Giuseppe Tomasi di Lampedusa

I Racconti

 

Copertina del libro I Racconti

Remigio Zizzo

Duce si diventa

Copertina del libro Duce si diventa

Tutto Sherlock Holmes

Copertina del film Tutto Sherlock Holmes

 

Edoardo Puglielli

Abruzzo rosso e nero

Copertina del libro Abruzzo rosso e nero

Armando Borghi

Mussolini in camicia

Copertina del libro Mussolini in camicia

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Giuseppe Tomasi di Lampedusa

I Racconti, Milano, Feltrinelli, 2002

Di Tomasi di Lampedusa, aristocratico anomalo ("Il Gattopardo" è un grande romanzo, ma anche un ritratto tagliente di storia d’Italia e di Sicilia), oltre al capolavoro citato sono noti gli studi di letteratura inglese e francese (la madre, pur siciliana d’origine, era vissuta a lungo in Francia). Intellettuale sopraffino, aveva scritto anche i racconti, raccolti nuovamente in questo volume, ma pubblicati per la prima volta nel 1962, a cura di Giorgio Bassani, grande dimenticato della letteratura italiana.

Siciliano come Pirandello e Verga, come Capuana e Gesualdo Bufalino, Tomasi è autore atipico, ma i suoi "Ricordi d’infanzia", che aprono questi racconti, sono straordinari, evocativi senza essere strappalacrime, con una conduzione stilistica invidiabile, che è forse più rigorosa di quella del romanzo. Ogni oggetto corrisponde a un ricordo/stato d'animo, ogni evocazione riapre un mondo.

Ancora, "La Sirena" è il fantasma erotico assoluto, più che in Sade, Céline, Tozzi, Musil, Malaparte, Moravia.... Senza perdere d’occhio "Gattini ciechi" e "La gioia e la legge", uno dei racconti più brevi, incisivi, atipici della letteratura novecentesca, non solo italiana.

E, da aristocratico, sente il disfacimento di una cultura già bacata e minata: se nel "Gattopardo" è colta la volontà di "cambiare tutto perché tutto resti come prima" qui la simpatia per gli "umiliati e gli offesi" (Dostoevskij) è totale, senza per questo cadere nella retorica e nel pietismo di certa letteratura, soprattutto clericale, del nostro tempo e di quello (che è anche di Tomasi) che ci ha preceduto...

Eugen Galasso

 

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Remigio Zizzo

Duce si diventa, Libero, 2005

"Il buon giorno si vede dal mattino", recita un proverbio: ma se il buon giorno si dovesse vedere dall’oltre un terzo (ormai) dell’opera di Remigio Zizzo, con la prefazione di Vittorio Feltri, su Mussolini, "Duce si diventa", il giudizio sarebbe ben diverso. Doppiato ormai più del terzo dell’opera nel suo complesso, il testo (con il raccoglitore sarà anche un libro) edito da Libero, ha il merito, almeno, di essere "a-fascista".

Ma se ne notano già le pecche, anche proprio storiografiche: prima di tutto la volontà di dimostrare che, comunque, in ogni caso, nazismo e stalinismo erano peggiori, come regimi totalitari (o, volendo, autoritario è il nazismo, totalitario lo stalinismo); ma allora, se il criterio è il numero di morti, non ci sembra si possa togliere il fatto che, comunque, tale criterio non toglie la primogenitura del fascismo rispetto al nazismo e ai "fascismi", da quello di Antonescu in Romania a quello di Francisco Franco in Spagna, Salazar in Portogallo, Quiesling in Norvegia (ma anche il modello autoritario di Pétain in Francia fu molto "filo-fascista" e "mussoliniano" più che nazista).

Poi, però, c’è l’uso (abuso) del termine "reazionario" al posto di "rivoluzionario", dove c'è sempre "socialista reazionario" per rivoluzionario... Come sarebbero contenti Georges Sorel, pensavo, o la Spiridinova! Si ritirerebbero in non so quale anfratto a darsi zappate sulle parti intime, magari, o altro? Certo, non accetterebbero la cosa tranquillamente.

Roba da esser buttati fuori al primo esame di storia, peraltro, a meno che non si stravolgano tutti i parametri esistenti... Il reazionario è chi vuol tornare al passato, il conservatore chi vuol conservare l’esistente, il riformista vuol cambiarlo con riforme, il rivoluzionario con la (una) rivoluzione.

Poi, un’accelerazione eccessiva sulle virtù taumaturgiche dei primi anni della dittatura a livello di progresso economico (meglio diremmo sviluppo, ma insomma...).

Certo bisogna cercare di leggere tutto, come abbiamo letto Nancy sul nazismo, ma... talora il tanfo è irrespirabile. Un colpo al cerchio, uno alla botte, in Zizzo prefato da Feltri; ma il cavalier Benito, il peggior frutto di Romagna, ne vien fuori forse anche troppo bene...

