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Senso di appartenenza? di Eugen Galasso Una proposta elettorale di Nicola Terracciano Non contare su di me di Luciano Nicolini
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Senso di appartenenza? Si pone sempre, ormai, il problema nazionale. Il socialista libertario, credo, dovrebbe riconoscersi nella frase “l'uomo non ha patria”, estendendo il marxiano “l'operaio non ha patria”. Fatto sta che le nazionalità si sono create, o meglio sono state create, per chiari interessi economici e finanziari, nel 1800 e poi “implementate” con guerre, guerre fredde, rivoluzioni “di palazzo” etc. In questa situazione, lo storico Ferran Gallego rimprovera agli Spagnoli di non essere più consci del loro essere Spagnoli (ABC, settimanale conservatore spagnolo, lunedì 26/9/ 2005), di non avere più “sentimiento de pertenencia” (senso di appartenenza). Quasi, appunto, “el sentimiento nacionàl” non fosse a sua volta costruzione storica, sociologica e psicologica, determinata, come si diceva, da interessi precisi. A parte il fatto che dubito che altrove (Francia, Italia, Germania, Inghilterra etc.) le cose siano molto diverse, un po' me lo auguro (voglio dire, che generazioni giovani e meno giovani si rendano conto dell'incrostazione nazionalistica). In realtà, riscoprire tradizioni vere (ma quali? Non certo quelle da sillabario - libro di testo – “libro e moschetto...” ) andrebbe bene, anche specificità dell'idioma / del dialetto (Pasolini, mi spiace ribadirlo, non era un “antidiluviano”, almeno su questo), purché non portino al razzismo, però. Ecco allora che la soluzione federalista s'imporrebbe, purché non diventi un alibi leghista. Dopo la sortita del redivivo (per fortuna, aggiungo, perché godere della malattia, magari della morte, del “nemico” è puro cannibalismo) Umbertone Bossi dal terrazzo di Carlo Cattaneo, dei paletti bisogna metterli: possiamo essere diversi, per l'appartenenza a un'altra realtà regionale, locale (meglio, se di paese e di città) ma non per questo siamo migliori di altri. Georges Brassens giustamente irrideva a chi ha “la gloria d'essere nato da qualche parte”, che non è un merito, è solo prodotto del caso. Ecco allora un tentativo di soluzione: siamo diversi (un po’) dagli altri, non siamo migliori, ma, detto un po’ retoricamente, siamo tutti nella stessa barca chiamata umanità, magari quella “nuova”, auspicata da “L’internazionale”. Ma i problemi che ciò comporta, sul piano umano, sociale, economico, devono essere chiariti. Da qui la riproposizione del socialismo libertario come problematico, sempre. Eugen Galasso Una proposta elettorale Per le elezioni del 16 aprile 2006 perchè non pensare a qualche esperienza di municipalismo libertario, in collaborazione anche con noi (liberalsocialisti n.d.r.), in qualche località dove si possa realisticamente avere anche un solo consigliere di opposizione a tutti, a questo centro destra, naturalmente, e a questo centro sinistra, che gli somiglia molto? Voi direste che non andate nell’elettoralismo oltre il livello comunale, dove c'è un intimo legame tra eletti ed elettori e gli eletti si impegnano a dimettersi quando i compagni lo richiedono a maggioranza, e si giura di fronte al consiglio e non più di fronte al prefetto. Cosa vogliono di più i libertari, per incominciare a sporcarsi le mani nel fango, perchè c'è tanto fango, negli enti locali comunali ? Cari saluti Nicola Terracciano Sul “senso di appartenenza” di cui parla Eugen Galasso, sull’importanza della tradizione, e sui pericoli cui si va incontro nell’esaltarli troppo, scrissi alcuni anni fa un opuscoletto intitolato “A proposito di piccole patrie” (ripubblicato, poi, sul numero 3 di Cenerentola, e reperibile nel sito www.cenerentola.info). Lo segnalo come contributo al dibattito intorno a questi importantissimi temi. Circa la partecipazione alle elezioni e agli organismi comunali, proposta da Nicola Terracciano al movimento libertario, come redazione di Cenerentola siamo, in prima approssimazione, abbastanza scettici. Come già abbiamo avuto modo di scrivere, “la storia degli ultimi centocinquant’anni ci ha insegnato che, imboccando quella strada, è assai più facile farsi corrompere che combinare qualcosa di buono. E che ciò non avviene tanto a causa delle umane debolezze quanto poichè, almeno in Italia, le amministrazioni comunali, malgrado le recenti affermazioni che attribuiscono loro pari dignità con lo stato, non possono che muoversi all’interno delle ferree leggi da esso stabilite e delle, altrettanto ferree, leggi economiche imposte dal capitale”. Personalmente, poi, non mi riconosco in alcun modo nel ritratto dipinto da Terracciano quando, in risposta alla nostre considerazioni, mi scrisse: «Vedo che anche tu sia vittima dell'uso di categorie marxiste (“capitalismo”, etc.), considerati come “soggetti storici anonimi” che farebbero la storia, mentre gli uomini ne sarebbero condizionati dalle “sue ferree leggi”». Se non piace parlare di capitalismo, possiamo tranquillamente parlare di capitalisti (quelli, sì, che esistono!) e delle ferree leggi che, insieme ai burocrati statali, stabiliscono e fanno rispettare. La sostanza non cambia: anche qualora i nostri “rappresentanti” costituissero la maggioranza all’interno di un consiglio comunale, dovrebbero vedersela con loro e, se non supportati da un movimento reale che, partendo da una solida base culturale, si fosse consolidato sul terreno sindacale e sociale, finirebbero per essere sconfitti o, più semplicemente, per “tradire” (se si preferisce, “piegarsi”). Per venire al concreto della situazione del Mezzogiorno (che Terracciano ben conosce): quanto a lungo potrebbe durare, senza il supporto reale (non fatto di schede elettorali) di cui parlo, una giunta comunale che sfidasse apertamente la criminalità organizzata (e collusa con i poteri forti)?
Luciano Nicolini
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