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Barili pesantidi Toni Iero
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Il quadro economico mondiale è dominato dall’apprensione per l’aumento del costo del petrolio. Secondo autorevoli osservatori (Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale, Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, Commissione Europea) l’incremento del prezzo del greggio comporterà un riflesso negativo sulla crescita economica. Attualmente la quotazione di un barile, che corrisponde a circa 159 litri di petrolio, oscilla tra i 60 e i 70 dollari, con punte che riflettono le principali disgrazie mondiali (dall’uragano Katrina, alle tensioni in Venezuela). La teoria economica dice che, in un mercato perfetto, il prezzo di un bene dovrebbe riflettere il gioco della domanda e dell’offerta. L’aumento del prezzo del petrolio dovrebbe quindi essere determinato da una veloce crescita della domanda non soddisfatta dalla produzione o dalla diminuzione dell’offerta (o da una combinazione di entrambi i fattori). Una non irrisoria percentuale degli esperti in materia ha recentemente rilanciato l’ipotesi di raggiungimento del picco massimo di produzione (picco di Hubbert). Secondo questa teoria, che vale tanto per un singolo giacimento, quanto per le riserve planetarie, quando si arriva ad estrarre la metà di tutto il petrolio disponibile, si assiste ad un rapido calo della produzione che, in connessione con l’inerziale aumento dei consumi, determina un’irreversibile penuria di tale risorsa. Un numero crescente di commentatori sostiene che il rialzo del prezzo dell’oro nero degli ultimi 18 mesi sia la conseguenza del raggiungimento (o dell’approssimarsi) del picco di produzione a livello mondiale. Pozzi misteriosi Un evento di tale gravità non può essere ignorato. Il problema è, però, che non esiste alcuna organizzazione in grado di sapere a quanto ammontano le riserve mondiali di petrolio. Addirittura, si fatica a conoscere l’effettiva produzione di questa straordinaria materia prima. Le dichiarazioni dei singoli stati o delle principali multinazionali che operano nel settore, con riferimento sia alle quantità estratte, sia alle riserve, sono spesso amabili burle. Tanto per farsi un’idea della complessità della questione, le più "attendibili" valutazioni della produzione mondiale di petrolio sono appannaggio di una società (la Petro-Logistics)1 avente sede a Ginevra, che basa le sue stime su una propria rete di informatori, autentici agenti segreti che raccolgono dati in maniera rocambolesca, per esempio osservando, di nascosto, le operazioni di carico delle petroliere. Stiamo parlando della produzione, del petrolio che viene trattato in superficie. Di quello sepolto nei giacimenti se ne sa ancora meno! In queste condizioni le previsioni sul raggiungimento del picco di produzione del petrolio assomigliano più ad un oroscopo che ad una ipotesi scientifica. Con riferimento alla nostra esperienza quotidiana, notiamo che, nei distributori, i carburanti non mancano. Certo il loro prezzo sta crescendo continuamente, contribuendo a svuotare le tasche degli Italiani. Ma, al momento, non si registra alcuna carenza di combustibili. La stessa situazione si trova negli altri paesi europei. In generale, nonostante la forte crescita delle nazioni asiatiche, dal mondo non arrivano notizie di economie ferme per mancanza di petrolio. Insomma, attualmente, la produzione appare in grado di soddisfare i consumi. Il petrolio, in quanto materia prima non rinnovabile, se rimarrà il fulcro energetico del mondo industrializzato, è certamente destinato ad esaurirsi e qualsiasi classe dirigente responsabile dovrebbe fin da adesso impegnarsi per favorire lo sviluppo di fonti energetiche rinnovabili e più rispettose dell’ambiente. Tuttavia, la nebulosità delle informazioni e l’evidenza quotidiana non ci permettono di essere molto precisi per quanto riguarda il raggiungimento del cosiddetto picco di Hubbert. Ma allora, cosa sta succedendo al prezzo del petrolio? Perché sale? Prima si faceva riferimento alla teoria del prezzo in un mercato perfetto. Il punto, probabilmente, sta proprio qua: il mercato del petrolio non è un mercato perfetto. Non lo è per quanto attiene alla disponibilità di informazioni. Non lo è neanche dal punto di vista della