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Gli sbirri alla lanterna  recensione di Luciano Nicolini

Copertina del libro Gli sbirri alla lanterna

 

 

 

Cartoline dalla campagna

 recensione di Eugen Galasso

 

Festa

Abramo, l'altro  

 recensione di Eugen Galasso

La campagna antisemita durante il regime fascista

 

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 Gli sbirri alla lanterna

di Valerio Evangelisti, edizioni Bold Machine, Bologna, 1991; Punto Rosso, 1999

Avrei dovuto recensirlo quattordici anni fa, quando è uscito; ma Cenerentola, ahimè, ancora non esisteva. Adesso, però, che la rivista è in tutte le edicole di Bologna, mi sembra opportuno segnalarlo, e non solo ai Bolognesi.

Valerio Evangelisti, basandosi su una rigorosa documentazione archivistica, ma mettendo in mostra anche le sue notevoli doti di narratore, ci parla della “plebe giacobina bolognese dall’anno I all’anno V (1792-1797)”.

«E’ convinzione corrente – scrive – che la discesa in Italia delle truppe di Napoleone e la nascita di un “giacobinismo” locale  suscitassero   l’adesione di ambiti limitati di intellettuali e di settori della borghesia, mentre la plebe avrebbe adottato un atteggiamento passivo, se non ostile.

Almeno nel caso di Bologna tale convinzione non è aderente alla realtà dei fatti: la città vide infatti prolificare un “giacobinismo” sanguigno e popolare, che sui bisogni egualitari della plebe e sulle sue istanze di partecipazione riuscì a far leva».

Come potè accadere? Evangelisti, nel sottolineare la discontinuità creata dagli eventi che hanno accompagnato la rivoluzione francese, tenta di dare risposta a tale quesito.

Nessuno più di me è convinto (anche per tradizione familiare) dell’importanza fondamentale che le idee portate dalla rivoluzione francese hanno avuto nella storia dell’umanità. In questo caso ritengo, tuttavia, che alla discontinuità rilevabile limitandosi ad analizzare la storia degli ultimi secoli, si affianchi una continuità di più lunga durata, che collega i nuovi comportamenti della “plebe” bolognese con qualcosa di molto più antico, risalente (perlomeno) all’epoca dei liberi comuni.

Ma qui il discorso si farebbe più antropologico che storico...

Luciano Nicolini

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Cartoline dalla campagna

di Cesare Polonara, Bicigraf Sirolo, Ancona

Riedizione di un testo non nuovo di uno studioso marchigiano, del centro delle Marche (dove però Ancona fa storia a sé, ci spiegano, già Falconara e Chiaravalle sono tutt'altra cosa...), capace, in uno stile tra il narrativo e il saggistico, di ricreare quanto, più nelle campagne e in montagna che sul litorale, ha pesato l'influenza del turismo e del consumismo oggi, e quanto però tuttora pesino le grandi feste popolari. L’autore descrive il legame (laico, non solo religioso...!) che esse provocano e gli epici scontri tra repubblicani e socialisti (poi, dopo il 1921, anche comunisti) in un comune sentire, tuttavia, riferito alla bellezza e all'importanza dell'essere un "fronte" contro lo sfruttamento padronale, oggi perpetrato con modalità nuove e più sottilmente insinuanti.

Contro un'immagine un po' da cartolina di questa regione, che molti di noi hanno / avevano (a cominciare da chi scrive, devo confessarlo), una grande tradizione politica e culturale, anche simile, seppure nelle diversità, rispetto a realtà come quella romagnola e in parte emiliana, a quella toscana: un libro oltremodo semplice da leggere, ma mai banale. Certo non basta, dev'essere integrato da altre letture più specifiche, ma ci apre un mondo di conoscenze e speranze...

Contro la dominanza di una neo-globalizzazione solo capitalista e ultra-liberista, germogli di speranza che vengono dal basso, da tradizioni mai perse, che, almeno in parte, in quella non "ricattabile" dal padronato nuovo più che vecchio, non sono "reazionarie", anzi sono feconde di sviluppi anche, almeno potenzialmente, rivoluzionari. Dove "rivoluzione" non è più parola magica, ma apre scenari nuovi, legati al "nuovo" totalmente, alla realtà dove il "locale", con tutte le sue potenzialità "nuove", non vuol farsi scavalcare da un nuovo "feroce" che propone feste e gioie ferocemente pianificate e artefatte.

Eugen Galasso

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Abramo, l'altro

di Jacques Derrida, Cronopio, Napoli, 2005

Il grande decostruzionista si confronta con il suo ebraismo, non a partire da Kierkegaard o da altri (in Kierkegaard Dio mette alla prova Abramo, facendogli sacrificare il figlio Isacco, e ciò sarebbe il simbolo della scelta necessaria tra etica e fede), ma da Kafka, che in una lettera all'amico medico Robert Klopstock parla di "potrei, invero, immaginarmi un altro Abramo".

E l'essere Ebreo, per Derrida, pied-noir (Francese Algerino), ha un rilievo particolare; ne parla come di una ferita in qualche modo mai sanata, rimasta aperta, mai rimarginata, legata al suo essere "altro", in relazione alla dimensione "normale", dove di virgolette ce ne vorrebbero diecimila, per ognuno di noi; al di là del superomismo nietzschiano - stirneriano, che percorre anarchismo individualista ma anche libertarismo in genere (si citi a mo' d'esempio popolare “Ti distingui dall'uomo comune”, verso del rockettaro libertario per autodefinizione Vasco Rossi).

Un volumetto difficile, nato da una conferenza tenuta a fine 2000 dal grande pensatore recentemente scomparso, ben più "leggibile" comunque di altre sue opere. L'essere –riconoscersi come Ebreo è insituabile, sostanzialmente, ci dice Derrida, è "altro" da tutto... Un essere "altro" che molti di noi riconoscono, anche solo quando si accorgono (è il mio caso) di avere avuto una nonna paterna, sicuramente "marrana" ma di origini ebraiche.

Un'occasione unica per ri-leggere tutto un paradigma, diciamo pure anti-semita (non solo antisionista, essendo invece il sionismo un'ideologia...), dove anche il recente convegno storico su Berneri ha messo il dito sulla piaga: Bakunin, capostipite dei "moderni" anarchici aveva terribili tirate antisemite, Proudhon, che io considero socialista-libertario, ma non  propriamente anarchico, anche.

No, tutta una questione da ripensare: senza esaltare le radici giudaico-cristiane (riprese strumentalmente solo in funzione anti-islamica), fare i conti con "Abramo", l'Ebreo - non Ebreo, vuol dire fare i conti con la/le proprie diversità, non solo sessuali, legate al modo di vivere, di pensare e d'altro...   anche a un modo d'esistere, spesso sfuggente. 

Un tutto da ri-pensare.

 

 

Eugen Galasso

 

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