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Leggere la fantascienza di Eugen Galasso
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La scomparsa dell'Italia industrialerecensione Toni Iero
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recensione Toni Iero
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Leggere la fantascienzaEbbene sì, la fantascienza. Oggi, in assenza di parametri assoluti per classificarla, dopo che anche Todorov ha fatto "retromarcia" sulla sua "Letteratura fantastica", rimangono ancora validi alcuni criteri: la science-fiction "eroica" è di scarsa qualità, ma anche cripto-fascista (nessun cittadino USA dirà mai d'essere fascista, da qui il "cripto"), militarista, etc.; bisogna stare attenti agli autori. Ecco, allora, un piccolo prontuario: rimangono grandi Arthur Clarke e il compianto Isaac Asimov, non a caso scienziati-scrittori (o viceversa), meno recenti imitazioni... Sia Clarke sia Asimov ci fanno ragionare, che ci raccontino del robot ribelle o del falso para-sistema solare, Ursula Le Guin, antropologa libertaria ma critica (da libertaria intelligente) su ogni possibile società futura... Philip Dick è sempre grande anch’egli, per la sua lucida disperazione "acida" (con gli acidi Phil sperimentò fin troppo...), per la sua disperazione anti-utopica e dis-topica, lui che sarebbe stato un grande utopista. Valido il cyber-punk, in specie di William Gibson, con l’anti-storia, ossia come sarebbe andata se... contro tutte le sciocchezze propinateci da qualche cattivo maestro di storia a scuola: "la storia non si fa con i se" e simili banalità, quasi non fosse necessario sperimentare, anche in questo campo. Ray Bradbury va bene sempre, anche quand’è elegiaco e "romantico" (il vero romanticismo era libertario, non reazionario - medievale à la Novalis!), i contemporanei Stephen King e Clive Barker scrivono troppo, ma altrimenti... molte loro cose sono valide, ma entrare in dettaglio ci comporterebbe un saggio di almeno 20 pagine. Frederik Pohl, Robert Sheckley si sottraggono sempre alla banalità, ma qualche volta, come succedeva anche a Omero, sonnecchiano un po’... Clifford Simak e la sua "Casa dalle finestre nere" sono insostituibili, per come lo scrittore fonde "sorpresa" e "suspense", l’i-natteso e l’"altro" con la sua irruzione nel quotidiano. Jack Finney e la sua vecchia "Invasione degli ultracorpi" non è, contrariamente a quanto si credeva, un ricettacolo del peggior anti-comunismo e maccartismo, anzi... la metafora si presta a molte, altre letture. Jack Vance e altri oscillano, ma il più delle volte vanno bene, non solo per passare il tempo. Theodor Sturgeon è sempre interessantissimo: ciò vale anche per "Some of your Blood" (qualche goccia del tuo sangue), di recentissima traduzione italiana (anche qui Urania Classici, ma anche la Nord e Fanucci, in italiano, hanno titoli importanti), impervia cavalcata metaforica tra vampirismo e psichiatria, ma con tanto humor, uno stile "lisergico" fatto di lettere e diari e... purtroppo un lieto fine molto deludente. Ma non è colpa dell’autore, gli editori chiedevano / imponevano questo. Anti-storia, in genere l’"altro" (non lo metteremo con l'a maiuscola, però...): ossia il fantastico e la "scienza-finzione" (traduco alla lettera dall'inglese) come alternativa all’orribile esistente.Non tutta la science-fiction e il "gotico fantastico" è made in USA, ma molto, e non a caso: contro Bush rimane almeno il "diritto di sognare", sperando che torni anche quello alla protesta attiva... Eugen Galasso
La scomparsa dell’Italia industriale – Einaudi È un libro uscito nel 2003, riproponibile adesso stante la maggiore attenzione mediatica riservata al tema del declino dell’economia italiana. In questo agile manualetto (un centinaio di pagine, purtroppo non sempre scorrevoli), l’autore ripercorre per sommi capi l’evoluzione della presenza nazionale in cinque settori industriali: le costruzioni aeronautiche, l’informatica, l’elettronica di consumo, la chimica e l’automobilistico. Tutti campi in cui l’industria italiana ha avuto, nel passato, posizioni di rilevanza mondiale e che, attualmente, vedono le aziende della penisola sostanzialmente assenti (informatica, elettronica di consumo), in gravi difficoltà (automobili) o relegate ad un ruolo marginale (aeronautica, chimica). Gallino ribadisce la funzione centrale dell’attività industriale nelle economie sviluppate, contraddicendo con buoni argomenti il luogo comune secondo cui lo sviluppo condurrebbe necessariamente ad una società post – industriale, basata solo sui cosiddetti servizi. L’autore, quindi, individua le cause di questi fallimenti nazionali in diverse combinazioni di alcuni elementi di base: incompetenza del management, privatizzazioni inopportune, ottusità dei politici, scarsa sovranità nazionale, avidità degli azionisti, manie