simmetria tra produttori e consumatori. Non va dimenticato che gli Stati Uniti sono, contemporaneamente, il maggior consumatore e il terzo produttore mondiale di petrolio (dopo Arabia Saudita e Russia). Inoltre, i principali produttori sono aggregati in un cartello (l’Opec) che controlla circa il 40% del mercato. Né va trascurato il fatto che ormai i contratti speculativi (sottoscritti da affaristi che non hanno il minimo interesse ad avere neanche una goccia di petrolio) hanno superato, per numero, quelli veri, fatti per procurarsi il prezioso liquido nero. Vi sono, in definitiva, tutte le condizioni affinché un accordo tra i protagonisti del settore permetta di pilotare la quotazione dell’oro nero in funzione dei loro interessi. Profitti e perdite Già, ma allora a chi è utile un prezzo del petrolio così alto? Tra i beneficiari vi sono, in prima approssimazione, i paesi produttori. Ma anche chi, oltre ad estrarre il greggio, lo intermedia, ossia le compagnie petrolifere (il cui valore in borsa è molto cresciuto negli ultimi mesi). Attenzione, però. Per i paesi produttori, il gioco è bello se dura poco. Infatti l’esperienza degli anni ’80 del secolo scorso insegna che, davanti ad un alto prezzo del petrolio percepito come ormai consolidato, si sviluppano (e si applicano) tecnologie di risparmio energetico e aumenta il ricorso a fonti di energia alternative. In Europa, rispetto all’anno scorso, i consumi sono già calati del 10%. Se si tira troppo la corda si rischia di vendere molto meno petrolio in futuro (per questo l’Opec fissa sia un prezzo minimo, sia un prezzo massimo del barile). Diverso potrebbe essere il discorso per le compagnie petrolifere che, potenzialmente, potrebbero gradualmente differenziare la loro attività. Chi è invece immediatamente danneggiato dal rialzo del prezzo del greggio sono i cittadini dei paesi occidentali (non facciamo fatica ad accorgercene). Tuttavia, da un punto di vista più generale, il rialzo del prezzo del greggio, in una situazione di relativa stagnazione dell’economia, trascurando le maggiori spese per i consumatori, non determina nessuna preoccupante tensione inflazionistica, che in effetti non è rilevabile né in Europa, né negli Stati Uniti. I veri perdenti appaiono le economie in crescita (in pratica quelle asiatiche), che necessitano di approvvigionamenti energetici per sostenere il loro sviluppo. Vi sono situazioni singolari. Per esempio quella dell’Indonesia, che è membro dell’Opec in quanto paese produttore di petrolio. Ma la cui produzione di greggio, in considerazione della crescita economica degli ultimi anni, non è più sufficiente neanche per gli usi interni. Infatti tale nazione non solo non esporta più petrolio, ma addirittura lo deve importare per alimentare i suoi consumi. Non vi è dubbio, peraltro, che l’economia più danneggiata sia quella cinese. La Cina ha sete di petrolio, perché la sua struttura produttiva, in cui predomina l’attività manifatturiera, consuma molta più energia di quella americana, dove prevalgono i servizi. Inoltre, a differenza degli USA e dell’Europa, l’elevato tasso di crescita cinese rende complicato assorbire importanti aumenti del prezzo di una materia fondamentale come il petrolio. L’incremento del costo del barile potrebbe scaricarsi in un parallelo aumento dell’inflazione cinese. Questo contribuirebbe a limitare il vantaggio competitivo delle merci del Celeste Impero, rallentandone le esportazioni e, quindi, la crescita economica. La Cina si trova in una situazione delicata, una brusca frenata congiunturale determinerebbe il serio pericolo di un collasso della sua economia, che rischierebbe una sorta di bolla sovrapproduttiva. Inoltre, il calo della produzione (per minori esportazioni) con i connessi problemi occupazionali e gli aumenti dei prezzi interni (inflazione) non farebbero che accrescere le tensioni sociali nel paese, già alte per il drastico ampliamento delle disuguaglianze di reddito tra le classi sociali. È più che probabile che, allo stato attuale, ogni aumento del prezzo del petrolio determini un incremento del caos in Cina. È uno spiacevole effetto collaterale di una situazione oggettiva o un tassello di un piano più complessivo? Toni Iero 1 "Il mondo segreto dell’oro nero"; Il Sole – 24 Ore del 2 ottobre 2004. |
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