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Ma come fanno i marinai?

 

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Lunedì 7 novembre, presso il Laboratorio di etnologia dell’Università di Modena, si è parlato di marinai. Devi Sacchetto, sociologo, ha relazionato circa le sue ricerche sulle trasformazioni in atto nel lavoro marittimo. Ricerche disagevoli, data la difficoltà di entrare in contatto con i marinai superando il filtro costituito dagli ufficiali. E non solo per questo: Siriani e Pakistani, ad esempio, dopo lunghe navigazioni, non possono neppure sbarcare. La legislazione italiana sull’immigrazione lo impedisce.

I tre quarti delle merci del pianeta – ha affermato Sacchetto – sono trasportati via mare, e poichè il costo del lavoro incide per il 40% sui costi operativi di una nave, le condizioni di vita dei marinai sono, negli ultimi anni, enormemente peggiorate. Più è basso il valore delle merci trasportate, più è scadente il trattamento riservato ai lavoratori.

Il principale luogo di reclutamento dei marittimi è costituito dalle Filippine, seguito dall’Indonesia. La maggior parte dei lavoratori firma contratti per singoli imbarchi; fanno eccezione gli Iraniani e i Cinesi, che hanno contratti a tempo indeterminato.

Il più importante sindacato dei lavoratori del mare è l’International Transport Federation (cui fanno riferimento CGIL, CISL e UIL) che esige un minimo sindacale di 970 dollari al mese. In realtà, molti salari si aggirano però intorno ai 500 dollari.

Il peggioramento delle condizioni salariali è stato più sensibile per i marinai dell’Europa Occidentale, e questo può essere visto come un’anticipazione di ciò che potrebbe accadere, nel giro di breve tempo, a tutti i salariati di tali paesi.

Un esempio: a Venezia, da quattro anni, è ormeggiata una chiatta che travasa cemento. Batte bandiera panamense, ma il proprietario è di nazionalità greca. I lavoratori, formalmente “marittimi”, guadagnano 400 dollari al mese. Ovviamente, gran parte di loro non ha mai navigato: sono operai provenienti dallo Sri Lanka.

Questo fa capire che cosa potrebbe accadere, di qui a poco, con l’introduzione della “direttiva Bolkestein”, che permetterebbe alle aziende straniere di operare sul territorio italiano applicando ai dipendenti i contratti in vigore nei paesi d’origine.

Ma, in fondo al tunnel, c’è un barlume di speranza: gli operai dello Sri Lanka che lavorano sulla chiatta, grazie alla vicinanza fisica con l’Italia, stanno facendo una cosa che sarebbe loro vietata: scioperano!

 Luciano Nicolini

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