lavoro, diritti” si è parlato della dipendenza personale in Europa con riferimento ai secoli che hanno preceduto la rivoluzione francese. Sul tema era già egregiamente intervenuta, il 18 aprile scorso, Raffaella Sarti (vedi Cenerentola n. 57). Signorotto lo ha affrontato in maniera differente, con ampi richiami alle teorie storiografiche e sociologiche, alla storia antica, alla storia contemporanea; richiami che, peraltro, aveva fatto (almeno in parte) anche la Sarti, dimostrando come il riflettere sulle società di “antico regime” porti a vedere, con occhi meno distratti, pregi e difetti delle società in cui viviamo.

L’organizzazione sociale, nei secoli che hanno preceduto la rivoluzione francese – ha affermato il relatore – era fondata su disuguaglianza, dipendenza, tradizione. Concetti quali “identità personale”, “individuo”, “progresso”, “corruzione”, “rappresentanza” sono poco applicabili con riferimento a quelle epoche. L’individuo, nelle società di “antico regime”, non esisteva nel senso in cui lo intendiamo oggi ma, piuttosto, in quanto appartenente a un corpo (confraternita, consiglio di villaggio, corporazione).

La borghesia, nel corso della sua ascesa sociale, vide la dipendenza personale con orrore, e la combattè fieramente, considerandola un ostacolo al libero sviluppo delle potenzialità dell’individuo. Oggi, al contrario, diversi intellettuali cosiddetti “post-moderni” guardano alla servitù come a qualcosa di non così terribile, anche se, ovviamente, più che di rivalutazione della servitù, si tratta di consapevolezza dei limiti del liberalismo e della democrazia. In quest’ultima convivono infatti una pratica di dominio e un progetto di liberazione: occorre far nascere, al suo interno, la libertà.

L’iniziale orrore della borghesia emergente per tutte le forme di dipendenza personale è ben evidenziato dal famoso documento del 1257 con il quale il comune di Bologna liberò i servi della gleba: non a caso ancora oggi si afferma che “l’aria della città rende liberi”. E anche successivamente, divenuta classe dominante, la borghesia continuò a mantenere un atteggiamento ostile nei confronti delle forme di dipendenza personale, almeno di quelle più eclatanti. Fu la borghesia industriale, nell’Ottocento, a liberare gli schiavi del Nordamerica: il capitalismo moderno aveva bisogno, piuttosto, di  lavoratori salariati.

Occorre tuttavia osservare che, se si esclude il fenomeno dello sfruttamento schiavistico nelle piantagioni americane, la schiavitù vera e propria, in Europa, era, nei secoli precedenti l’ascesa della borghesia, declinata da tempo; ebbe infatti un ruolo economico fondamentale soltanto nell’antichità greca e romana.

A tale proposito, due importanti questioni restano aperte:

- quella relativa al contributo dato dal cristianesimo al suo declino;

- quella relativa al contributo dato dallo stoicismo.

Il cristianesimo aveva consentito la schiavitù. Paolo di Tarso scrisse addirittura, nella lettera agli Efesini: “Schiavi, siate obbedienti”! E la chiesa cattolica non fece nulla per abolirla.

Rimane valida però l’affermazione dell’uguaglianza di tutti gli uomini “davanti al Signore”, un’uguaglianza che, con tutta evidenza, apre le porte ad ulteriori sviluppi del concetto.

Quanto allo stoicismo – ha concluso il relatore - sembra aver avuto una certa importanza nel declino della schiavitù nella Roma antica e, sotto forma di neo-stoicismo, nella sua abolizione in età moderna.

 

 Luciano Nicolini

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