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Les Anarchistes "La musica nelle strade!"
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CD + libretto Storie di note - 2005 L’album di esordio dei Les Anarchistes, "Figli di origine oscura", aveva messo tutti d’accordo: potente e tecnicamente raffinato, il gruppo carrarese era emerso dall’asfittico panorama italiano del nuovo millennio con entusiasmanti rivitalizzazioni in chiave rock – jazz – elettronica di antichi canti anarchici e di composizioni dell’antimaestro Leo Ferrè (raccogliendo tra l’altro il premio Ciampi per il miglior debutto 2002). Probabilmente il nuovo lavoro della band non bisserà tale unanimità di consensi: le fonti di ispirazione musicale si sono molto diversificate, virando la rotta verso la world music (in mancanza di una definizione migliore). La duttilità interpretativa del gruppo, le sue prime composizioni originali, i numerosissimi ospiti rendono "La musica nelle strade!" un album musicalmente meno coeso del precedente, ma anche maggiormente elaborato ed ambizioso. All’eclettismo musicale fa infatti da contrappeso l’omogeneità tematica. Allegato al cd c’è un libretto di Marco Rovelli (uno dei due cantanti del gruppo) edito da Stampa Alternativa collana Millelire: "La musica nelle strade! Canti di libertà nell’era biopolitica". Partendo da Foucault per arrivare ad Hannah Arendt e a Giorgio Agamben, il libretto "è pensato per dar forma concettuale ai brani del cd (…) a sua volta pensato come un itinerario musicale nei luoghi della biopolitica", con riferimento alle istituzioni disciplinari e ai vari campi di detenzione, concentramento, sterminio ecc… Infatti gran parte del cd tratta di lager, gulag, carceri, Cpt per migranti. Ad un primo ascolto le orecchie riconoscono i brani più in linea con la precedente produzione della band: l’imponente "Muss es sein? Es muss sein!" di Leo Ferrè (interpretato insieme ai detenuti - attori della "Compagnia della Fortezza" del carcere di Volterra) e gli esaltanti "Inno a Oberdan" e "A las barricadas". Con un po’ più di attenzione si possono gustare le collaborazioni di Moni Ovadia (che canta "Pishku li", invocazione a Dio degli ebrei khassidim in procinto di entrare nelle camere a gas) e Giovanna Marini (nella "Ballata dell’emigrazione" di Alberto D’Amico), entrambi valorizzati dal bell’arrangiamento dei nostri. L’elasticità dell’ascoltatore viene messa - giustamente - a dura prova: ad esempio, tra la nenia tradizionale "Pedro Benje" (martire della rivoluzione angolana) e "The ballad of Sacco & Vanzetti part 2" c’è veramente un oceano. Per quanto riguarda i brani originali, le vette sono senz’altro apprezzabili ("X-Ray Sun" su Guantanamo e "Fuochi di Parole" sulla società dello spettacolo), ma le doti compositive del gruppo restano, almeno per ora, al di sotto di quelle interpretative. In ogni caso la proposta di composizioni originali, insieme allo sperimentalismo che attraversa il cd, le tematiche affrontate e l’attitudine per l’improvvisazione fanno dei Les Anarchistes un progetto artistico autenticamente libertario ed innovativo, di cui si intuiscono margini di maturazione ancora notevoli. Infine, se vi dimenticate di spegnere il lettore cd, resterete sorpresi dalla ghost track: è "Addio a Lugano", cantata in duetto dall’anarchico spagnolo Lucio Urtubia e da Oreste Scalzone. Roberto Zani |
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