di grandezza di presidenti e amministratori delegati, disinteresse dei burocrati (nel 1896 Marconi offrì la sua invenzione, la radio, in esclusiva al Ministero italiano delle Poste. Tale ministero respinse subito l’offerta: non ne vedeva l’utilità!). Si potrebbe aggiungere che non ha giovato all’industria italiana un mix contraddittorio tra Stato e privati: da un lato l’accentramento delle decisioni nei ministeri romani, con tutto quello che implica come competenza, flessibilità decisionale e, soprattutto, condizionamenti da parte delle lobby italiane e straniere; dall’altro la presenza di proprietari e top manager che spesso miravano più al guadagno personale di breve periodo che non allo sviluppo dell’impresa nel medio – lungo termine. Purtroppo, questi due handicap continuano a pesare anche oggi sull’economia nazionale. Alla base vi sono, probabilmente, gravi carenze culturali, largamente diffuse in ogni schieramento politico, viste le recenti sconcertanti dichiarazioni del segretario del maggiore partito di sinistra, il quale afferma che costruire automobili, aeroplani o intermediare immobili è la stessa cosa (i compagni palazzinari, punta avanzata del capitalismo italiano?). Oggi, seduti sulle rovine di un paesaggio industriale devastato da dirigenti strapagati e politici corrotti sorge spontanea una domanda: come sarebbe la situazione dei settori citati se nelle decisioni aziendali avessero avuto un peso anche i lavoratori impiegati in quelle aziende e le comunità locali presso cui erano attivi gli stabilimenti? Amayrta Sen Lo sviluppo è libertà – Mondadori Il concetto di partenza di Sen (premio Nobel per l’economia nel 1998) è che la crescita economica abbia come fine ultimo lo sviluppo della libertà umana, intesa in senso lato: libertà di non morire prima del tempo, di non ammalarsi per malattie curabili, di riuscire a capire il mondo in cui si vive, di poter esprimere il proprio pensiero, di vivere in un ambiente sano, etc. In sostanza, secondo l’autore, lo sviluppo consiste proprio nel mettere ogni essere umano nelle condizioni di cercare di realizzare lo stile di vita cui ambisce. È un buon inizio.Nel prosieguo della trattazione, l’autore sostiene che la libertà, oltre a rappresentare il fine ultimo dello sviluppo economico, costituisce anche un fattore che, a sua volta, contribuisce ad una stabile e duratura crescita dell’economia. In tal senso, afferma, la democrazia non va intesa come un "lusso" che ci si può permettere solo dopo aver raggiunto un determinato livello di prodotto interno lordo pro capite. Illuminante, in tal senso, è il fatto, sottolineato da Sen, che nessuna carestia sia mai stata registrata in un paese dotato di un minimo di libertà; l’economista spiega, in maniera convincente, come le carestie nei paesi del terzo mondo non siano frutti inevitabili di cali della produzione agricola, bensì abbiano come cause determinanti un’ineguale distribuzione dei redditi e l’esistenza di un potere centrale che non deve rispondere del proprio operato. Sen attacca, con molta pacatezza ed altrettanta lucidità, anche certo relativismo culturale, secondo cui la libertà e la democrazia sarebbero valori "occidentali", inadatti alle popolazioni di altre civiltà. È diffusa, in Asia, la teoria che asserisce che i popoli di quel continente sarebbero naturalmente più propensi a dare un maggiore rilievo all’ordine e alla disciplina autoritaria che non alla libertà personale. Peccato che tale tesi sia sostenuta, guarda caso, proprio dai militari golpisti e dai presidenti – dittatori al potere. Altro punto centrale per l’autore è che il reddito monetario non sia una variabile sufficiente per identificare la povertà. Fanno riflettere i dati, riportati nel volume, che mostrano come la popolazione nera degli Stati Uniti, pur avendo un reddito medio molto maggiore, abbia una speranza di vita inferiore a quella degli abitanti del Kerala, uno degli stati più poveri dell’India, dove però le autorità locali hanno, da molti anni, attivato progetti di alfabetizzazione e di assistenza sanitaria su larga scala. Particolarmente efficace risulta essere, anche ai fini del contenimento demografico, l’alfabetizzazione femminile, che comporta un miglioramento della qualità della vita sociale nel suo complesso. Trovo condivisibile l’idea di fondo che emerge dalla lettura del volume: l’economia non può occuparsi solo di alcuni aggregati, trascurando informazioni e obiettivi più generali che contribuiscono a caratterizzare le condizioni di vita della comunità. Forse, però, a questo punto, accanto allo studio accademico, si manifesta anche una sensibilità alla riforma sociale, cui Sen non sembra volersi sottrarre del tutto. Se queste sono le basi di partenza, non possiamo che attendere con interesse ulteriori frutti. Toni Iero |
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