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SOLIDARIETA'
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Si torna a parlare di Africa. Come svegliati da un letargo, molti personaggi, appartenenti soprattutto al mondo dello spettacolo, hanno dato il via ad una campagna mediatica per porre al centro dell’attenzione pubblica il problema della lotta alla povertà nei cosiddetti paesi del terzo mondo.Non vorrei essere frainteso. Penso che queste iniziative possano comunque contribuire a una riflessione sulle condizioni di vita di una larga fetta della popolazione mondiale. Non me la sento di condannare gli affollati concerti Live 8 in tutto il mondo, o la testimonianza a favore dei poveri, da parte di famosi attori e cantanti.Tuttavia … non riesco a non provare una sorta di sconcerto. Questa mobilitazione dello star system internazionale mi sembra, in fin dei conti, poco convincente. Una prima osservazione: chi rappresentano questi divi dello spettacolo? Chi li ha nominati ambasciatori dei paesi sottosviluppati? È certamente apprezzabile l’interesse nei confronti di chi sta male. Ma esistono tanti modi per manifestare la propria solidarietà, non ultimo quello di versare senza clamore parte dei propri redditi (tutt’altro che disprezzabili, per quanto riguarda molti di questi artisti) a organizzazioni ritenute meritevoli dal punto di vista della lotta alla povertà. Non dimenticando che i poveri esistono anche nei cosiddetti paesi sviluppati.Invece spesso assistiamo a dichiarazioni ad effetto e a partecipazioni a mega eventi ad alto impatto mediatico. Sembra che la solidarietà si manifesti meglio quando si è sotto i riflettori, possibilmente su un palcoscenico. Anche iniziative come le cosiddette partite del cuore appaiono ambigue: ventidue individui, alcuni dei quali milionari (in euro), chiedono denaro a normali cittadini per beneficenza! E nel far questo si atteggiano a grandi benefattori dell’umanità! E le collette televisive, in cui personaggi più o meno noti "prestano" generosamente la loro immagine per sollecitare persone normali a versare denaro? Insomma sorge il sospetto che, dietro a proclami, dichiarazioni e manifestazioni varie, vi sia più l’interesse ad apparire che non quello a contribuire.Vi è poi il problema, centrale, della scelta delle organizzazioni che dovrebbero gestire gli aiuti. A questo proposito mi viene in mente un’indagine giornalistica (attività poco praticata dalla stampa italiana) presentata nel programma "Report", una delle poche trasmissioni televisive di qualità. In una puntata era analizzato l’intervento umanitario in Liberia. Emergeva una situazione a dir poco paradossale: lauti stipendi (tra i 5 mila e i 15 mila dollari al mese) per i funzionari in missione (delle Organizzazioni Non Governative e delle Nazioni Unite) che si permettono, in un paese poverissimo, un tenore di vita sfacciato (villette al mare con servitù, jeep personali lavate tutti i giorni, ristoranti di pregio). Nessun problema a trovare il denaro per le tasche dei dipendenti (tutti europei o nord americani), ma è stato impossibile tirare fuori 26 mila e 400 dollari necessari per pagare, per un anno, 72 insegnanti (africani) di una scuola in un quartiere popolare (che infatti ha dovuto chiudere). Ancora. Sempre tramite Report apprendiamo che, nel 1998, una nota organizzazione umanitaria raccoglie circa 2 milioni e 300 mila euro per costruire un villaggio in Liberia. La metà dell’importo si "perde" in Inghilterra, l’altra metà viene inviata al governo liberiano. Risultato: del villaggio e dei soldi non vi è più nessuna traccia!Allora? Non facciamo nulla? Alcune esperienze, come quella di Emergency, che opera rifiutando i contributi (e i condizionamenti) statali, dimostrano che qualcosa si può fare. Una riflessione da cui partire è la considerazione che, per fortuna, il movimento libertario non ha confini. Perché non pensare di intervenire raccogliendo denaro (e oggetti) da destinare non alle tasche dei dittatorucoli locali (o dei professionisti dell’emergenza), bensì ad organizzazioni autogestite dai lavoratori? Laddove queste non esistano o siano allo stato embrionale si potrebbe cercare di fornire il "know how" per farle nascere. I vantaggi sarebbero notevoli: si apporterebbe un contributo concreto in situazioni dove bastano poche centinaia di dollari (o euro) per fare la differenza, si alimenterebbero strutture (sindacati, cooperative, etc.) che operano per l’emancipazione degli strati sociali più bisognosi (quelli che non accumulano patrimoni all’estero grazie agli aiuti allo sviluppo, per intenderci) e si contribuirebbe alla diffusione di un ideale e di una pratica in grado di combattere dalla base le ineguaglianze.Sostenere la crescita delle organizzazioni libertarie nei paesi "poveri" è sicuramente la più efficace forma di lotta alla povertà. Innescare, anche in ambienti diversi dal mondo libertario, un differente approccio mentale alla solidarietà potrebbe forse essere meno difficile di quanto si creda. Con interessanti conseguenze sul medio – lungo termine. Che valga la pena di cominciare a ragionarci su?Toni Iero |
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