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Venezia 62 - Lido di Venezia - 31 agosto -10 settembre 2005 Venezia blindatadi Luca Baroncini
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Venezia BlindataIl festival cinematografico più importante d’Italia, almeno fino a quando il concorrente voluto da Veltroni non vedrà la luce a Roma nell’ottobre del 2006, si è dovuto adeguare ai grami tempi di instabilità internazionale. La città più turistica del mondo si è quindi trasformata, per undici giorni, nella più controllata, per consentire al trionfo dell’arte, ma soprattutto al rito della mondanità, di compiere il suo corso. Appena sbarcati al Lido e raggiunto il Palazzo del Cinema (per ammortizzare i notevoli costi la scenografia felina è identica all’edizione precedente), la sensazione è tutt’altro che rassicurante: poliziotti ovunque, guardie del corpo onnipresenti, uomini della sicurezza ad ogni angolo e passaggi obbligati con tanto di metaldetector per potere accedere alle sale cinematografiche. Si vocifera addirittura di cecchini appostati in cima ai palazzi. Un’ombra di cupezza cala quindi sul Lido, con un rallentamento dei tempi di accesso alle sale che obbliga addetti ai lavori e spettatori a giungere alla triste consapevolezza che se per andare al cinema bisogna essere perquisiti significa che il mondo è impazzito. Tutto ciò stride ovviamente con la giocosità di una manifestazione che è in prevalenza una grande vetrina, in cui gli aspetti più frivoli non sempre si abbinano sensatamente ai percorsi di ricerca artistica sottesi ai lungometraggi in rassegna. Superato lo stordimento dei primi frenetici giorni, e una volta capito come muoversi davanti alle opzioni offerte dal ricco programma, si può affermare che il festival è scivolato senza problemi e senza suscitare troppo clamore. Pochi i film degni di nota, con una mediocrità diffusa allarmante, e un verdetto della giuria che pare frutto di più di un compromesso. L’ORGANIZZAZIONE Al secondo anno del suo mandato Marco Muller organizza un festival sontuoso, da più parti criticato ma in grado di abbinare le esigenze del mercato con quelle della creatività. Il problema è che il festival riflette un’offerta cinematografica globale di basso profilo. Rispetto all’anno scorso la riduzione del numero di film presentati ha inciso positivamente sugli aspetti più prettamente logistici: pochissimi ritardi e poche fastidiose sovrapposizioni di titoli. Nonostante la città blindata è migliorato anche il rapporto tra finzione e realtà, con una passerella non più lontanissima dalla gente e a solo beneficio dei fotografi ufficiali, ma vicina, finalmente, al pubblico. La conseguenza ha portato soddisfazione sia alle delegazioni dei film (un bagno di folla fa sempre piacere) sia alle orde scalmanate di fan e curiosi. I VINCITORI Mai come quest’anno il verdetto della giuria appariva imprevedibile. Al Lido spettatori e critici hanno premiato "Good Night, and Good Luck", ma il film di George Clooney, una raffinata indagine sul periodo del maccartismo con tutti i difetti del film a tesi (personaggi stereotipati assoggettati al messaggio da supportare), si è dovuto accontentare dell’Osella per la Migliore Sceneggiatura e della Coppa Volpi per il Migliore Attore Protagonista (il carismatico David Strathairn). Quanto alla Coppa Volpi per la Migliore Attrice Protagonista, la giuria deve avere discusso parecchio e molte devono essere state le pressioni. Accanto al riconoscimento ufficiale a Giovanna Mezzogiorno per "La bestia nel cuore" di Cristina Comencini, infatti, la Giuria si è sentita in dovere di consegnare un Leone speciale a Isabelle Huppert, protagonista di "Gabrielle", di Patrice Chèreau, "per il contributo dato al cinema". Occorre sottolineare che nessuno dei due film risulta particolarmente riuscito, ma l’interpretazione della Mezzogiorno, pur sentita, non è delle sue migliori, mentre la Huppert si affida all’ennesimo, detestabile, personaggio e lo interpreta con il consueto rigore. Il Leone d’Argento per la Migliore Regia va invece a Philippe Garrel, uno dei protagonisti indiscussi della "Nouvelle Vague" francese, per il chilometrico (più di tre ore) "Les amants réguliers", uno sguardo sul ’68 attraverso l’amore folle tra due ventenni che si conoscono durante i moti rivoluzionari. Al film di Garrel anche un Osella per il Migliore Contributo Tecnico alla suggestiva fotografia in bianco e nero di William Lubtchansky. Un riconoscimento va anche al dibattuto film di Abel Ferrara, "Mary", che