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I Fratelli Grimm e
l'incantevole strega
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I fratelli Grimm e l’incantevole strega di Terry Gilliam con Matt Damon, Heath Ledger, Monica Bellucci “C'era una volta..." apre il film. "E vissero felici e contenti..." lo conclude. È proprio una favola il nuovo, ovviamente controverso, film di Terry Gilliam, considerato uno dei registi americani più talentuosi ma meno affidabili (vedere al riguardo, il divertente documentario "Lost in La Mancha"). Il soggetto del film è proprio nelle corde di Gilliam perché racchiude elementi fantastici a lui cari e, soprattutto, gli permette di dare sfogo alla sua rutilante e incontenibile fantasia. Il racconto vede i due fratelli Grimm (interpretati con energia da Matt Damon e Heath Ledger ma non valorizzati dalla regia) interagire con un universo mutuato dalle loro celebri favole. Un po' come in "Shrek" a farne le spese sono Cappuccetto Rosso e Hansel e Gretel, vittime di una strega crudele a sua volta vittima di un maldestro incantesimo (Monica Bellucci, davvero bravissima, un plauso al suo agente, ad essere sempre al posto giusto nel momento giusto, e per i soliti due minuti). La storia è poco più di un pretesto per consentire a Gilliam di dare libero corso alla sua personale visione. Non possono quindi mancare personaggi caricaturali e dall'urlo perenne (l'insopportabile Cavaldi dall'accento italiano), marchingegni complicati e una spettacolarità roboante e fracassona. Se alcuni momenti stupiscono e divertono (l'animazione della pozzanghera fangosa, i rimandi alle favole, la scalata alla torre) altri si limitano a rintronare, evocando una magia che non arriva (i troppi inseguimenti nella foresta incantata, il brutto lupo digitale, il poco risolto personaggio della donna cacciatrice, il finale stra-buonista). L'insieme, quindi, si fa apprezzare ma non conquista, anche perché l'interessante idea di una battaglia tra fantasia letteraria e realtà spunta fuori a metà film e, pur risultando decisiva negli sviluppi, resta sempre in secondo piano. Luca Baroncini di Abel Ferrara con Matthew Modine, Juliette Binoche, Forest Whitaker Abel Ferrara è da sempre portatore di un punto di vista morale molto forte. Alla colpa, di solito gravissima, può seguire solo la punizione e l'eventuale perdono passa necessariamente attraverso la redenzione. Il senso del peccato è presente, quasi protagonista, anche in "Mary", dove il giornalista ateo, che tradisce la moglie a pochi giorni dal parto, rischia di perderla insieme al bambino appena nato. Ma sono tante le schegge lanciate da Abel Ferrara. C'è il regista arrogante che ha appena terminato il film "Questo è il mio sangue" sulla vita di Gesù. C'è l'attrice che interpreta Maria Maddalena in profonda crisi esistenziale che abbandona una promettente carriera per cercare se stessa. Purtroppo le micro-storie in cui è scomposta disordinatamente la narrazione mal si combinano con l'esposizione di un punto di vista personale. E non perché i personaggi non siano sufficientemente problematici, ma perché si fatica a capirne le motivazioni e ad aderire al loro sentire. Perché, ad esempio, tutti ce l'hanno con il regista del film e si fanno addirittura manifestazioni di protesta? Da ciò che è dato vedere le provocazioni in esso contenute non sono così smodate. Va bene, si ispira ai Vangeli apocrifi, ma del ruolo di Maria Maddalena rispetto a quanto diffuso nei testi ufficiali ne parla diffusamente anche un best-seller come "Il codice Da Vinci", ed è ai Vangeli Apocrifi che si è ispirato Fabrizio De Andrè quando scrisse il poema sonoro "La Buona Novella" qualche decennio or sono. In questo senso non è che la rete narrativa tessuta da Ferrara risulti di particolare stimolo o illuminante. Quanto alla forma, si sente a tratti la mano di una regia personale e vigorosa, come nella corsa notturna dell'ambulanza attraverso tunnel giallastri per raggiungere l'ospedale, o nella furia improvvisa con cui un sasso viene scagliato contro la fiancata di un'auto, ma le troppe divagazioni, con lunghi spezzoni di trasmissioni televisive, lasciano più di un dubbio sulla scelta di una fiction. Forse un documentario poteva portare a un risultato meno dispersivo. Tra gli interpreti si distingue l'espressività dolente di Forest Whitaker e il furore tracotante di Matthew Modine, mentre Juliette Binoche è perfetta nel film nel film, mentre nel suo vagare per Gerusalemme sembra più testimonial di un profumo francese che alla ricerca della propria fede. Luca Baroncini Oliver Twist (da Charles Dickens) di Roman Polansky con Ben Kingsley, Jamie Foreman, Barney Clark. L’orrore dell’Ottocento capitalistico e degli esclusi, nel grande romanzo di Dickens, conservatore ma grande critico del capitalismo ormai nato, riletto da Polansky, polacco ebreo, sfuggito a lager e gulag. Tra bellezza e orrori, fotografia e scenografia fosca quanto efficace, senza calligrafismo, ma con l’amore che viene da chi ha subito l’orrore (“l’inferno delle tenebre”, Jorge Semprun).
Renate Perkmann e Eugen Galasso
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