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La diva Julia 

di Luca Baroncini

Locandina del film "La diva Julia"

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La diva Julia
di I. Szabò, con A. Benino, J. Irons
È il 1937 quando William Somerset Maugham pubblica "La diva Julia". Il romanzo descrive la crisi di mezz'età di una celebre attrice inglese per cui la vita altro non è che un palco su cui esercitarsi per esistere effettivamente solo sul proscenio di un teatro. Sono l'entusiasmo del pubblico, la coscienza di essere costantemente ammirata, la forza degli applausi, l'appartenenza a un personaggio, il fulcro della sua verità. Tutto il resto è un intermezzo, in cui non si può fare altro che ricoprire un ruolo continuando a recitare la vita. Il labile confine tra realtà e finzione è il perno del romanzo, che gioca abilmente sulla capacità della protagonista di sembrare naturale, senza per forza esserlo. La trasposizione cinematografica dell'ungherese Istvàn Szabò (già premio Oscar per "Mephisto") è molto fedele al testo letterario, ma non va oltre una decorosa, quanto anonima, messa in scena. L'unica invenzione è nel personaggio immaginario del maestro della diva, che compare per incitarla o dissuaderla nei momenti più cruciali, ma la sua funzione di "mentore" poco aggiunge al racconto rischiando, in più di un'occasione, la ridondanza. Tutto risulta un po' manierato nella visione di Szabò, dalla ricostruzione d'epoca al bozzettismo di alcuni quadretti d'insieme, mentre la vera forza del film è nell'efficacia del cast, in cui si distingue la protagonista Annette Bening. La sensibile interprete è capace di mantenere costante il piglio teatrale di una vita passata sotto i riflettori del proprio ego, e si trova in perfetta simbiosi con una regia attenta a valorizzare le sfumature espressive grazie a un abbondante utilizzo di primi piani. Il doppiaggio con voce impostata di Mariangela Melato ben si adatta alla natura del personaggio, ma poco c'azzecca con l'attrice (complici i frequenti fuori sincrono), causando un comprensibile senso di distacco.
Luca Baroncini

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