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I giorni dell'abbandono
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I fantastici quattro
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Viva Zapatero!
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Good Night and Good Luck
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Vita da strega
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di Roberto Faenza con Margherita Buy, Luca Zingaretti Una donna viene abbandonata, di colpo, dal marito. "Ho un vuoto di senso", dice lui, e se ne va. All’incredulità subentra la rabbia, poi la curiosità di sapere chi glielo ha rubato, ma resta solo il dolore. Lei, infatti, è innamorata. È un percorso interessante quello della protagonista del film di Roberto Faenza, eccessivamente fischiato al Festival di Venezia, perché permette di entrare in contatto con l’intimità di una donna, con il suo sentire più profondo, nell’elaborazione del lutto di un amore. "I giorni dell'abbandono", soprattutto nella prima parte, riesce a raccontare il disagio di una solitudine non voluta, per di più gravata da responsabilità nei confronti dei figli. Poi il film si arena in uno stallo da cui esce un po’ malconcio, con dialoghi letterari, eccessivi e ridondanti simbolismi (la bambina della favola, il ramarro, la barbona), cadute di stile (il fantasma del cane che a teatro attraversa il palco) e un’invadente voce fuori campo che appesantisce il finale. A sostenere il lungometraggio l’interpretazione vigorosa di Margherita Buy, credibile e spontanea. A rovinare la presunta drammaticità di molte sequenze i due bambini, figli della coppia divisa, assolutamente stridenti nel loro pacioso atteggiarsi da spot pubblicitario. Quanto alla sceneggiatura, indaga a fondo sui risvolti emotivi e psicologici, ma glissa su alcuni aspetti pratici (economici e legali) che, in genere, emergono quasi sempre a poca distanza dal dolore per l’abbandono. Una mancanza di concretezza, alimentata anche dalla solita ambientazione alto-borghese (una casa troppo grande per starci da sola), che crea un comprensibile senso di distacco. Così come suona strano l’isolamento della protagonista, che in quasi un anno incontra la madre solo per video-telefono e vede pochissime amiche. Una conseguenza forse possibile, ma poco credibile date le premesse, che contribuisce a compromettere il già sottile filo di empatia con il pubblico e a rendere il film un puzzle dai troppi pezzi mancanti. Luca Baroncini di Tim Story con Jessica Alba, Ioan Gruffudd Dal pozzo pressoché senza fondo dei fumetti Marvel, arriva la trasposizione cinematografica de "I fantastici quattro", la più longeva delle strisce disegnate da Stan Lee. La regia di Tim Story non cerca l’originalità a tutti i costi. Il suo punto di vista non è quello di un autore chiamato a dare nuova linfa a un genere, ma si tratta di un solido professionista che riesce a rendere per immagini ciò che la mente di milioni di lettori ha elaborato in solitaria autonomia. Con l’aiuto di una sceneggiatura elementare ma funzionale, grazie a effetti speciali efficaci (a parte le solite esplosioni digitali e la brutta tempesta magnetica iniziale) e a un quartetto di attori perfettamente in parte, il film scivola leggero, mantenendo l’interesse verso il destino dei personaggi e riuscendo in più di un’occasione a divertire. Si respira un’aria un po’ retrò, da B-movie anni cinquanta, in cui battute fulminanti e stupore si alternano con levità. Tim Story ha quindi il pregio di trovare un taglio adatto al racconto, a metà strada tra la comicità (mai demenziale) e la tensione (mai bruciante). Rispetto ad altri film commerciali americani, l’azione, comunque abbondante, non si sostituisce alle psicologie dei personaggi che, pur nei loro tratti essenziali, sono approfonditi in modo da garantire il coinvolgimento dello spettatore. Ottima la scelta di non lasciare alla computer grafica il difficile ruolo de "La cosa", ma di scegliere un attore adatto ed espressivo (il simpatico Michael Chicklis) ricoperto da un costume. Più debole il cattivo Dottor Destino, ben strutturato come personaggio nella sua vocazione al male, ma vittima di un attore (Julian McMahon) dal ghigno perenne poco carismatico. Il piglio tutto sommato anonimo di Tim Story non è, quindi, indice di debolezza visiva, ma di apprezzabile capacità di mettersi da parte per lasciare spazio e azione ai personaggi. Luca Baroncini di e con Sabina Guzzanti Buono, ma non eccelso. Sabina Guzzanti, censurata dalla RAI, ricalca le orme di Michael Moore, e tenta la strada del documentario di denuncia, dimostrando come, ormai, in Italia, quasi tutta l’informazione sia (come minimo) addomesticata. Esilaranti alcune delle sue "imitazioni"; assai triste lo spettacolo offerto dai politici italiani (siano essi di destra o di sinistra). Il pretesto utilizzato dalla RAI per tapparle la bocca è stata la querela miliardaria sporta da Mediaset. Ma, purtroppo, nessuno, nella sinistra, si sta battendo perchè si stabilisca un ragionevole limite alla richieste di danni economici. E la storia continua... Luciano Nicolini
di George Clooney con David Strathaim Altro film di denuncia sulla manipolazione dell’informazione. Si parla dell’America di ieri per parlare di quella di oggi. Nel complesso è da vedere. Anche se, come usa nelle pellicole statunitensi, l’ "eroe" è troppo "eroe", e non si tiene in nessun conto l’evolversi del contesto storico entro il quale si colloca la sua azione. Bravi gli interpreti. Buono il ritmo, che riesce a mantenere viva l’attenzione su eventi che si svolgono, dall’inizio alla fine, all’interno di uno studio radiotelevisivo. Luciano Nicolini di Nora Ephron con Nicole Kidman, Will Ferrell, Michael Caine, Shirley Mac Laine Si rifà un film ispirato dalla mitica serie (di qualche decennio fa) "Vita da strega": risultati ottimi, ma l’attore bolso (Will Ferrell) incontra la bravissima Nicole Kidman, che è strega per davvero. In più c’è il padre di lei, Michael Caine, mago-playboy e Shirley Mac Laine, attrice ma anche... Inevitabili complicazioni sentimentali. Tutto sommato accettabile, per qualche situazione, ma scontato, questo film nel film, dove il metafilmico "non va" (bisognerebbe essere il Truffaut di "Effetto notte", ma la Ephron è una regista molto più modesta), molte scene e battute sono assolutamente prevedibili, quasi alla lettera... Bravissima la Kidman, pur se un po’ spaesata (ma come non ricordare il suo ruolo in "The Others"), veramente bolso Ferrell, mentre bravi sono il grande Caine e l’ex-salutista Mac Laine, che gigioneggia da par suo, dopo anni d’assenza dal cinema vero. Le cose migliori? Le canzoni, "Bewitched" in versione Frank Sinatra (forse era mafioso, ma, di certo, era un grande cantante), Satchmo-Luis Armstrong, una canzone anch’essa stregata di Sting. Tutte grandi musiche, con grandi interpreti. La magia, invece, è latitante in ogni senso... Eugen Galasso e Renate Perkmann
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