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Le commercianti senegalesi di Marsiglia

 

 

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Continuano, presso il Laboratorio di Etnologia dell’Università di Modena, gli incontri su “Dipendenza, lavoro, diritti”. Lunedì 24 ottobre è stata la volta di Melissa Blanchard dell’Università della Provenza, che ha relazionato sulla condizione delle commercianti senegalesi di Marsiglia.

Non sono molte, e si possono dividere, sostanzialmente, in tre categorie: donne giunte a partire dagli anni ’50, contemporaneamente agli ex-marinai poi impiegati nelle operazioni di carico e scarico delle navi; donne arrivate negli anni ’70 per ricongiungimento familiare con i maschi impiegati nel ventennio precedente come operai nell’industria; infine, le ex-studentesse.

Tra le prime troviamo le commercianti “muridi” (una delle quattro sette musulmane del Senegal). Queste lavorano sia come grossiste sia come dettaglianti e, spesso, sono giunte in Francia dopo una vedovanza o un divorzio. Vendono oggetti d’artigianato africano (ma anche di produzione cinese) nei mercati di quartiere.

Tutto ciò che guadagnano lo inviano in Senegal per sostenere la famiglia, o per investire in appartamenti. L’organizzazione muride, strutturata a livello internazionale, le tiene legate al nazionalismo senegalese; tuttavia, esitano a ritornare in Senegal: in Francia, infatti, non solo godono di diritti sociali (pensione, assistenza medica, etc.) ma anche di un’indipendenza impensabile, nel paese d’origine, per una donna.

Sono malviste dai loro connazionali in quanto “donne libere”, termine con il quale vengono designate, tradizionalmente, le prostitute e, più in generale, le donne nubili, vedove o divorziate (a dimostrazione che, nella cultura tradizionale, è il controllo da parte di un maschio ad essere garanzia di “moralità”).

Nel secondo gruppo di donne commercianti troviamo le “immigrate” (così si definiscono) cioè le donne immigrate per ricongiungimento familiare. Queste, a differenza delle muridi, sono sposate. Hanno iniziato a lavorare investendo un piccolo capitale ottenuto con la vendita di gioielli, o con prestiti erogati dalle loro connazionali attraverso “lotterie” cui tutte partecipano e nelle quali, a rotazione, tutte vincono. Si tratta di denaro che la donna non è tenuta a consegnare al marito e può quindi gestire.

Anche le “immigrate” investono i loro guadagni in Senegal, e lì desidererebbero tornare a trascorrere la loro vecchiaia di “donne rispettate” (in quanto hanno ubbidito al marito e alla sua famiglia, educato i figli e, in più, ma solo in più, messo da parte un po’ di denaro).

Il terzo gruppo è costituito infine da donne di livello sociale elevato: intellettuali, artiste, mogli di funzionari giunte in Francia, in genere, come studentesse. Commerciano arte e artigianato africano con gli Europei ed hanno uno stile di vita di tipo francese. Sono inoltre quasi tutte impegnate nell’associazionismo finanziato dalle istituzioni francesi.

Tutto questo fa capire come, parlare di “comunità senegalese” sia un po’ una forzatura.

Luciano Nicolini

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