Eugen Galasso

 

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Tutto Sherlock Holmes, Milano, Newton Compton edizioni, 2004

Ah, che bel regalo! Sherlock Holmes, integrale: romanzi, racconti, "taccuini" (racconti brevi, invero), quasi tutti narrati in prima persona da Watson, l’amico-collaboratore, con alcune certezze:

a) al di là della querelle di Ginzburg ed Eco se il metodo di Holmes sia deduttivo o invece abduttivo (cioè anche indiziario, empirico), tutti noi amiamo Baker Street - dove notoriamente non c’è nulla, ma... – e lo studio di Sherlock;

b) Arthur Conan Doyle scrisse di tutto: drammi storici, science-fiction, horror, ma poi s’invaghì anche di spiritismo, e purtroppo scrisse anche di ciò, fu appassionato dell’esistenza di "fate" credendo anche a foto-montaggi relativi. No, a costo di passare per biechi positivisti-razionalisti (chi scrive non lo è, almeno non positivista) diremo che è molto meglio Holmes, con la sua quasi - omosessualità con Watson, con la sua "passioncella" sconsigliabile per la soluzione 7%(cocaina);

c) Doyle-Holmes, se vogliamo un po’ colonialista (ma poco), filo-inglese, non è mai un fanatico, ama ben poco gli Stati Uniti, allora molto "giovani" (avevano solo un secolo), che però erano già tutt’altra

cosa rispetto all’ex-madre patria... Non vorrei essere tacciato di profetismo fuori posto, ma forse Doyle prevedeva anche gli eccessi imperialistici degli USA, che peccherà sempre di stile anche rispetto a certe atrocità, indubbie, dei "made in England"...

d) Romanzi - racconti: uno stile incredibile, coinvolgente, logico ma non logicistico – "noioso", impeccabilmente pieno di humor e di auto-ironia. Insomma Sherlock sei grande, anche se non sei Don Quijote...

Edgar Wallace che pur è Inglese anch’egli e giallista eccelso, divaga troppo, si perde (talora) in mille rivoli, la Christie va a romanzi... No, Doyle è impeccabile, è la quintessenza del giallo, assieme al suo grande modello, i racconti "giallistici" di Edgar Allan Poe, che non ha rivali... Americano, Poe, ma troppo "europeo" per essere amato negli States, dove lo si studia solo nei college più illuminati;

e) Spesso Doyle – Holmes - Watson manifestano umana pietà per il delinquente, senza per questo giustificarlo... Una problematica, anche per chi non ritiene il carcere l’unica soluzione, non da poco: non c’è solo la reclusione, non ci sono solo le sbarre...;

f) Leggetelo nella sua integralità, fa bene alla mente, senza ricorrere ai suoi vizi;

g) "La valle della paura" (The Valley of Fear) è anche una sorta di manifesto anti-massonico, almeno contro certe degenerazioni massoniche... Un tabù violato, allora, da Doyle!

Eugen Galasso

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Edoardo Puglielli,

Abruzzo rosso e nero, Chieti, C.S.L. Camillo Di Sciullo, 2003

Ammetto che inizialmente ero molto perplesso sull’esaustività di questo libro: mi chiedevo se fosse possibile riuscire a condensare in appena 240 pagine uno spaccato storico del movimento libertario abruzzese. Ebbene ammetto di essermi sbagliato. Fin dalle prime pagine si evince che nulla è stato lasciato al caso nella ricostruzione degli eventi: capoverso dopo capoverso traspare il grande lavoro di archivio che dona all’opera una dignità storiografica notevole.
L’opera in questione è la terza dedicata all’argomento, ma non ha nulla da invidiare alle precedenti: "Abruzzo rosso e nero" riesce a sviluppare un discorso organico in cui si mescolano senza troppe forzature dimensioni economica, sociale e politica contestualizzate a livello locale e nazionale. Pregevole l’inserimento di quattro biografie di anarchici abruzzesi che ebbero una certa notorietà per la loro febbrile attività anche a livello nazionale e internazionale. Altrettanto meritevole la capacità di cogliere le sfumature, talvolta impercettibili, nell’evoluzione teorica e pratica del movimento.

Un libro decisamente gradevole destinato ai cultori delle storiografie libertarie locali, ma anche un’opera indispensabile per contestualizzare le figure e l’azione di Camillo Di Sciullo e Luigi Meta  dei quali sono facilmente reperibili le biografie.

Il Passatore

 

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Armando Borghi,

Mussolini in camicia, Pescara, Samizdat, 2000


Non è sicuramente l’opera più conosciuta di Borghi, ma ciò non significa che il valore intrinseco ne sia diminuito. Anzi in un’epoca di revisionismo storico in cui si tende a vedere l’invisibile, in cui alcuni storici in base a non meglio precisati elementi tendono a riabilitare una figura tragica e grottesca come quella di Mussolini, il pamphlet in esame acquista un rinnovato valore didascalico. L’autore attraverso l’analisi storica di elementi certi e documentati demolisce pezzo per pezzo il mito mssoliniano che vuole il fu dittatore persona di polso, integerrimo irredentista e stupidaggini simili. Mano a mano che si procede nella lettura, emerge la figura di un ribellista senza arte ne parte, ma estremamente abile nel captare i cambiamenti politici in atto per volgerli a proprio favore; in tal senso vale la pena ricordare l’appoggio e poi il tradimento dell’impresa fiumana (pag.87). Nonostante Borghi abbia dovuto patire l’esilio come altri libertari e oppositori al regime, la sua analisi risulta distaccata e, senza troppi problemi, rileva come il fascismo sia nato anche dalla manifesta incapacità del socialismo, e dei socialisti, di sviluppare un processo politico complessivo. Un libro sentito nei toni, ma mai eccessivo, non deve essere considerato un’opera di propaganda, ma un una vera e propria analisi storica. Lo consiglio vivamente a tutti coloro che vivono di miti, veri o presunti tali.

Il Passatore

 

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