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La famiglia di Pascual Duarterecensione di Eugen Galasso
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Esistono case editrici che consentono di recuperare, a prezzi modici, testi letterari importanti: in spagnolo, "Destino libro" (e non solo); in italiano, la "BUR" (e altre case editrici, quelle libertarie, ovviamente, comprese); in francese, "Folio"; in inglese, "Pinguin"; in tedesco, "Suhrkamp" e "Fischer".Uno di questi testi è "La familia de Pascual Duarte" (edito da Destino), opera del 1942, di Camilo José Cela, uno dei grandi scrittori spagnoli del Novecento, morto nel 2002 a 86 anni d'età. Per la cronaca, in italiano, il libro è pubblicato da Einaudi, ma è meglio sforzarsi e leggerlo nell'originale.Cela, un grandissimo (qualcuno accosta quest'opera al ‘Don Quijote’ di Cervantes) è un realista, ma un "realista" vero e quindi capace di includere nel tragitto del "reale" anche l'allucinazione, l'immaginazione, le fobie. Qui Pascual Duarte, vittima di una "fatalità", è certo anche delinquente ma quasi, naturalisticamente, frutto di coincidenze, anche genetiche nonché legate a strutture encefaliche (il libro è del 1942, quando molta antropologia criminale e psicologia forense erano ancora lombrosiane...).Cela, con il suo stile nervoso e diretto, senza alcuna "lezione" o alcuna condanna esplicita, più di altri (più anche dei due libertari e scrittori indiscutibili Arthur Koestler e Albert Camus), pur senza dirlo, attacca la pena capitale, senza se e senza ma.E pensare che Cela, con un po' di sangue inglese nelle vene, a differenza di Rafael Alberti e Fernando Arrabal (profughi) e di Alfonso Sastre (rappresentato poco e male, boicottato negli scritti), se la cavò sempre anche con i franchisti...Scrittore non meno grande, direi, di Joyce, Beckett, Céline o Burroughs, di Grass o di Garcia Marquez (Borges è altrove, comunque), Cela (1916-2002) non fu un opportunista, ma uno di quegli autori che scoperchiano i "sepolcri imbiancati", per usare la celebre metafora di uno "sfortunato" profeta palestinese, senza dare troppe picconate.Eugen Galasso |
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