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Il meglio del libertarismoIl meglio del libertarismo, oggi, riconosce (penso a M. Bookchin, a H. Zinn, a N. Chomsky), il valore della democrazia: credo avessero ragione Costa, Merlino, Masini, quando affermavano che talora (ribadisco: talora) una qualche partecipazione, più che elettorale, politica, sia assolutamente indispensabile. Il problema è che le elezioni come si configurano oggi (voto tradizionale, voto elettronico, referendum quasi sempre) sono una vera e propria truffa. Capisco quindi anche le riserve: se Kropotkin e Malatesta diffidavano della "politica", avevano le loro buone ragioni, perché Destra e Sinistra storica erano una "bufala", come oggi lo sono, in gran parte, i due blocchi contrapposti, bloccati sul/dal maggioritario... Con Proudhon, rimango però dell'idea che talora si debba sfruttare ogni strumento, parlamento compreso, purché poi non se ne venga condizionati (facile oggi criticare i "ministri anarchici" in Spagna, quando invece, se pensiamo al tempo, gli errori furono ben altri... per esempio bruciare le chiese spaventando il popolo). In un saggio recente, il filosofo della politica spagnolo Daniel Innerarity (El Paìs, mercoledì 13 luglio 2005) ripropone il tema, parlando del "Subcontracto social" (titolo del saggio, pp. 13 e 14), ossia sostenendo l'idea rousseauiana del "contratto sociale", ma proponendo quanto credo profondamente anch'io, ossia il fatto che oggi il contratto vada riformulato. Il problema è però che il contratto non è mai stato formulato da tutti o dai più (da tutti forse sarebbe impossibile: qualunque società dovrà far i conti con chi non vuole saperne di problemi politici e sociali) ma da pochissimi, quelli che prendono il potere durante una rivoluzione, un golpe, una radicale "messa in scacco dell'esistente", dove preciso che rivoluzione e golpe sono cose totalmente diverse... Innerarity ha ragione: non c'è nessuna forma di rappresentanza semplice, oggi, perché viviamo in una società complessa, anzi ultra-complessa. Da rifare tutto, allora? In attesa di ciò, credo convenga controllare i rappresentanti, dove è ben chiaro che la "rappresentanza" non può essere l'ideale di una società socialista -libertaria, ma dall'oggi al domani non ce ne libereremo, perché le forze in campo sono troppo forti, quindi, senza esser tacciati di "riformismo socialdemocratico" (altro spauracchio-fantasma troppo in voga...), converrà controllare i controllori, mutuando /parafrasando uno slogan famoso. Eugen Galasso .... E i limiti della politica Non so se Bookchin, Zinn e Chomsky rappresentino davvero "il meglio del libertarismo", sono invece certo che "riconoscere il valore della democrazia" non significhi automaticamente ritenere che "una qualche partecipazione, più che elettorale, politica, sia assolutamente indispensabile". Concordo con l’affermazione secondo la quale è "facile oggi criticare i ministri anarchici in Spagna, quando invece gli errori furono ben altri", ma non sono sicuro che, nel corso della rivoluzione spagnola del 1936, siano stati gli anarchici a "bruciare le chiese spaventando il popolo". Certo, in tali episodi, e negli orrendi delitti che li accompagnarono, l’anticlericalismo anarchico ebbe un ruolo importante, ma è pur vero che, in molti casi, fu proprio il popolo, per nulla "spaventato", a bruciare le chiese, simbolo del feroce potere dei gerarchi cattolici; come conferma il fatto che, in Spagna, incendi e violenze analoghe accompagnarono anche rivolte organizzate da gruppi politici ben più moderati degli anarchici. Quanto al "contratto sociale", in accordo con la maggior parte dei libertari, sono convinto che, in realtà, non sia mai stato formulato, e che tutti i governi siano nati dalla sopraffazione. Anche se, ovviamente, per reggersi hanno poi bisogno del consenso dei sudditi. "Controllare i rappresentanti"? Si tratta senz’altro di una pratica assolutamente indispensabile. Ma, mi domando, è sufficiente? Crediamo veramente sia possibile cambiare qualcosa attraverso l’azione di "rappresentanti", qualora questi non siano supportati da un movimento reale che, partendo da una solida base culturale, si sviluppi sul terreno sindacale e sociale? Luciano Nicolini
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