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A proposito del razzismo italiano

 

 

Ascari

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Sempre a Bologna si è tenuto, nei giorni 22-24 settembre, l’incontro "Cantieri di Storia", organizzato dalla Società Italiana per lo Studio della Storia Contemporanea. Numerosissimi gli interventi, distribuiti in ben ventisette incontri su altrettanti temi di ricerca.

Impossibile anche solo citarli tutti. Mi limiterò quindi a riferire brevemente su quanto emerso nel corso dell’incontro dedicato a "Lo studio del razzismo italiano", di notevole interesse, e non solo per chi si occupa di antropologia.

Ha aperto gli interventi Cristina Lombardi, parlando di "Pratiche coloniali e memoria culturale del discorso razzista". Per la studiosa il moderno razzismo italiano deve essere visto in continuità con quello "storico" ed è pratica relazionale prima che ideologia. La sua ampia diffusione si deve anche al fatto che non ci si è mai fermati a riflettere criticamente sul nostro passato coloniale.

Dopo di lei Giulia Barrera si è soffermata sui rapporti intercorsi tra Italiani ed Eritrei. Dato per scontato il dominio dei primi sui secondi (in epoca coloniale si parlava tranquillamente di "razze superiori" e "razze inferiori"), i dominatori si interrogavano su come considerare i matrimoni misti e i meticci nati all’interno e all’esterno di essi.

Risposte stravaganti, in merito, venivano date dagli antropologi, come ha ricordato Barbara Sòrgoni, parlando di "Antropologia e discorso coloniale" e sottolineando come l’antropologia (razzista) sia nata nel contesto del colonialismo moderno. Ancor più stravaganti furono però le risposte date dai giuristi: alla donna italiana che avesse sposato un Eritreo sarebbero stati attribuiti diritti che la donna italiana sposata a un connazionale, all’epoca, non aveva. Inutile dire che matrimoni di questo genere, ovviamente, non ci furono: erano piuttosto i maschi italiani a sposare donne indigene.

Il razzismo, ha concluso la studiosa, precedette comunque, e non di poco, l’avvento del fascismo.

Nel merito del diritto razzista in Italia è entrato invece Olindo De Napoli evidenziando come la prima "legge razziale" italiana, del 1933, sia stata, paradossalmente, una legge "inclusiva", con la quale si attribuivano diritti ai meticci non riconosciuti dal padre bianco, nel caso avessero superato un "esame razziale" basato sull’osservazione di caratteri morfologici.

Vi fu poi un ampio dibattito, tra i giuristi fascisti, che contrappose i sostenitori del diritto romano, tendenzialmente universalista, ai sostenitori di un vero e proprio diritto razzista. A partire dal 1937 questi ultimi ebbero il sopravvento.

Andrea D’Onofrio, ha poi confrontato il razzismo tedesco e quello italiano. Il primo fu razzismo "di sangue", il secondo maggiormente legato al territorio. Il manifesto degli scienziati italiani razzisti, datato 1938, non ebbe in realtà grande fortuna. Al razzismo biologico da esso avallato fu preferito un più maneggevole razzismo "spiritualista".

Aldo Mazzacane, infine, nel tirare le conclusioni, ha sottolineato come, differentemente da quanto viene spesso sostenuto, il razzismo italiano non sia stato (e non sia) un fenomeno d’importazione, ricordando inoltre come, nel suo consolidarsi, la guerra di Libia abbia rappresentato un punto di svolta importante.

Luciano Nicolini

 

 

 

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