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E da Genova le navi partivano...

 

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Accadeva soltanto cent’anni fa. Tra il 1870 e li 1930 oltre cinque milioni e mezzo di Italiani emigrarono definitivamente dal nostro paese. Altri due milioni e mezzo se ne andarono nel secondo dopoguerra, dalla fine del conflitto fino ai mitici anni settanta: gli anni del grande progresso economico e sociale; gli anni che oggi qualche sprovveduto chiama “anni di piombo” in spregio all’evidenza dei dati statistici, i quali mostrano chiaramente come, tra il 1968 e il 1977, si sia verificato un netto calo dei crimini di natura violenta rispetto al decennio precedente.

Ma torniamo al periodo a cavallo tra Ottocento e Novecento: in Italia era in corso la cosiddetta “transizione demografica”; la mortalità (soprattutto la mortalità infantile) stava diminuendo, la natalità diminuiva anch’essa, ma con un certo ritardo. Il sovrappiù di popolazione non riusciva ad essere assorbito da un paese fortemente arretrato, governato da una borghesia più attenta a spartire il potere con la nobiltà ed il clero che a modernizzare la nazione. I proletari pagavano con la fame, l’emigrazione, la discriminazione.

L’ambiente dell’emigrazione italiana è stato ben descritto dal film di Fabrizio Costa “Sacco e Vanzetti”, la cui prima parte è stata messa in onda da Mediaset su “Canale 5” domenica 13 novembre. Troppo bene: il giorno successivo lo sceneggiato è stato tolto dalla programmazione e spostato su “Rete quattro”. Evidentemente, i politici si erano accorti che la prima puntata parlava troppo bene degli anarchici, soprattutto di quegli anarchici che, ieri come oggi, reclamano diritti per gli immigrati.

La situazione attuale, per quest’ultimi, non è troppo diversa da quella vissuta dagli Italiani cent’anni fa. In molti paesi, grazie ai progressi nella medicina e nelle condizioni igieniche, la mortalità infantile è diminuita; non altrettanto è avvenuto per la natalità. In molte nazioni la classe dirigente, sostenuta dai governi occidentali, vive nel lusso senza preoccuparsi di dare un futuro ai giovani. A questi, non resta che emigrare. Per loro, nonostante tutto, l’America siamo noi. Noi che, dimentichi delle sofferenze vissute fino a pochi decenni fa, li respingiamo in mare, salvo servircene quando ci fanno comodo, assumendoli a basso costo come operai, ma anche come collaboratori familiari  o badanti.

Non passa giorno senza che giunga la notizia di qualche barca affondata nel Mediterraneo. Ormai non ci facciamo neppure più caso. Preoccupano maggiormente le notizie che giungono da Parigi, dove i figli degli immigrati hanno dato vita a una rivolta.

C’è da stupirsi? Chi semina vento, raccoglie tempesta. E spesso la tempesta arriva non per opera di coloro che maggiormente pagano le conseguenze delle politiche imperialiste e xenofobe: quelli, quando vengono ripescati tra i flutti, ringraziano, come farebbe chiunque abbia visto la morte in faccia. La tempesta arriva per opera di chi qualcosa possiede, ma non riesce a capire perchè debba avere meno, molto meno, e con molta più fatica, rispetto ai chi ha vissuto a fianco a lui, ma ha avuto la fortuna di nascere in un’altra culla.

E’ l’irrisolta questione sociale, non quella etnica o quella religiosa, a riproporsi. Ad essa occorre trovare soluzione.

 

Luciano Nicolini

 

 

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