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POPOLAZIONE, AMBIENTE E DELIRI ESTIVI
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Il 6 agosto, su la Repubblica delle Donne, settimanale spesso più interessante del quotidiano col quale esce in edicola, è stato pubblicato un singolare articolo intitolato: «Vi piacerebbe davvero vivere in mezzo alla natura? Ci siamo quasi. Sarà l’Europa di domani». Il testo, firmato da S. Theil e ripreso da Newsweek, inizia in modo terroristico: «I Tedeschi si stanno abituando a un nuovo tipo di immigrati: i lupi. Tutto cominciò alcuni anni fa, nel ’98, quando un branco attraversò il fiume Neisse fra Polonia e Germania: nel desolato paesaggio della Sassonia orientale, punteggiato di miniere abbandonate e villaggi in lento declino, i lupi trovarono molti cervi e pochissimi esseri umani. Si sono riprodotti così in fretta che, ben presto, parte del branco ha deciso di colonizzare una nuova foresta, a una trentina di chilometri più a ovest. Secondo Gesa Kluth, biologa sassone, è altamente probabile che si formerà a breve un terzo gruppo, pronto a dirigersi a nord, verso Berlino. E poichè notizie simili giungono dalla Francia come dall’Italia, la domanda è legittima: i lupi stanno davvero tornando nel cuore dell’Europa?» Non male quest’inizio ad effetto, giocato sull’ancestrale paura del branco di lupi che le pastorelle (ora nonne) hanno trasmesso alle loro nipotine commesse! «Cent’anni fa i Tedeschi – prosegue l’articolo – a caccia di nuove terre, sterminarono gli ultimi esemplari che vivevano in Germania. Oggi le parti si sono letteralmente invertite»... Addirittura! Sotto accusa è un (presunto) spopolamento: «Secondo l’ultimo rapporto sulla popolazione presentato dall’ONU, l’Unione Europea (che annovera fra i propri membri 22 dei 25 Paesi con il più basso tasso di natalità al mondo) perderà circa 41 milioni di abitanti entro il 2030, pur considerando i flussi migratori. Il crollo più vistoso verrà avvertito nelle zone rurali: secondo i risultati emersi dal congresso dell’Unione internazionale dei demografi, tenutosi lo scorso mese a Tours, in Francia, già oggi la metà dei 6,5 miliardi circa di abitanti della Terra vive in città, percentuale che sale al 73% in Europa e che è destinata ad aumentare» (...) «"Grandi fette d’Europa verranno restituite alla natura", sostiene Reiner Klingholz, a capo dell’Istituto per lo Sviluppo della Popolazione di Berlino. In Austria stanno ritornando gli orsi, in alcune zone di Francia e Germania linci e falchi pescatori. E nelle vallate alpine della Svizzera i terreni coltivabili stanno lasciando il posto alle foreste. Tutto questo suona un po’ come il meraviglioso sogno di un certo ambientalismo estremo: il ritorno degli spazi aperti e di una vita selvaggia e primordiale contrapposto a un mondo troppo densamente popolato (e quindi maledettamente inquinato)». Ma la cosa, per chi ha scritto l’articolo, sarebbe negativa, in quanto modificherebbe in maniera traumatica il paesaggio delle nostre campagne. Per quanto mi riguarda, non sono affatto d’accordo. A parte la considerazione che, storicamente, i "buchi" demografici sono sempre stati riempiti (a meno che non si fosse verificato un tracollo dell’intera economia dell’area), e tutto lascia prevedere che ciò avverrà anche questa volta (se non si assisterà a un tracollo dell’economia europea), il fatto che parte dei terreni coltivabili lasci il posto alle foreste è senz’altro auspicabile. La popolazione europea (Russia esclusa) attorno all’anno 1000 si aggirava sui 30 milioni di abitanti; nel 1850 aveva superato i 200; nel 1950, quando ormai non c’era più territorio coltivabile che non fosse utilizzato, aveva quasi raggiunto 400 milioni di persone; oggi ha superato il mezzo miliardo. Siamo decisamente troppi. E se ci possiamo permettere di restituire un po’ di terreni alle foreste, è solo grazie allo sfruttamento della manodopera e delle risorse dei cosiddetti "paesi in via di sviluppo". Chi ha scritto l’articolo ritiene, evidentemente, che questa situazione possa andare avanti all’infinito, e si preoccupa di un eccessivo allargamento delle foreste. Personalmente, ne dubito e, soprattutto dubito che, anche nel caso la situazione si protraesse, sarebbe comunque possibile impedire l’immigrazione di chi, di quei terreni, ha bisogno per vivere. «Che fare, dunque? – si conclude l’articolo – Revaz (un biologo svizzero) è convinto che la maggior parte degli Europei non abbia alcuna intenzione di lasciare che la natura segua il proprio corso: "Dobbiamo far sentire la nostra voce ogni qualvolta i boschi e le foreste si fanno sempre più vicini e ci accerchiano" dice allarmato. A meno che non siate amici dei lupi». Ancora con ‘sti lupi! Per la verità non mi sono mai stati simpatici (come, in genere, tutti gli animali pericolosi per l’uomo) e ho sempre reagito con fastidio a quei documentari, propinatici per anni dagli ecologisti, in cui li si descriveva come cagnolini inoffensivi e, casomai, utili a garantire l’equilibrio delle popolazioni animali. Tuttavia, piuttosto che dei lupi, mi preoccuperei delle automobili... Luciano Nicolini |
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