si aggiudica il Premio Speciale della Giuria, nonostante i troppi dubbi suscitati da una sceneggiatura confusa che lancia tanti spunti ma non ne approfondisce nessuno. Il Premio Marcello Mastroianni, quello dedicato alle giovani promesse, viene invece attribuito a Menothy Cesar, il nero di Haiti conteso da due ricche signore, una è la sempre luminosa Charlotte Rampling, nel film di Laurent Cantet "Verso Sud", che affronta con pacatezza il difficile discorso sul commercio dei corpi e dei sentimenti come metafora politica. Il premio più ambito, però, il Leone d’Oro per il Miglior Film, lo conquista il sensibile Ang Lee con un’opera, "Brokeback Mountain", che, pur senza superlativi, mette d’accordo tutti: il tema è forte (l’amore di due rudi cowboy nel Wyoming degli anni Sessanta), l’andamento è lento ma conturbante, gli interpreti funzionano e si tratta comunque di una produzione indipendente, aspetto di cui la Giuria, escludendo il favorito Clooney, ha tenuto sicuramente conto.I VINTI A uscirne sconfitto è prima di tutto il cinema italiano. Dei tre titoli in concorso solo Pupi Avati, con "La seconda notte di nozze", centra il bersaglio. Il regista bolognese racconta con garbo una storia piacevole venata di malinconia senza perdersi in velleità autoriali e il film gode dell’ottima interpretazione di Antonio Albanese, e di un’inedita e convincente Katia Ricciarelli. Il lungometraggio di Roberto Faenza, "I giorni dell’abbandono", mette in scena un percorso di donna interessante con una strepitosa Margherita Buy, ma pasticcia con inutili simbolismi e scivola in un finale ridondante. Anche il tanto celebrato, almeno dalla stampa ufficiale, "La bestia del cuore" di Cristina Comencini, che pure ha strappato un premio a Giovanna Mezzogiorno, non convince pienamente, privo com’è di mistero e in disequilibrio tra la commedia e il dramma. Tra gli altri titoli in lizza per il Leone d’Oro, più che di delusi si può parlare di delusioni. Il coreano Park Chan-wook, che aveva infiammato la stagione precedente con il viscerale "Old Boy", non fa il bis con "Lady Vendetta", opera magistralmente condotta a livello visivo, ma meno sul piano della narrazione. Anche Takeshi Kitano, con il film sorpresa "Takeshis’", non soddisfa nemmeno i fan più devoti. Parziale delusione anche per "I Fratelli Grimm e l’incantevole strega", in cui il talento visionario di Terry Gilliam è come al solito debordante, nonostante la confezione lussuosa e il cast azzeccato (anche Monica Bellucci nei soliti due minuti di cui parlano, però, tutti i giornali). Il film più brutto in concorso è però "Romance & Cigarettes" di John Turturro, un musical sguaiato e mai liberatorio che fa del turpiloquio la sua primaria ispirazione e pare una versione americana dei cinepanettoni natalizi di Boldi e De Sica (dovremmo ridere perché il protagonista si lascia andare a roboanti flatulenze dopo avere mangiato due chili di liquirizie?). GLI ALTRI Nelle sezioni collaterali qualche sorpresa, per fortuna, c’è stata. Il vero colpo di fulmine è per il nuovo gioiellino di animazione di Tim Burton, "Corpse Bride", cioè la sposa cadavere, che gioca con leggerezza e poesia sul sottile confine che separa il mondo dei vivi da quello dei morti. Un vero e proprio divertimento, ritmato e spassoso, per grandi e piccini. La sezione più ricca di sorprese si è rivelata "Giornate degli autori", in cui registi perlopiù sconosciuti, e provenienti da ogni latitudine, hanno avuto modo di presentare opere originali e spesso riuscite. Un po’ quello che ci si aspetta da un festival che si rispetti: non solo la celebrazione del mito e dell’autore più che affermato, ma la scoperta di nuovi talenti. Tra le sorprese più significative il ritratto generazionale "C.R.A.Z.Y.", del canadese Jean-Marc Vallée, che racconta, dagli anni Sessanta ad oggi, il percorso di formazione di un giovane in cerca di un proprio posto nel mondo. Degno di nota, e interessante anche solo per la provenienza geografica, "Naboer", del norvegese Pal Sletaune, un thriller claustrofobico e rigoroso che narra la discesa agli inferi di un uomo abbandonato dalla fidanzata e con due vicine di casa dai gusti molto particolari. Buone le reazioni anche per "La passione di Giosuè l’ebreo" di Pasquale Scimeca, attualmente nelle sale. Interessante, nella sezione "Orizzonti", l’esperimento di Steven Soderbergh "Bubble". Il regista americano, dopo il bruttissimo e vacanziero "Ocean’s Twelve", abbandona le star e i miliardi per un ritratto impietoso della provincia