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Elizabethtown

La seconda notte di nozze

La tigre e la neve

Niente da nascondere

Nove vite di donne

 

Susan Sarandon - Venezia 2005 - Foto Luca Baroncini
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Elizabethtown

di Cameron Crowe con Orlando Bloom, Kirsten Dunst, Susan Sarandon

Gli Americani, si sa, sono ossessionati dalla “seconda possibilità” e, almeno nei film, concedono sempre ai personaggi di prendersi una rivincita. Anche perché il fallimento (o fiasco, come ripete in continuazione il protagonista) non rientra nel loro DNA e, sempre nei film, deve assolutamente capovolgersi in riscatto. Il nuovo lungometraggio di Cameron Crowe si inserisce a pieno titolo nel trito filone, offrendo al protagonista l’opportunità di riprendersi da un fallimento da svariati milioni di dollari (la scarpa che ha progettato non vende)  e di trovare pure l’amore. “Carino con riserva” è il modo migliore per qualificare il non equilibrato film di Crowe (una bella sfrondata avrebbe sicuramente giovato) che ogni tanto diventa “simpatico”, ma sfora nel “noiosetto”, per poi finire nello “stucchevole”. Per una volta la vita di provincia non è cupa, asfittica o devastante, ma senza ombre e banalmente in grado di fornire al protagonista gli strumenti per trovare un proprio posto nel mondo; in poche parole, poco interessante. Crowe è un abile sceneggiatore e un grande esperto musicale (ha cominciato giovanissimo come redattore della celebre rivista “Rolling Stone”) e questi due elementi permettono al lungometraggio di distinguersi, almeno in parte, dalla carineria di tante commedie analoghe. L’andamento però, pur nella fluidità dell’impaginazione, resta intermittente, con momenti piacevoli (il ritmato on-the-road che conclude la pellicola) che si alternano ad altri imbarazzanti (il discorso della moglie al funerale del marito, con tanto di tip-tap finale che entrerà negli annali del trash). Tra i due protagonisti ha la meglio Kirsten Dunst, ma ha dalla sua un personaggio più spumeggiante. Orlando Bloom ha il faccino pulito adatto al ruolo e si impegna per dare credibilità al fallito in cerca di redenzione, ma il carisma è altrove.

Luca Baroncini

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La seconda notte di nozze

di Pupi Avati con Antonio Albanese, Neri Marcorè, Katia Ricciarelli

Casella di testo: Susan Sarandon  Venezia 2005                         Foto Luca Baroncini
Dopo le ultime prove opache Pupi Avati ritrova l’ispirazione mettendo in scena con garbo una storia venata di malinconia. Bologna, con i suoi portici e le esse voluttuose, non può ovviamente mancare, ma è solo lo spunto iniziale, perché il teatro della vicenda si sposta presto in Puglia, dopo un avventuroso viaggio in auto attraverso l’Italia dell’immediato dopoguerra. La forza del film è nella connotazione dei luoghi e nel contrasto tra i personaggi: Liliana, una vedova che ha perso tutto, provata dalla vita e sfiancata dalla povertà; il figlio Nino, sempre pronto a sfruttare il prossimo; Giordano, fratello del marito defunto, goffo e un po’ tardo ma ricco di umanità; e le due vecchie zie, tradizionaliste e con vecchi rancori mai sopiti (citazione, chissà se volontaria, da “La casa dalle finestre che ridono”). I caratteri, forse grazie alla derivazione letteraria dall’omonimo romanzo, dello stesso Avati, sono approfonditi e ben delineati e le mezze tinte dominano la scena, con uno struggimento pacato che esce dal calcolo per essere vissuto in prima persona dai protagonisti. Determinante il contributo del cast: Antonio Albanese si conferma interprete sensibile, Neri Marcorè è sgradevole con convinzione e Katia Ricciarelli si rivela una vera scoperta. Al suo debutto, come attrice per il cinema, sceglie un ruolo dimesso in netto contrasto con l’immagine pubblica di diva della musica. Fa inoltre piacere ritrovare due donne carismatiche e di carattere come Marisa Merlini e Angela Luce, ancora capaci di accentrare gli sguardi con poche battute. Non mancano i soliti bozzetti un po’ stereotipati (la bolognesità calcata delle prime sequenze; l’incontro di Nino con l’attore Fiermonte e la sua compagna, al limite della caricatura) e qualche nota stridente (la ricercata poesia della didascalia che apre e chiude il film), ma la carineria non diventa mai stucchevole e l’insieme si accontenta di essere piacevole.

Luca Baroncini

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La tigre e la neve

 di Roberto Benigni con Roberto Benigni, Nicoletta Braschi

Grande ritorno di Roberto Benigni, dopo la brutta scivolata di “Pinocchio”: comicità e tragedia, denuncia e buoni sentimenti. Un film quasi chapliniano; apprezzato, ovviamente, da chi ama il genere.

Un poeta italiano accorre in Irak, nel pieno della guerra, per tentare di salvare la donna che ama. In un paese che vive con dignità la propria rovina, lo stravagante personaggio si riscatta, individualmente, dalla vergogna in cui è caduta la propria nazione.

Ciò che, con ogni evidenza, tenta di fare, per mezzo di questo film, Roberto Benigni.

  Lucrezia Avitabile

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Niente da nascondere

di Michael Haneke con Daniel Auteuil, Juliette Binoche

 Anche i Francesi provano sensi di colpa per il loro passato coloniale. E la pellicola cerca di farli emergere, senza peraltro riuscirci.

Una coppia borghese viene bersagliata da messaggi anonimi. Chi sarà l’autore? Un uomo cui il protagonista, da bambino, fece del male. Ma la  Francia, ai tempi della guerra d’Algeria, non era bambina: era il paese che aveva diffuso in tutto il mondo gli ideali di libertà, uguaglianza e fraternità. Il male fatto agli Algerini non può essere paragonato a un dispetto infantile; e il risentimento di questi ultimi, purtroppo, è assai più giustificato di quello dell’uomo descritto nel film.

La metafora è chiaramente assurda, e rende inefficace la stessa denuncia.

Ottima, come sempre, l’interpretazione di Auteuil.

  Lucrezia Avitabile

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Nove vite di donne

 di Rodrigo Garcìa con H. Hunter, E. Carrillo, A. Seyfried, S. Spacek, D. Fanning, G. Close, A. Brenneman, L. G. Hamilton, R. W. Penn, K. Baker

Che barba! Viene voglia di scappar via.

Forse era proprio ciò che l’autore intendeva trasmettere. E se le cose stanno così, non si può negare che l’opera sia riuscita.

L’amore, il dolore, la vita stessa, sembra dirci il regista, tutto è scontato e banale. Ce lo dice attraverso nove storie di donne: alcune un po’ forzate, altre sicuramente efficaci.

 

Lucrezia Avitabile

 

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