americana, attraverso la descrizione dell’amara quotidianità di tre operai in una fabbrica di bambole. La comunicazione pare un miraggio impossibile e l’omicidio diventa l’unica strada percorribile per dare sfogo alle pulsioni inespresse. Il film, girato a basso costo e in digitale, sarà il primo ad essere distribuito in contemporanea nelle sale cinematografiche, in dvd e nelle televisioni a pagamento, ponendo le basi per quella che si configura come una vera e propria rivoluzione del sistema distributivo. LA BESTIA NEL CUOREdi Cristina Comencini con Giovanna Mezzogiorno, Alessio Boni, Stefania Rocca, Luigi Lo Cascio, Angela Finocchiaro, Giuseppe Battiston Le ambizioni sono alte: "Raccontare un fondo oscuro di ognuno di noi, qualcosa che ci portiamo dentro fin da bambini, o forse anche da prima. Un'origine comune della nostra affettività, dell'amore, di tutti i nostri legami, un'energia che fa parte della natura umana e che non ha connotazioni positive o negative, ma a cui dobbiamo dare un volto, una forma che possibilmente non faccia soffrire e ci renda felici". Parole di Cristina Comencini, che dal suo omonimo romanzo tratta un tema doloroso come l'incesto per far giungere la sua protagonista a una nuova consapevolezza. Purtroppo, però, il cammino è irto di difficoltà, soprattutto nell'utilizzo del mezzo cinematografico. Un po' non se ne può più di traumi infantili, tradimenti, amori omosessuali, come veicoli della coscienza di sé. A parte la banalità delle premesse, però, sono proprio gli sviluppi a non trovare coesione tra il registro quasi comico di alcuni momenti e quello drammaticissimo di altri. Da un parte c'è la protagonista in crisi (Giovanna Mezzogiorno, intensa ma non sempre spontanea) con un compagno solido ma non troppo (Alessio Boni, presenza fisica ma espressività limitata). Al di là dell'oceano, ad attenderla, c'è il fratello compagno di trauma (Luigi Lo Cascio, un po' spaesato). Per sdrammatizzare la cupezza incombente il contorno è ravvivato da una donna lasciata dal marito per una ventenne (Angela Finocchiaro, sempre simpatica) che trova consolazione nell'amore di una cieca (Stefania Rocca, nella sua peggiore interpretazione). Ecco, i siparietti tra le due, anche divertenti, non sfigurerebbero in una sit-com televisiva (tipo "Casa Finocchiaro") ma stridono totalmente con il tessuto tutt'altro che comico del film. Del resto la caricatura è dietro l'angolo. Anche Giuseppe Battiston trasforma in macchietta il regista televisivo con ambizioni d'autore. Non manca poi un'invettiva contro la brutta televisione che ammorba l'Italia. In questo senso la Comencini non si accorge però di fare autogol, perché, pur animata dalle migliori intenzioni, non prende troppa distanza, con il suo cinema, dai drammoni un po' triti che affollano il palinsesto televisivo. EDMONDdi Stuart Gordon con William H. Macy, Julia Stile, Rebecca Pidgeon Un regista di culto come Stuart Gordon (suo l’horror “Re-Animator”) incontra un autore raffinato come David Mamet, specializzato in sceneggiature stratificate e rigorose. “Edmond” è la versione per il cinema di un testo teatrale di Mamet. Il protagonista è un uomo qualunque che, stanco della routine in cui si sente soffocare, abbandona di colpo la moglie per cercare una prostituta con cui potersi sfogare. La prima parte del film, la più riuscita, vede il personaggio vagare da un peep-show all’altro incassando delusioni e accumulando rancore. Poi le cose cambiano e la vittima diventa carnefice ma, come spesso accade nelle opere di Mamet, i ruoli sono destinati a invertirsi ancora, secondo un principio, su cui si basa il lungometraggio, per cui le cose che temiamo sono quelle che desideriamo più profondamente. Se il peregrinare del bravissimo William H. Macy per la città ricorda “Fuori orario” di Martin Scorsese, anche per l’ironia sottesa, gli sviluppi cedono al pulp e vanno a parare in una conclusione cerebrale e geometrica che lascia più delusi che spiazzati. Stuart Gordon sa come condurre il gioco, limita la violenza a livello visivo (deludendo forse i fan) ma la sottintende con forza. Alla fine, comunque, il testo di Mamet domina sulla regia di Gordon. La mano di Mamet si fa sentire anche nella scelta del cast, che comprende attori feticcio dell’autore americano (il già citato William H. Macy, la moglie Rebecca Pidgeon, Julia Stiles, Joe Mantegna), oltre a nomi noti, e attualmente un po’ defilati, come Mena Suvari e Denise Richards. Luca Baroncini
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